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San Francesco, un’icona alla quale tutti possono attingere

immagine di san francesco
Public Domain

L’ottavo centenario della morte del Santo patrono d’Italia è ricordato anche sui media della Svizzera tedesca e francese. In primo piano anche una nuova biografia su Giovanni Guareschi, la crisi dei bar della Penisola e due prestigiosi appuntamenti culturali a Milano e Firenze.

“A chi appartiene San Francesco d’Assisi”?

L’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi viene celebrato anche in Svizzera. Durante il fine settimana del 3 e 4 ottobre sono previste diverse cerimonie, ad esempio un concerto per la pace a Ginevra, dei momenti musicali e liturgici alla Madonna del Sasso a Locarno o una benedizione degli animali alla cattedrale Grossmünster di Zurigo. In un lungo reportage da Assisi, la NZZ am SonntagCollegamento esterno si interroga su “a chi appartiene” San Francesco, tra i santi più amati d’Italia e del mondo, “ma soprattutto icona politica, rivendicata sia dalla sinistra che dalla destra

Il Governo di Giorgia Meloni ha deciso di celebrare per la prima volta il 4 ottobre come festa nazionale, una scelta che lo storico della Chiesa Volker Leppin legge come un tentativo di fare di Francesco una figura d’identificazione dell’unità italiana. Lo studioso sostiene che si tratti di “un tassello del tentativo di Giorgia Meloni di unire il Paese dietro di sé”, ricordando come già Benito Mussolini, nel 1926, avesse trasformato il santo in un’icona nazionale, che incarnava supposte virtù fasciste come lo spirito combattivo e la capacità di guidare i seguaci.

Ridurre Francesco a un simbolo politico significa trascurarne la complessità, osserva però la NZZ am Sonntag. Fra Eduardo, francescano argentino intervistato ad Assisi, critica la rappresentazione tradizionale tramandata per secoli dall’ordine. A suo avviso, i francescani stessi sarebbero stati i primi a “vendere” un’immagine addolcita del santo, riferendosi al Francesco pacifico che parla agli uccelli e ammansisce i lupi, mentre sarebbe stato messo in secondo piano l’uomo “scomodo, ribelle, talvolta anche difficile”.

Non è però solo la destra a cercare di appropriarsi dell’immagine del santo. Francesco è diventato una sorta di figura universale alla quale tutti possono richiamarsi: dagli ambienti pacifisti, a quelli ecologisti, animalisti, cattolici conservatori o ai movimenti populisti. Per il responsabile della comunicazione del Sacro Convento, fra Giulio, questa duttilità è inevitabile. “Francesco è come la borsa di Mary Poppins”, dice. Ognuno vi trova qualcosa di diverso: la giustizia sociale, la tutela della natura, la preghiera o la ricerca di Dio. Con ironia, il religioso parla addirittura di “Franciswashing”, sul modello del “greenwashing”: una forma di appropriazione simbolica che permette a chiunque di beneficiare del prestigio e dell’attrattiva del santo.

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Più severo è invece il giudizio di fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento, che definisce “eresia” le interpretazioni parziali della figura di Francesco. L’amico degli animali, il promotore della pace o del dialogo interreligioso sono aspetti reali della sua vita, ma nessuno di essi basta, da solo, a rappresentarlo. “Oggi ognuno legge nella vita di Francesco ciò che vuole leggere”, osserva il religioso. Il reportage si chiude con una domanda: che cosa penserebbe Francesco stesso di tutte queste celebrazioni, interpretazioni e contese sulla sua eredità? Fra Eduardo è convinto che la risposta sarebbe semplice: “Scrollerebbe le spalle e se ne andrebbe alla Verna, nel silenzio”. “Perché chi cerca la pace e vuole cambiare il mondo deve cominciare da sé stesso – conclude l’articolo. Forse sarebbe davvero questa la risposta del santo a tutto il rumore che si fa attorno alla sua persona: meno Francesco e più di ciò che lui stesso ha vissuto”.

scena film don camillo
Rizzoli Film / AFP

Giovanni Guareschi, “il reazionario che rideva”

Anche la WeltwocheCollegamento esterno parla questa settimana di un personaggio dalle 1’000 sfaccettature. Contrariamente a Francesco, non è stato santificato, ma anche lui era profondamente cattolico e nello stesso tempo anticonformista e ribelle. “Il reazionario che rideva”, titola il settimanale di stampo conservatore, che dedica un articolo a Giovanni Guareschi, in occasione dell’uscita del libro dello scrittore di origine italiana, ma cresciuto in Germania, Marco Gallina, intitolato Giovannino Guareschi, Don Camillos rebellischer Vater (Giovannino Guareschi, il padre ribelle di Don Camillo).

Nell’opera Guareschi viene presentato come una figura fuori dagli schemi: giornalista, caricaturista, scrittore, monarchico, anticomunista e cattolico convinto, ma soprattutto un uomo che non accettò mai di allinearsi al potere.

Dopo l’armistizio del 1943, Guareschi rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò e a Hitler, trascorrendo quasi due anni nei campi di internamento in Germania e Polonia. In quelle condizioni continuò a scrivere, disegnare e incoraggiare i compagni di prigionia. Il suo motto era: “Non muoio neanche se mi ammazzano”. Secondo Gallina, “il campo è il luogo in cui matura il Guareschi che il mondo conoscerà più tardi”.

Per la Weltwoche, proprio quell’esperienza spiega la sua diffidenza verso ogni forma di ideologia. Guareschi combatté infatti su due fronti: da una parte il comunismo, dall’altra il materialismo e il consumismo dell’Occidente del Dopoguerra. Al centro delle sue riflessioni vi era sempre la persona concreta, con la sua coscienza e la sua libertà. Non a caso il libro viene presentato come una riflessione su domande essenziali: “Che cosa spinge l’uomo ad agire, come risponde davanti a Dio, qual è la sua bussola interiore?”.

In questo contesto si inserisce anche il successo di don Camillo, il parroco che nei racconti dialoga direttamente con il crocifisso della sua chiesa. La voce di Gesù, scrive la Weltwoche, rappresenta in realtà la coscienza del sacerdote. La stessa centralità della coscienza emerge in uno degli slogan politici più celebri di Guareschi: “Nella cabina elettorale ti vede soltanto Dio. Stalin no”. Una formula che, osserva la settimanale, rimane valida ancora oggi, “con altri protagonisti”.

L’articolo insiste infine su un aspetto a volte dimenticato: l’isolamento culturale e politico vissuto dallo scrittore negli ultimi anni della sua vita. Pur essendo un cattolico convinto, attaccò duramente la Democrazia cristiana e finì per essere emarginato sia dalla sinistra sia da gran parte del mondo cattolico. L’etichetta di “reazionario”, usata contro di lui come insulto, venne però accettata con orgoglio. Guareschi, scrive la Weltwoche, la portava “come una decorazione”.

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Jeffrey Greenberg / Getty Images

In Italia “il bar non è ancora morto, ma è nella lista delle specie minacciate”

La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno dedica un articolo alla crisi silenziosa che sta colpendo uno dei simboli più riconoscibili della vita quotidiana italiana: il bar. Dietro il rito mattutino di cornetto e cappuccino si nasconde infatti un settore in forte difficoltà. Secondo i dati citati dal quotidiano zurighese, tra il 2019 e il 2025 il numero dei bar in Italia è passato da circa 170’000 a meno di 146’000. In sei anni sono quindi scomparsi 24’000 locali, l’equivalente di undici chiusure al giorno. A Roma la situazione è particolarmente grave: quasi 3’000 attività hanno abbassato definitivamente la serranda, pari a un calo di circa il 30%.

L’associazione di categoria Confesercenti parla apertamente di “un vero e proprio dissanguamento che nemmeno i numeri record del turismo nella capitale sono riusciti a fermare”. Il motivo di tanta preoccupazione è che ogni bar rappresenta una microimpresa, spesso a conduzione familiare e tramandata di generazione in generazione. Come ricorda l’organizzazione, “il bar italiano è un modello imprenditoriale strettamente legato alle abitudini del nostro Paese”. La sua scomparsa significherebbe quindi perdere “una parte dello stile di vita e della cultura italiana”.

L’articolo sottolinea inoltre il ruolo sociale di questi locali. Il bar non è soltanto un luogo dove bere il caffè, ma una sorta di piccola piazza dove scambiare notizie e un punto d’incontro dove si mescolano professionisti, artigiani, tassisti e perfino persone senza dimora. In altre parole, “al bar il Paese incontra sé stesso”, scrive il corrispondente in Italia della NZZ.

Tra le cause della crisi il quotidiano zurighese menziona l’aumento dei prezzi del caffè e dell’energia, la diffusione delle macchine a capsule domestiche, i costi del personale, la perdita di potere d’acquisto e le nuove abitudini legate allo smart working. A essere più vulnerabili non sono tanto i locali dei centri storici quanto i cosiddetti “bar sotto casa”, i tradizionali punti di ritrovo dei quartieri residenziali. Eppure, conclude la NZZ, il bar italiano resiste ancora grazie alla capacità di reinventarsi tra colazioni, pause pranzo e aperitivi. “Il bar non è ancora morto, ma è entrato nella lista delle specie minacciate”.

quadro di dalì
Salvador Dalí, Three young surrealist women holding in their arms the skins of an orchestra, 1936 (dettaglio). Olio su tela, 53 x 65 cm © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

Da Dalì all’antiquariato

Il settimanale economico Bilan ha sempre un occhio molto attento sull’attualità culturale italiana grazie al suo corrispondente e critico d’arte Etienne Dumont. Questa volta, la rivista si tuffa nell’esposizione Dalì e la moda, allestita a Palazzo Reale a Milano, e nella Biennale dell’antiquariato organizzata a Palazzo Corsini a Firenze.

“Grazie a una generosa collaborazione con il museo Dalì di Figueras, Laura Bartolomé Romiras e Judith Clark (che insegna moda a Londra) sono riuscite a realizzare una mostra solida e convincente. Vi sono abbastanza opere di rilievo da far pensare a una vera e propria esposizione di dipinti. E ci sono sufficienti abiti da soddisfare gli appassionati della moda”, sottolinea Dumont.

Nell’articolo dedicato alla rassegna milanese, il critico osserva come il rapporto tra Salvador Dalí e il mondo del lusso e dell’alta moda si presti naturalmente a un’esposizione di questo genere. Il percorso, che riunisce circa 250 pezzi, racconta tanto il pittore surrealista quanto il personaggio pubblico che fece della provocazione e dell’autopromozione una forma d’arte. Dumont apprezza in particolare la qualità delle opere esposte e della documentazione d’epoca, pur esprimendo qualche riserva sulla presenza delle creazioni contemporanee della maison Schiaparelli, la cui creatrice, Elsa Schiapparelli, collaborò con artisti come Dalì.

L’esposizione ripercorre inoltre il ruolo centrale di Gala, moglie e musa di Dalì, e approfondisce le collaborazioni dell’artista con il mondo della moda, dei profumi e della stampa illustrata. Particolarmente interessante appare il capitolo dedicato a Vogue, per cui Dalí realizzò copertine e illustrazioni. Secondo il giornalista, il pittore “conferisce alle vecchie convenzioni una patina culturale, moderna e pseudo-psicoanalitica”, offrendo alle élite americane un’estetica d’avanguardia capace però di rimanere comprensibile e seducente.

Dalle passerelle milanesi si passa in un altro articoloCollegamento esterno alle sale monumentali di Palazzo Corsini, dove si svolge la 34esima edizione della Biennale internazionale dell’antiquariato di Firenze. Per Dumont si tratta di una manifestazione che ha trovato la sua collocazione ideale in un edificio che, da solo, costituisce quasi un’attrazione. “I mercanti devono competere con questo sfarzo, ben lontano dalla semplicità cristiana”, scrive il critico, sottolineando come lo splendore degli ambienti rischi talvolta di oscurare le opere stesse.

Nonostante ciò, il livello della manifestazione viene giudicato molto elevato. La fiera, osserva Dumont, è caratterizzata da una forte identità nazionale e offre una rara occasione per scoprire mercanti e collezioni provenienti da tutta la Penisola. Nei circa 80 stand “c’è poca archeologia, un settore oggi quasi demonizzato. Il Medioevo è invece ampiamente rappresentato, in particolare con i cosiddetti primitivi a fondo oro; il pezzo più notevole, un grande polittico della fine del XIII secolo, è esposto presso Canesso. L’Alto Rinascimento è meno presente, mentre i manieristi godono generalmente di una buona rappresentanza. Il meglio si raggiunge però con il Seicento, cioè il XVII secolo, e con gli inizi del Settecento. Per questi periodi sul mercato rimangono ancora moltissime opere di qualità”.

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