Roveredo, infiltrazione mafiosa tra permessi B e società sospette
Dopo l’operazione antimafia del febbraio scorso, emergono nuovi dettagli sul gruppo attivo tra Svizzera e Italia: società, flussi sospetti e permessi B ottenuti nei Grigioni. Il caso riaccende i dubbi su controlli e coordinamento tra autorità.
Giriamo per le strade di Roveredo poche settimane dopo la vasta operazione antimafia che ha scosso la regione. Avviciniamo un passante, gli chiediamo se abbia mai visto le persone arrestate il 23 febbraio scorso, quelle che risiedevano qui, nel Moesano. La risposta è negativa: “Non so che faccia abbiano”. Una reazione simile a quella di tante altre persone che incontriamo, dal momento che a Roveredo sembra che nessuno li abbia mai notati. “Roveredo è un refugium peccatorum”, commenta divertito un uomo al bar. Un pizzaiolo ammette che, con ogni probabilità, qualcuno di loro avrà anche consumato una pizza nel suo locale, pur non ricordandone i volti; di sicuro, però, cercavano la massima discrezione. “Il Moesano”, ci confida mentre ci congeda, “è terra di nessuno.”
Terra di nessuno, forse, ma dopo alcune ricerche riusciamo a trovare un’abitante della zona che sa qualcosa di più, sebbene preferisca mantenere l’anonimato. “Dei conoscenti dicevano che notavano dei movimenti notturni attorno alle loro abitazioni. Automobili di lusso che facevano la spola. Tuttavia, non riuscivano a capire chi ci fosse all’interno. Erano persone estremamente discrete.” Discrezione: è questa la parola d’ordine per individui che, in questi luoghi, appaiono come dei veri e propri fantasmi. Persone che oggi rischiano di trasformare, ancora una volta, la Mesolcina in quello che molti temono: un rifugio sicuro per chi ha qualcosa da nascondere.
>>Il servizio di della trasmissione della RSI Falò:
Falò è oggi in grado di delineare un profilo più preciso del gruppo accusato, a vario titolo, di riciclaggio, ricettazione, false fatturazioni e traffico internazionale di cocaina, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Grazie alle 372 pagine dell’ordinanza di convalida del sequestro emessa dal Tribunale di Napoli, che la RSI ha potuto visionare in esclusiva, possiamo affermare che le persone indagate nelle varie ramificazioni dell’inchiesta tra Svizzera, Italia e Francia, e titolari di un permesso B a Roveredo, sono complessivamente sei. Oltre ai quattro individui arrestati nel corso dell’operazione, altri due indagati sono coinvolti nel filone italiano dell’inchiesta, incentrato prevalentemente sul reato di riciclaggio.
Il nipote del boss
Procediamo con ordine. Al centro dell’inchiesta figura un cinquantatreenne originario di Ercolano, pregiudicato, nipote e omonimo di un boss appartenente al clan camorristico Ascione-Papale. È proprio a lui che, qualche anno fa, il Canton Ticino aveva negato il permesso B a causa dei suoi precedenti penali. Risultano indagati anche il figlio ventiquattrenne, nato dal matrimonio con la prima moglie (anch’essa arrestata in passato), e l’attuale compagna: la figlia di un super-ricercato montenegrino, attualmente in stato di arresto in Francia.
Accanto a loro emerge la figura di un quarantaquattrenne, incensurato, anch’egli proveniente dall’area napoletana. Si tratta del cofondatore della società di Roveredo finita al centro dell’inchiesta, sui cui conti è transitato oltre un milione di franchi di provenienza ancora da accertare. Nel filone italiano sul riciclaggio risulta indagata anche la moglie, la quale, per un certo periodo, è stata in possesso di un permesso di soggiorno svizzero, per poi fare ritorno a Napoli. Inoltre, in base alle informazioni in nostro possesso, anche il cognato di quest’ultimo è stato coinvolto nel filone italiano: si tratta di un quarantasettenne di Portici, anch’egli titolare di un permesso B nei Grigioni, ma che in Mesolcina, secondo le nostre fonti, non avrebbe quasi mai messo piede.
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I vestiti del Luganese e l’origine dell’inchiesta
Dalle carte dell’inchiesta italiana sul riciclaggio di denaro emergono, inoltre, altre due società elvetiche contro le quali, allo stato attuale, non è stato ancora emesso un provvedimento di sequestro, ma sulle quali gli inquirenti della vicina Penisola stanno conducendo accurati approfondimenti. La prima è una società del Canton Grigioni, sempre con sede a Roveredo, attualmente in liquidazione, che avrebbe ricevuto bonifici da tre delle società italiane collegate al gruppo per una cifra vicina ai 150 mila franchi. È proprio da qui che sono scaturite le prime verifiche dell’antiriciclaggio elvetico, le quali hanno successivamente innescato l’inchiesta internazionale. Il denaro, infatti, non transitava direttamente sui conti della società elvetica: veniva accreditato su un conto intestato a una fiduciaria intermedia, incaricata poi di smistare i pagamenti. Stando alle nostre informazioni, è proprio grazie agli accertamenti bancari e, in seguito, dell’antiriciclaggio svizzero su questa specifica società che ha preso il via l’indagine internazionale, culminata poi nello smantellamento dell’organizzazione e nell’arresto degli indagati.
La seconda realtà aziendale è una società di abbigliamento del Luganese, utilizzata per movimentare merce di vario genere: capi di vestiario e, tra le altre cose, persino una Porsche Macan, finita successivamente nelle disponibilità della società di Roveredo, oggi sottoposta a sequestro. I due amministratori di questa società rappresentano profili di grande interesse per gli inquirenti. Il primo, residente in Ticino, è formalmente incensurato, ma è stato sottoposto a controllo in un’occasione mentre si trovava alla guida della propria vettura in compagnia del cinquantatreenne, il principale indagato dell’intera inchiesta. Il secondo amministratore, originario del napoletano, è invece un soggetto già noto alle autorità italiane, le quali lo descrivono come “deferito in stato di libertà per emissione di fatture per operazioni inesistenti”.
Sebbene al momento il ruolo esatto di queste società non sia ancora stato definito con certezza, in termini generali, per Gennaro Vitolo, capitano dei Carabinieri di Torre Annunziata e responsabile della parte italiana dell’inchiesta, “gli indagati hanno costruito un complesso reticolo societario, articolato tra società reali e fittizie”. Si tratta di un modus operandi che, secondo gli inquirenti, era finalizzato a facilitare le operazioni di riciclaggio e auto-riciclaggio, in quanto funzionale a complicare notevolmente la tracciabilità dei flussi finanziari.
Tra le società cardine di questo presunto sistema di riciclaggio figurava un’ulteriore azienda di Roveredo, cofondata nel 2022 dal quarantatreenne del napoletano insieme a un fiduciario italiano residente nel Moesano, il quale ricopre attualmente la carica di amministratore unico. Questo “colletto bianco” non risulta indagato, ma, secondo il capitano Gennaro Vitolo, fungeva da vero e proprio “prestanome che eseguiva gli ordini impartiti dai reali organizzatori dell’attività delinquenziale”. Interpellato telefonicamente dalla nostra redazione, il fiduciario si è limitato a dichiarare di non voler rispondere alle domande. “Io sono vincolato al segreto d’ufficio”, ci ha comunicato prima di riagganciare bruscamente. Avremmo voluto chiedergli come fosse possibile che non si fosse accorto di quelle transazioni milionarie dalle caratteristiche così sospette. Tra l’altro, il medesimo fiduciario ricopriva il ruolo di amministratore anche dell’altra società di Roveredo, oggi in liquidazione, dalla quale ha avuto origine l’intera inchiesta.
Nel frattempo, sul fronte prettamente giudiziario, sono giunte le prime decisioni ufficiali. Il Tribunale del riesame di Napoli ha convalidato il sequestro dei beni riconducibili agli indagati sul territorio italiano. Tra questi spicca una palazzina situata nel centro di Ercolano, acquistata utilizzando i fondi della società di Roveredo, la quale aveva stabilito proprio in quell’immobile la propria sede legale italiana. Non si tratta di un edificio qualunque, considerando che, come ci conferma lo stesso Vitolo, “era occupato da membri della famiglia Ascione fin dal 2019”.
No Ticino, sì Moesano
Falò è inoltre in grado di ricostruire con maggiore precisione l’iter procedurale che ha consentito al principale indagato di ottenere il permesso B nel Canton Grigioni.
Il cinquantatreenne di Ercolano giunge inizialmente in Ticino nel settembre del 2018, assunto da una società con sede a Zugo. Risiede in un primo momento in un attico nel centro di Lugano, per poi trasferirsi in una villetta a Canobbio. Quest’ultima abitazione, peraltro, non dista molto dalla proprietà di oltre 500 metri quadrati, del valore stimato di un milione e seicentomila franchi, che le autorità elvetiche hanno sequestrato alla società di Roveredo. In quella dimora, come abbiamo appreso, viveva di fatto il titolare, il quarantaquattrenne napoletano.
Ma torniamo al cinquantatreenne. Nel maggio del 2019, il Canton Ticino gli nega il rilascio del permesso di soggiorno a causa dei suoi precedenti penali. L’uomo, infatti, era stato arrestato nel 2009 con l’accusa di “estorsione, usura e riciclaggio di proventi illeciti, risultati riconducibili al Clan Mazzarella”. È doveroso precisare che l’aggravante mafiosa sarebbe poi caduta in giudizio di terzo grado. Bellinzona, pertanto, esprime un diniego. Il cinquantatreenne, tuttavia, dopo aver presentato ricorso, nel 2021 tenta nuovamente la sorte. Questa volta sceglie i Grigioni e, in quel Cantone, ottiene immediatamente il permesso B. Si stabilisce prima a Coira, per poi trasferirsi in affitto in una casetta plurifamiliare a Roveredo, insieme alla compagna montenegrina e alla figlia. Una famiglia che, nei fatti, risiedeva prevalentemente all’estero: in particolar modo a Cannes, in Francia, dove possedeva un’altra proprietà immobiliare e dove viveva il padre montenegrino della donna. Questo spiega, con ogni probabilità, il motivo per cui nei Grigioni si facessero vedere solo raramente, quasi come se la residenza svizzera fosse un mero rifugio di comodo.
Il Consiglio di Stato grigionese, interpellato in merito a questa controversa vicenda, si è giustificato spiegando che, all’epoca del rilascio del permesso nel 2021, “non disponeva di indizi concreti che avrebbero giustificato la richiesta di un estratto del casellario giudiziale, poiché il Canton Ticino non aveva inserito il corrispondente codice all’interno della banca dati della Confederazione sulla migrazione”.
Bellinzona avvertirà Coira solamente un anno più tardi, nell’aprile del 2022. Non ne conosciamo le ragioni, ma le autorità grigionesi sostengono che “anche in quel preciso momento non sussistevano gli estremi per richiedere maggiori informazioni: il rilascio del permesso era stato effettuato in modo corretto”. Inoltre, a partire dal 2023, in seguito all’avvio delle verifiche da parte della polizia, Coira ha dichiarato di non aver voluto in alcun modo interferire con il corso delle indagini.
Le domande che rimangono aperte sono ancora molteplici. Chi ha seguito materialmente le procedure all’interno dell’ufficio migrazione? Per quale motivo non sono state effettuate verifiche più approfondite nemmeno in seguito alla segnalazione giunta dal Ticino nel 2022? E ancora, sebbene Coira abbia affermato di non aver voluto intervenire dal 2023 in poi, perché per oltre un anno, periodo in cui avrebbe potuto agire, il Cantone non ha intrapreso alcuna azione? Le autorità grigionesi, e in primis il Consigliere di Stato Peter Peyer, si sono sempre difese sostenendo che ogni procedura è stata eseguita nel pieno rispetto delle regole.
Un’ultima postilla. Stando alle informazioni in nostro possesso, il cinquantatreenne avrebbe presentato a Coira anche la richiesta per l’ottenimento di un permesso C. Dall’ufficio migrazione, tuttavia, le bocche rimangono rigorosamente cucite. A bloccare definitivamente l’intero iter sarebbe poi intervenuto l’arresto scattato il 23 febbraio scorso.
Fedpol: Roveredo caso emblematico, rafforzeremo la lotta alla criminalità organizzata
A oltre due mesi di distanza dalla vasta operazione antimafia condotta a Roveredo, la Polizia federale trae le proprie conclusioni su questa complessa vicenda. La portavoce Berina Repesa individua con precisione due nodi criticiCollegamento esterno fondamentali: l’estrema facilità con cui le organizzazioni criminali riescono a sfruttare i permessi di soggiorno per infiltrarsi nel tessuto dell’economia legale, e le evidenti lacune nel sistema di scambio di informazioni tra i vari corpi di polizia cantonale. Fedpol punta ora con decisione sull’implementazione della piattaforma POLAP e sull’adozione di una nuova e più efficace strategia nazionale, approvata alla fine del 2024. Un pacchetto completo di modifiche legislative è inoltre atteso in fase di consultazione entro la fine del 2027.
>>Intervista alla portavoce della Polizia federale, Berina Reposa:
Le reazioni politiche
Per quale motivo, tuttavia, i Grigioni non hanno voluto introdurre, sulla scia del clamore suscitato dal caso e similmente a quanto fatto dal Ticino, la richiesta obbligatoria del casellario giudiziale per il rilascio dei permessi B, limitandosi invece alla semplice autocertificazione? Raggiungiamo il direttore del Dipartimento di giustizia e sicurezza dei Grigioni, Peter Peyer, il quale inizialmente si era mostrato riluttante a concederci un’intervista durante una seduta in Gran Consiglio. “Lo abbiamo ribadito in innumerevoli occasioni: questa pratica non è in linea con i principi dell’accordo sulla libera circolazione delle persone”, ci sottolinea fermamente Peyer.
Ma Coira, gli domandiamo, si rende davvero conto della reale portata del problema? E della concreta possibilità che dietro a tutto questo sistema possano celarsi le cosche della Camorra?
“Non ci troviamo a Napoli, siamo nei Grigioni. Comprendiamo la delicatezza della situazione e abbiamo già intrapreso diverse azioni da tempo: abbiamo organizzato tavole rotonde sul tema della sicurezza e avremo presto degli incontri con i Comuni della Mesolcina. Ora abbiamo compiuto un ulteriore passo in avanti: l’introduzione di un formulario di autocertificazione specifico per i nuovi permessi.”
Una misura che, tuttavia, al Patriziato di Roveredo appare del tutto insufficiente. Il presidente, Aurelio Troger, ce lo spiega senza utilizzare mezzi termini.
“Proseguiamo con la nostra protesta, il cosiddetto sciopero dello zelo: i servizi legati alle naturalizzazioni restano ridotti al minimo indispensabile, fino a quando Coira non fornirà risposte adeguate alle nostre richieste. Pretendiamo controlli molto più intensivi già nella fase iniziale del rilascio dei permessi. Chiediamo una maggiore e più stretta collaborazione tra i vari Cantoni e tra le istituzioni finanziarie. E, soprattutto, esigiamo controlli informatici decisamente più concreti ed efficaci.”
In seguito al prolungarsi dello sciopero dello zelo, Peyer ha ventilato l’ipotesi di un commissariamento del Patriziato. Ciononostante, anche i Comuni della Mesolcina continuano a manifestare forte preoccupazione e non si dichiarano del tutto soddisfatti delle risposte ottenute. “Noi chiediamo un radicale cambio di prassi, basato sul modello già adottato in Ticino”, spiega Decio Cavallini, vicesindaco di Roveredo. “Non si deve assolutamente permettere a queste organizzazioni criminali di prendere piede sul nostro territorio. Perché una volta che si sono insediate, sradicarle diventa un’impresa quasi impossibile.”
Come diretta conseguenza di queste reazioni, alla fine del mese di maggio il consigliere di Stato Peyer incontrerà i rappresentanti dei comuni del Moesano per cercare di fare maggiore chiarezza sulla questione. Inoltre, ha annunciato ufficialmente l’avvio delle pratiche necessarie per la revoca dei permessi di soggiorno a quattro degli indagati.
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