La televisione svizzera per l’Italia

Un’Italia in cerca di verità tra giustizia, migranti e cucina

Un'aula di giustizia in Italia con in primo piano la toga di un giudice.
AP Photo/Giuseppe Aresu

La stampa svizzera racconta un’Italia segnata da contrasti: dallo scontro tra politica e magistratura alla prima crepa del “modello Albania”, fino alla crisi dell’informazione del servizio pubblico. E chiude decostruendo un mito nazionale: la cucina italiana. 

Giustizia e politica, il grande scontro italiano

La rassegna stampa si apre con un articolo del quotidiano zurighese Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno (NZZ) dedicato al rapporto conflittuale tra magistratura e politica in Italia, tema centrale in vista del referendum di marzo sulla riforma della giustizia. A commentarlo è lo scrittore Gianrico Carofiglio, figura autorevole sia nel mondo letterario sia in quello giudiziario italiano. Intervistato dalla NZZ, Carofiglio sottolinea il legame tra scrittura e giustizia – “entrambi i mondi hanno a che fare con la verità, entrambi lavorano con le storie” – ricordando gli anni passati a Bari come giudice e pubblico ministero antimafia, esperienza lasciataabbandonata nel 2013 per dedicarsi interamente alla narrativa. 

Secondo il quotidiano zurighese, i media italiani mostrano una “morbosa curiosità” per la cronaca nera, pubblicando quotidianamente dettagli su indagini e protagonisti. Ma il vero nodo, osserva Carofiglio, resta lo scontro tra poteri dello Stato. Ogni volta che la magistratura frena decisioni governative – come sui centri per migranti in Albania o sul ponte sullo Stretto di Messina – “un grido si leva nel Paese”. Per lo scrittore, questa tensione è diventata “quasi insopportabile” e rivela un meccanismo difficile da spezzare. 

In merito al referendum sulla giustizia, Carofiglio si schiera apertamente per il “no”: definisce la riforma voluta dal Governo Meloni una “barbarie” e un tentativo di “regolare i conti con la giustizia”. La riforma, spiega la NZZ ai lettori elvetici, prevede carriere separate per giudici e pubblici ministeri e la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura (CSM). Tuttavia, secondo l’ex magistrato, non affronta i veri mali della giustizia italiana – inefficienza, carichi di lavoro e burocrazia – rischiando anzi di aggravare il sistema. “Una riforma sarebbe necessaria, sì, ma non questa”, dichiara ancora alla Neue Zürcher Zeitung. Severo verso la politica, Carofiglio difende la magistratura, ricordando come l’Italia abbia saputo sconfiggere terrorismo e mafia “nel rispetto delle regole e senza leggi speciali”, un merito troppo spesso dimenticato. 

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Attivisti contro i centri in Albania.
Attivisti espongono uno striscione raffigurante il primo ministro italiano Giorgia Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama in uniforme della polizia, mentre il primo gruppo di migranti intercettati nelle acque italiane arriva a bordo di una nave della marina militare italiana a Shengjin, in Albania. EPA/MALTON DIBRA

Una sentenza condanna l’Italia a risarcire un migrante

Restando sul tema del conflitto tra magistratura e politica, un tribunale di Roma ha emesso una sentenza che potrebbe creare un precedente nella gestione dei migranti da parte del Governo italiano. Come scrive il Tages AnzeigerCollegamento esterno, il Ministero dell’interno dovrà pagare 700 euro a Redouane L., cittadino algerino trasferito illegalmente in un centro di detenzione in Albania. L’uomo, convinto di essere diretto a Brindisi, è stato invece portato a Gjadër senza un decreto scritto né la possibilità di avvisare la famiglia o un avvocato. Il caso, nota il quotidiano zurighese, mette in dubbio la legittimità delle procedure adottate nel quadro dell’accordo Italia–Albania voluto da Giorgia Meloni. 

Il quotidiano svizzero ricorda come il “modello Albania” prevedeva inizialmente di trasferire nei centri albanesi i migranti soccorsi nel Mediterraneo per esaminarne le richieste d’asilo fuori dall’UE. Dopo varie decisioni contrarie dei tribunali, nel marzo 2025 queste strutture sono state trasformate in centri di detenzione per persone destinate all’espulsione. Quello di Redouane L. è il primo caso esaminato da un giudice, che ha stabilito l’illegittimità del trasferimento per mancanza di un atto formale. L’avvocato dell’uomo, citato dal Tagi, sostiene che la vicenda non sia un’eccezione ma la prassi, aprendo la strada a decine di ricorsi da parte dei circa 200 migranti trasferiti finora in Albania. 

La reazione di Giorgia Meloni è stata immediata: in un video pubblicato sui suoi canali social, la premier si è detta indignata, richiamando i precedenti penali dell’uomo e accusando una “parte politicizzata della magistratura” di bloccare le politiche contro l’immigrazione irregolare. Il quotidiano svizzero osserva che tale attacco arriva in un momento delicato, alla vigilia del referendum sulla giustizia, con il Governo impegnato a delegittimare la magistratura. L’europarlamentare del PD Cecilia Strada, che ha visitato i centri albanesi e incontrato Redouane L., ha definito il modello “un mostro umano e giuridico” e ha criticato la premier per aver enfatizzato i reati dell’uomo, ricordando che “i diritti umani smettono di essere validi perché qualcuno ha commesso un reato”. 

Il gioco la ruota della fortuna.
La Ruota della Fortuna: il gioco va in onda tutte le sere su Canale 5. mediaset

La televisione italiana tra intrattenimento e vuoto d’informazione

Cambiamo decisamente tema. Secondo un’analisi di Carlo Freccero già direttore di Rai 2, pubblicata dal quotidiano ginevrino Le TempsCollegamento esterno, la televisione generalista italiana sembra aver rinunciato al suo ruolo di orientamento dell’opinione pubblica, trasformandosi in puro intrattenimento dominato dai giochi a premi dell’access prime time (primissima serata). Programmi come La Ruota della Fortuna e Affari Tuoi superano regolarmente il 50% di share, mentre le trasmissioni di approfondimento del servizio pubblico vengono relegate in tarda serata. Una dinamica che, osserva il quotidiano, riflette curiosamente anche l’alto tasso di astensione registrato alle ultime elezioni regionali. 

L’articolo ripercorre la crisi del servizio pubblico: negli anni Ottanta, con la concorrenza della TV commerciale, la Rai ha perso la sua missione pedagogica e ha cercato rifugio nell’informazione. Ma questo presidio, nota Le Temps, è stato minato da due eventi chiave. Il primo è l’“Editto Bulgaro” del 2002, quando Silvio Berlusconi accusò Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di usare in modo “criminoso” la TV. Per Freccero fu un momento di rottura che aprì la strada a un modello dominato da infotainment, talk-show e “conversazioni da bar”, a scapito dell’inchiesta giornalistica. 

Il secondo colpo, prosegue l’analisi de Le Temps, è arrivato con la riforma Rai del 2015 del Governo Renzi, che ha formalizzato la dipendenza della televisione dall’esecutivo. L’indirizzo editoriale è stato sostituito da obiettivi pubblicitari, e la logica economica ha prevalso sul pluralismo. Così la Rai è diventata, di volta in volta, “Tele-Renzi”, “Tele-Conte”, “Tele-Draghi” e infine “Tele-Meloni”. Quest’ultima, tuttavia, è secondo Freccero la stagione più criticata: non per la presenza della destra – già ben rappresentata in passato – ma per la scelta di nominare dirigenti fedeli alla premier ma privi di competenze audiovisive, generando polemiche e clamorose gaffe, come quelle del responsabile dei servizi sportivi durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi. 

In questo scenario, il pubblico sembra cercare contenuti altrove. Le Temps fa l’esempio dell’esplosione delle visualizzazioni su YouTube, dove format indipendenti – incluso quello del controverso Fabrizio Corona – attirano un seguito enorme. L’online diventa così lo spazio dove spettatori e spettatrici vanno alla ricerca non solo dell’intrattenimento, ma anche di una nuova narrazione della realtà, una “verità” che, secondo il quotidiano, sembra ormai assente dalla televisione generalista. 

Guanciale durante la cottura.
Il guanciale è uno degli ingredienti fondamentali della Carbonara, piatto simbolo della tradizione romana che, secondo gli autori del libro recensito da Le Courrier, sarebbe in realtà di origine americana… AP Photo/Andrew Medichini

Il mito della cucina italiana smontato da un saggio

Chiudiamo con una notizia destinata a dividere lettori e lettrici. Secondo Le CourrierCollegamento esterno, l’iscrizione della “cucina italiana” nel patrimonio UNESCO nel dicembre 2025 rappresenta la consacrazione di un mito recente, abilmente costruito e sfruttato dalla destra nazionalista al potere. Il quotidiano recensisce il libro La cucina italiana non esisteCollegamento esterno di Alberto Grandi e Daniele Soffiati (entrambi mantovani), sostenendo che la decisione dell’UNESCO – solitamente riservata a pratiche molto specifiche – ha sancito una “tradizione comune”, una sorta di narrazione rassicurante nata in tempi di incertezza. 

Il volume, racconta Le Courrier, smonta con ironia gran parte dell’immaginario culinario italiano. La tesi centrale è che, fino agli anni Cinquanta, gli italiani e le italiane mangiavano poco e male. In Pianura Padana, la polenta, spesso a base di farina di castagne, provocava gravi carenze vitaminiche. Durante la Prima guerra mondiale il peso medio di un soldato era di 54 chili. L’emigrazione di massa era una fuga dalla fame. Proprio negli Stati Uniti gli emigrati italiani scoprirono spaghetti, salse abbondanti e carne come simboli di un benessere mai conosciuto. Tornati in patria, portarono con sé queste nuove abitudini, che si sono poi diffuse con l’arrivo degli americani e della prosperità nel dopoguerra. 

Le Courrier sottolinea come, secondo gli autori, la cucina italiana è dunque anche “americana”, oltre che frutto di scambi con Francia, Germania e perfino Giappone. La dieta mediterranea sarebbe un’invenzione di alcuni nutrizionisti statunitensi degli anni Cinquanta. L’olio d’oliva un tempo serviva più per l’illuminazione che per cucinare e il mascarpone del tiramisù è diventato possibile solo con la refrigerazione moderna. Persino la figura della “nonna” custode delle ricette è un mito: prima delle pensioni, le nonne non avevano tempo per passare ore ai fornelli, se non la domenica. L’immagine di un sapere antico e immutabile, conclude il giornale, appartiene a una narrazione nostalgica e reazionaria. 

Smontare questo mito, però, non significa sminuire l’arte culinaria. Anzi: liberare la cucina dal “giogo ideologico” permette di esplorarla con maggiore apertura. Con una provocazione finale, Le Courrier, di orientamento progressista, invita a sperimentare: “mettete un po’ di panna nella vostra carbonara (inventata dai soldati americani combinando le razioni militari…), dell’aglio se lo amate, magari farete tossire un fascista”. 

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