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L’italiano in movimento: come cambia la lingua degli emigrati contemporanei

testo della divina commedia
L'italiano parlato oggi non è più esattamente la lingua di Dante. Ti-Press

Il contesto migratorio è profondamente mutato negli ultimi decenni. Un’evoluzione che influisce anche sulla lingua. Un progetto di ricerca partecipativo dell’Università di Berna e di due atenei del Belgio vuole fare luce su come l’italiano si trasforma.

All’inizio degli anni Novanta, durante un viaggio in Brasile, incontrai un giovane nato da genitori italiani, emigrati in Sudamerica dopo la Seconda guerra mondiale. “Parlo anch’io italiano”, mi rispose sorridendo, dopo avermi chiesto quale fosse la mia lingua. La comunicazione, però, si rivelò tutt’altro che semplice. Il suo italiano era un interessante e colorito intreccio di dialetto veneto e lingua di Dante, con diverse inflessioni brasiliane. Era una lingua che sembrava essersi cristallizzata all’epoca in cui i suoi genitori avevano lasciato l’Italia.

Gli italiani e le italiane continuano a emigrare. Il flusso ha ripreso a crescere soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008. Il profilo di chi cerca nuove opportunità all’estero non è però più quello degli anni Sessanta. Oggi, sono spesso persone con un livello di formazione elevato, mobili, digitalizzate e quotidianamente – o quasi – connesse con l’Italia.

Da una lingua “congelata” a una lingua dinamica

Una situazione quindi completamente diversa rispetto a quella del Dopoguerra. Anche dal punto di vista della lingua. Tanto che si può ipotizzare “una continuità con lo spazio linguistico italiano”, osserva Silvia Natale, docente di linguistica italiana all’Università di Berna. 

Per esaminare da vicino queste dinamiche e il ruolo della mobilità nell’evoluzione della lingua italiana, l’Università di Berna, le università fiamminghe KU Leuven e VUB, in Belgio, in collaborazione con l’Università di Torino, hanno lanciato il progetto di ricerca MovITCollegamento esterno , che sta per Moving Italian(s). Il fatto che lo studio sia partito dalla Svizzera e dal Belgio non è un caso: entrambi plurilingui, sono Paesi che ospitano una comunità italofona estremamente importante.  

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Le persone che lasciavano l’Italia nel Dopoguerra portavano con sé una lingua che rimaneva per certi versi “congelata”, poiché rimaneva esclusa dai mutamenti linguistici in atto in patria, spiega Natale.  

“Oggi, invece, i contatti, sia fisici che virtuali, sono molto più frequenti, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione e allo sviluppo dei trasporti”, sottolinea Benedetta Piceni, dottoranda all’Università di Berna che fa parte del gruppo di ricerca. Anche chi si trova all’estero, quindi, può restare decisamente più aggiornato a livello linguistico. Questo non vale solo per coloro che sono emigrati di recente dall’Italia, ma anche per chi magari è nato all’estero. “Mi è capitato di intervistare la figlia di un pizzaiolo emigrato: nata e cresciuta qui, parlava un italiano perfetto”, osserva la ricercatrice. 

Un aspetto centrale del progetto è la mobilità, intesa sia in senso geografico sia in senso virtuale. L’app raccoglie informazioni su quanto frequentemente le persone si spostano tra il Paese di residenza e l’Italia, su quali forme di contatto mantengono con il territorio d’origine e su come vivono la lingua nella quotidianità. Viene considerata, ad esempio, la varietà dei media in italiano che si consumano – dai giornali online alle serie televisive, dai podcast ai social network – così come la frequenza delle comunicazioni con familiari e amici in Italia, che avvengano tramite telefonate, messaggi o videochiamate. Tutti questi elementi contribuiscono a delineare il ruolo che le diverse forme di mobilità giocano nel mantenimento dell’italiano all’estero e nel modo in cui la lingua continua a essere parte integrante dell’esperienza quotidiana delle persone.

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Un’app per valutare il cambiamento

Ma come studiare questi fenomeni? Il gruppo di ricerca svizzero-belga ha sviluppato un’app gratuita e anonima, lanciata di recente, che funziona come un laboratorio linguistico senza confini, utilizzabile da tutti. “È il nostro principale strumento per documentare l’evoluzione della lingua non solo nei suoi territori tradizionali ma anche all’estero”, rileva Silvia Natale.  

Attraverso elementi ludici, brevi ascolti, giudizi sulla percezione di alcune espressioni, scelte lessicali e la possibilità di caricare brevi registrazioni audio, l’app rileva aspetti sottili dell’italiano contemporaneo, raccogliendo dati spontanei sull’uso quotidiano della lingua.

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Le attività proposte non richiedono competenze specifiche e invitano semplicemente a reagire in modo intuitivo, come avviene in una conversazione reale. In questo modo è possibile osservare, in forma totalmente anonima, come gli utenti interagiscono con l’italiano nelle loro pratiche comunicative quotidiane, senza orientare le loro risposte né suggerire ciò che viene indagato.

Non solo anglismi

Il progetto si focalizza in senso stretto anche su una categoria particolare di persone, ovvero quelle con un alto grado di istruzione, che partono con un bagaglio linguistico molto più ampio rispetto alle generazioni passate: italiano, inglese e talvolta una terza lingua. Si tratta di un profilo estremamente interessante dal punto di vista sociolinguistico, La domanda che il progetto si pone è se – e in che misura – l’italiano di queste persone, costantemente immerse in reti comunicative globali e digitalizzate, mostri trasformazioni specifiche rispetto a chi vive stabilmente in Italia.

“Uno dei punti che esploriamo con la nostra app – aggiunge Benedetta Piceni – è proprio l’uso di anglismi. Ad esempio, chiediamo alle persone se utilizzano di più la parola manager o dirigente. Quello che ci interessa sapere è se chi si sposta integra più o meno anglismi rispetto a chi rimane in Italia”. 

Tuttavia, l’uso di vocaboli inglesi rappresenta solo una piccola parte della ricerca.

L’app lascia inoltre spazio a quella che in sociolinguistica viene definita folk linguistics, cioè alle rappresentazioni spontanee che le persone hanno della lingua, per esempio quando indicano dove si parli un “italiano moderno” o dove, a loro avviso, si possa imparare il “miglior italiano”. Queste percezioni permettono di raccogliere e confrontare le attitudini linguistiche di chi vive in Italia e di chi vive all’estero: un elemento cruciale per capire come si formano le ideologie linguistiche e se, nella diaspora, esse si trasformino o rimangano sostanzialmente stabili.

Un progetto aperto al mondo

Pur focalizzandosi sulla Svizzera e il Belgio e su una categoria particolare di persone che migrano, l’app è fruibile da chiunque parli l’italiano, sia all’estero che in Italia. L’obiettivo finale del progetto è infatti ampio: restituire una fotografia nitida e aggiornata dell’italiano nel mondo, la sua vitalità, le trasformazioni in atto e le nuove dinamiche. 

Un progetto simile di crowdsourcingCollegamento esterno è già stato messo in atto dall’Università di Berna per l’inglese e ha permesso di coinvolgere ben 50’000 persone nel mondo. “Per avere una base scientifica ci basterebbe un migliaio di persone, ma siccome la diaspora italiana è molto ampia, possiamo anche sognare in grande”, osserva Silvia Natale. 

Dal giorno della pubblicazione ufficiale dell’app, avvenuta a ottobre 2025, sono già state raccolte le risposte di utenti provenienti da 21 Paesi diversi, anche al di fuori dell’Europa.

I risultati scientifici rappresentano solo un lato della medaglia di questa ricerca, che si concluderà nel 2028. Con le sue mappe, l’app permette infatti di visualizzare alcune risposte in tempo reale. “La nostra idea – conclude Benedetta Piceni – è anche di fotografare una comunità italofona internazionale. Non solo raccogliere dati, ma far emergere la ricchezza dei modi in cui l’italiano vive e cambia, dentro e fuori dai suoi confini”. 

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