L’anomalia italiana, ecco perché i giovani scelgono la Svizzera
Nonostante un PIL da economia avanzata, l’Italia offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi dell’Est. Ne traggono vantaggio soprattutto le nazioni vicine, in primis la Svizzera, che attira un numero crescente di giovani italiani grazie a salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro più dinamico.
L’Italia sta affrontando un’emorragia di capitale umano senza precedenti. Non si tratta più della storica emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani talenti e laureati che scelgono di costruire il proprio futuro oltre confine.
Secondo lo studio “Capitale umano in movimento”Collegamento esterno (aprile 2026) dell’Eurispes, l’Italia perde mediamente 34’700 giovani all’anno. Questa fotografia delinea un Paese che si configura come un caso unico nel panorama europeo. Abbiamo analizzato le ragioni della fuga giovanile dall’Italia.
L’anomalia italiana
L’analisi comparativa condotta dall’Eurispes su 22 Paesi europei mostra un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.
Si tratta di un tasso netto, non di una percentuale in senso stretto. Misura la differenza tra quante persone nella fascia 18-39 anni entrano in un Paese e quante ne escono, rapportata a 1’000 residenti della stessa fascia d’età. Un valore positivo significa che il Paese guadagna giovani adulti (più arrivi che partenze). Un valore negativo significa che ne perde. Il dato è calcolato come media nel periodo 2016-2023 per attenuare le oscillazioni annuali.
Lo studio chiarisce che il tasso di emigrazione da solo è fuorviante, perché misura solo le uscite senza considerare le entrate. Un Paese ricco e dinamico può avere molte partenze ma anche molti arrivi, risultando comunque attrattivo nel complesso. La migrazione netta mette insieme i due flussi e risponde alla domanda più rilevante: questo Paese, nel complesso, guadagna o perde giovani adulti rispetto alla propria popolazione?
I Paesi dell’Europa centro-orientale e meridionale si collocano su un secondo livello, dove il PIL pro capite medio si ferma a 17’140 euro e i mercati del lavoro giovanile presentano ancora fragilità (NEET al 12,9% e disoccupazione giovanile all’11,5%). Tuttavia, il dato che più distingue questo gruppo di Paesi dall’Italia è la traiettoria: il reddito mediano reale delle famiglie è cresciuto del 32% rispetto al 2015.
L’Italia forma invece un gruppo a sé stante. Il paradosso è nei numeri. Con un PIL pro capite di 30’594 euro, il 78% in più della media dei Paesi dell’Est Europa, l’Italia dovrebbe collocarsi comodamente nel primo gruppo.
Ma quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
Il magnete svizzero
In questo scenario, la Svizzera emerge come un autentico magnete per la gioventù italiana. La Confederazione rappresenta oggi la seconda destinazione preferita dagli italiani e dalle italiane residenti all’estero, accogliendo il 10,3% del totale (preceduta solo dalla Germania con il 13,3%). I motivi sono rintracciabili nei dati: a fronte di un PIL pro capite svizzero di 77’529 euro, il mercato del lavoro elvetico vanta NEET ad appena il 6,9% e disoccupazione giovanile al 6,8% (contro il 22,7% italiano).
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Ma è sulle retribuzioni che il divario diventa incolmabile. Nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata.
I numeri di un’emorragia silenziosa
L’impatto economico di questa fuga è significativo. Secondo le stime dell’Eurispes, nel solo quinquennio 2019-2023 l’Italia ha registrato un saldo netto negativo di 173’722 giovani tra i 20 e i 39 anni. Questo esodo ha generato una perdita complessiva di 8,28 miliardi di euro di PIL e un mancato gettito fiscale di 945 milioni di euro.
Ciò che preoccupa è l’evoluzione qualitativa del fenomeno. Nel 2023, gli italiani e le italiane tra i 25 e i 34 anni con un’istruzione universitaria che hanno lasciato il Paese hanno rappresentato quasi il 51% delle partenze (+20 punti percentuali rispetto al 2018).
Si parte di più e si ritorna di meno
Il problema non risiede solo nelle partenze, ma nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. Nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
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Il confronto che fa rumore: l’Est supera l’Italia
Se il divario con le potenze economiche del Nord Europa e con la Svizzera può apparire storicamente consolidato, è il confronto con i Paesi dell’Est e del Sud Europa a certificare il declino strutturale del modello italiano. L’Eurispes evidenzia come nazioni che fino a pochi anni fa condividevano con l’Italia tassi di emigrazione record abbiano saputo invertire la rotta.
Il caso più emblematico è quello della Repubblica Ceca: pur con un PIL pro capite di circa 21’000 euro (inferiore ai 30’500 italiani), il Paese mitteleuropeo garantisce ai propri neolaureati e neolaureate un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille), collocandosi a pieno titolo nel gruppo delle economie ad alta attrattività. La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%.
L’Italia detiene il primato negativo nel G20 per la riduzione dei salari reali rispetto al 2008 (-8,7%). Il “premio di laurea” si ferma al 30% in Italia, contro una media europea del 48%. Per le laureate italiane la situazione è ancora più drammatica: il premio si riduce al 23%, disincentivando la formazione avanzata. Molte giovani donne qualificate emigrano dunque non solo per stipendi migliori, ma per trovare contesti lavorativi con minori disuguaglianze di genere e migliori politiche di conciliazione vita-lavoro.
Le cause profonde: oltre il salario
Sebbene il divario retributivo rappresenti il fattore più immediato e visibile, l’emigrazione giovanile italiana affonda le radici in un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.
La fiducia nelle istituzioni italiane risulta sistematicamente inferiore rispetto agli standard europei. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), solo il 62% degli italiani e delle italiane si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Non da ultimo, per le persone giovani che hanno sperimentato com’è studiare e lavorare all’estero durante programmi europei come l’Erasmus, dottorati internazionali o stage professionali, il contrasto con il sistema italiano diventa insostenibile.
Finché il confronto tra un mercato del lavoro asfittico in patria e opportunità professionali imparagonabili a pochi chilometri di distanza continuerà a penalizzare l’Italia, il flusso verso il Nord Europa – conclude lo studio – sarà destinato a crescere.
Come uscirne?
Lo studio “Capitale umano in movimento”Collegamento esterno indica tre direttrici fondamentali per invertire la fuga di giovani dall’Italia. Migliorare le condizioni strutturali che incidono sulla scelta di partire – dall’accesso a carriere stabili e prevedibili a un mercato degli affitti sostenibile e a servizi che rendano più agevole la transizione alla vita adulta – perché nessun incentivo fiscale può compensare l’assenza di opportunità reali.
Adottare politiche territoriali mirate, soprattutto nelle aree interne del Mezzogiorno e nelle zone di confine, dove lo spopolamento giovanile alimenta una spirale di declino.
Infine, rendere il Paese capace di attrarre talenti qualificati dall’estero, trasformando università, centri di ricerca e distretti produttivi in poli competitivi sul modello di Portogallo e Irlanda, che in un decennio hanno saputo convertirsi in veri hub europei dell’innovazione.
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