La televisione svizzera per l’Italia

“La debolezza di Salvini mette a rischio Meloni”

salvini e Meloni
Giorgia Meloni è confrontata con un vicepremier costretto ad alzare sempre più i toni per non affondare, scrive la NZZ. Keystone-SDA

Dal declino di Salvini, che mette alla prova la coalizione Meloni, al sogno mancato di una Zermatt italiana. Dalle tensioni sociali che attraversano le rivolte milanesi al Caravaggio rubato e alla sua pista svizzera. Quattro sguardi sull’Italia della stampa elvetica, tra presente e memoria.

Da “Capitano” ad alleato ingombrante

La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno (NZZ) dedica questa settimana un’analisi al crollo di Matteo Salvini e della Lega, passata dal 34,33% dei consensi alle europee del 2019 a circa il 6% negli ultimi sondaggi, e alle implicazioni per la coalizione di Governo. “Il vento non soffia più per il Capitano, nemmeno all’interno del suo partito”, scrive il giornale zurighese, ricordando che durante il congresso straordinario indetto dallo stesso Salvini e tenutosi qualche giorno fa, circa un quarto dei delegati ha sostenuto il suo sfidante. “Solo un anno e mezzo fa era stato riconfermato per acclamazione. Allora l’idea stessa di un candidato alternativo sembrava impensabile […]. Dopo 13 anni, domenica scorsa è finita l’era del dominio assoluto di Salvini”, sottolinea la NZZ. 

Il leader della Lega annaspa, con conseguenze anche per Giorgia Meloni e la sua coalizione: il vicepremier è diventato “un alleato di Governo ancora più ingombrante”. Soprattutto perché Salvini per cercare di risalire la china sta cercando una via d’uscita in politica estera, chiedendo una svolta sull’Ucraina. “Da oltre quattro anni sosteniamo giustamente il popolo aggredito e bombardato e approviamo una sanzione dopo l’altra, ma ora basta con i soldi per le armi e per l’Ucraina”, ha affermato il leader della Lega. 

L’iniziativa, tuttavia, non ha ottenuto i risultati sperati. Giorgia Meloni ha rapidamente ribadito la linea del Governo, riaffermando il sostegno all’Ucraina. Del resto, osserva la NZZ, la credibilità internazionale della presidente del Consiglio poggia in larga misura proprio sulla posizione assunta nei confronti dell’aggressione russa. Tuttavia, dietro le quinte il sostegno italiano a Kiev mostrerebbe segni di raffreddamento. La NZZ ricorda che l’Ucraina attende da tempo la consegna dei sistemi di difesa aerea Aster 30 e che il tredicesimo pacchetto di aiuti militari sarebbe bloccato da mesi. Una situazione che alimenta interrogativi sulla futura postura italiana nel conflitto. 

Salvini, prosegue il giornale zurighese, è messo un po’ nell’angolo dalle crescenti contestazioni interne e dalla concorrenza alla sua destra. Ovvero l’ascesa di Roberto Vannacci, che sta intercettando una parte crescente dell’elettorato della destra radicale. Il leader della Lega cerca quindi di cavalcare gli stessi temi del generale. “Quanto più Salvini s’indebolisce, tanto più sarà costretto ad alzare i toni e a comportarsi in modo imprevedibile all’interno della coalizione per dimostrare di essere ancora rilevante”, scrive la NZZ. A Giorgia Meloni probabilmente non resta altra scelta che assecondare questo gioco. Citato dal giornale, il politologo Giovanni Orsina osserva: “Funziona così: ti lascio un po’ di spazio per evitare che tu affondi”. 

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funivia
Negli anni Trenta, il comprensorio di Zermatt faceva gola a un gruppo di investitori italiani. Keystone / Christian Beutler

Quando l’Italia guardava con interesse a Zermatt

E se una delle più prestigiose stazioni sciistiche delle Alpi svizzere si fosse tinta di tricolore? Ottant’anni fa Zermatt finì nel mirino d’investitori italiani, che avevano grandi ambizioni per lo sviluppo turistico della regione del Cervino. È quanto racconta il portale vallese Pomona.chCollegamento esterno, recensendo il nuovo libro dello storico e giurista Thomas Julen, dedicato alla battaglia per il controllo degli impianti di risalita della località alpina. 

Negli anni precedenti alla Seconda guerra mondiale la società italiana S.A. Cervino stava valutando di estendere i propri impianti oltre il confine, fino a Zermatt. “Con progetti d’impianti già pronti, prevedeva di servire l’area situata a nord della Testa Grigia fino a Zermatt”, scrive Pomona.ch. In quell’epoca di entusiasmo per le grandi infrastrutture turistiche, “persino la vetta del Cervino faceva parte dell’euforia italiana per gli impianti di risalita”. 

La spinta fu data in particolare dall’industriale piemontese Dino Lora Totino, uno dei principali artefici dello sviluppo di Cervinia. Appassionato alpinista e sciatore, comprese presto il potenziale turistico del comprensorio e promosse una serie di progetti ambiziosi. Già nel 1939 una funivia raggiungeva la Testa Grigia al confine svizzero, mentre tra le idee più visionarie figurava la Sfera Belvedere, un ristorante futuristico in vetro previsto sulla cresta di confine. La guerra pose però fine ai piani d’espansione, che avevano trovato un appoggio anche a nord delle Alpi, poiché nel 1938 l’elettorato del Comune di Zermatt aveva concesso alla S.A. Cervino i diritti di costruzione per diversi impianti sul versante svizzero. 

Dopo il conflitto, gli equilibri cambiarono. A Zermatt emerse la figura del sindaco Othmar Julen, deciso a fare dello sviluppo degli impianti una priorità strategica. Così, osserva Pomona.ch, il visionario Lora Totino trovò “un avversario alla sua altezza” dall’altra parte del colle del Teodulo. La svolta arrivò il 6 ottobre 1946. In una votazione che l’autore definisce il “voto del secolo”, la popolazione di Zermatt decise in modo schiacciante di riprendere in mano il proprio destino turistico. Il risultato fu netto: 149 voti favorevoli contro 18 contrari. Gli abitanti scelsero infatti di sviluppare autonomamente i collegamenti verso il colle del Teodulo e di non lasciare che fosse la parte italiana a dettare le condizioni. 

Il libro s’interroga anche su cosa sarebbe accaduto in caso di esito diverso. La risposta di Thomas Julen, riportata da Pomona.ch, è chiara: “I comprensori di Schwarzsee, del Teodulo, del Piccolo Cervino e l’area di sci estivo del Plateau Rosa sarebbero stati dominati da decisori e capitali italiani”. Inoltre, “gli abitanti di Zermatt avrebbero semplicemente perso il controllo dello sviluppo autonomo degli impianti di risalita sul proprio territorio comunale”. 

fuoco davanti al duomo
Stefano Porta / Lapresse

Le rivolte di Milano tra repressione e disagio sociale

Le violente proteste giovanili che nelle ultime settimane hanno scosso Milano continuano ad alimentare il dibattito anche sulla stampa elvetica. Da un lato c’è la risposta giudiziaria, dall’altro chi invita a interrogarsi sulle cause sociali del fenomeno. Due articoli pubblicati dal Tages-AnzeigerCollegamento esterno e dal portale cattolico svizzero catt.ch offrono letture complementari di una crisi che va ben oltre gli episodi di vandalismo e saccheggio. 

Il quotidiano zurighese si concentra soprattutto sulla figura di Youssef S., il trentenne arrestato con l’accusa di essere uno degli organizzatori delle rivolte. Secondo la procura di Milano, avrebbe svolto un ruolo centrale nell’istigazione delle violenze e nella coordinazione delle proteste attraverso canali online. Eppure il suo profilo sorprende: figlio d’immigrati marocchini cresciuto a Brescia, laureato, poliglotta e collaboratore di diverse testate giornalistiche, viene descritto come una persona che “ha due lauree e parla quattro lingue”. Un docente lo considera addirittura “uno degli studenti più talentuosi della sua annata”. L’inchiesta ipotizza che lui e la moglie abbiano utilizzato due canali online per incoraggiare nuove azioni di piazza, coordinare iniziative e diffondere istruzioni per gli scontri di strada. I loro sostenitori respingono però questa ricostruzione, sostenendo che il movimento sia nato soltanto dopo le prime manifestazioni e che i due coniugi vengano utilizzati come capri espiatori. 

Più che sui presunti organizzatori, catt.chCollegamento esterno si concentra invece sui giovani protagonisti delle rivolte. Intervistato dal portale, l’educatore milanese Davide Manzo descrive ragazzi che faticano a trovare punti di riferimento, spesso provenienti dalle periferie e da contesti fragili. A suo avviso, “si tratta di giovani con grandi difficoltà identitarie e che faticano a trovare un posto nella società”. 

Per Manzo, la violenza non nasce nel vuoto. “Ascoltano continuamente un linguaggio che fa riferimento al diritto del più forte e all’aggressività”, afferma, sostenendo che questi adolescenti sono il prodotto di “una cultura violenta e predatoria”. Pur senza negare le responsabilità individuali, l’educatore invita a comprendere il disagio che alimenta tali comportamenti. 

Secondo l’educatore, i disordini non vanno letti soltanto come un impulso distruttivo. “Le rivolte di questi giorni non nascono dalla volontà di distruggere, ma dalla rabbia e dal desiderio”, spiega. Per questo la priorità non sarebbe limitarsi alla condanna delle violenze, bensì capire cosa spinga questi giovani ad agire. “La vera urgenza è fare luce sulle intenzioni di questi ragazzi”, sottolinea ancora. 

Anche la Chiesa italiana insiste su questo doppio approccio: fermezza verso i reati e maggiore attenzione educativa. Citato da catt.ch, il sacerdote Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, definisce i protagonisti delle rivolte “giovani prigionieri della loro impulsività” e avverte che “Milano è diventata insopportabile per molti giovanissimi”. Per evitare nuove esplosioni di violenza, conclude, “devono esserci sanzioni per chi commette reati, ma l’educazione è fondamentale”. 

La riproduzione della Natività di Caravaggio.
Il 12 dicembre 2015 una riproduzione della Natività di Caravaggio è stata collocata sull’altare dell’Oratorio di San Lorenzo, a Palermo. tvsvizzera.it

Il Caravaggio scomparso e la pista svizzera

La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno torna sul furto della Natività di Caravaggio, sottratta dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo nell’ottobre 1969 e mai ritrovata. Il quotidiano zurighese ricostruisce in modo dettagliato il furto in un lungo approfondimento. In breve, i ladri entrarono da una finestra senza allarme, tagliarono dalla cornice la tela del 1600 e la portarono via su un camion. Dal 2005 è fra le dieci opere più ricercate dall’FBI. 

Per la NZZ, le prime indagini avevano già intuito un furto su commissione e una filiera internazionale: il verbale dei Carabinieri parlava di “un sistema sofisticato, con compratori stranieri, intermediari continentali ed esecutori siciliani”. La mafia sarebbe stata coinvolta. I tentativi del carabiniere Libero La Torre di recuperare l’opera conducevano a Como, Campione, Lugano e Locarno. Una pista sul collezionista “luganese” Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza fu abbandonata per mancanza di riscontri. 

La Svizzera è il fulcro dell’inchiesta del giornale. L’ex poliziotto ticinese Bruno Ongaro ritiene tuttora plausibile che la tela sia passata o sia ancora in Svizzera: “Opere come la Natività non spariscono in una cantina. Vengono nascoste in depositi doganali o caveau bancari”. Perquisirli, spiega, richiede la prova dell’esatta collocazione dell’opera. Fra gli anni Sessanta e Novanta, ricorda la NZZ, molta arte italiana rubata transitava in Svizzera. Fino al 2005 un acquirente in buona fede poteva diventarne proprietario dopo cinque anni. La legge successiva ha esteso il termine a 30 anni, ma non retroattivamente. 

Nel 1996 il pentito Francesco Marino Mannoia sostenne che la tela fosse stata tagliata e bruciata, congelando il caso. La svolta arrivò con la Commissione parlamentare antimafia, che nel 2013 lo riaprì definendo il furto una “grave ferita al patrimonio culturale”. Il collaboratore Gaetano Grado, riferisce ancora la NZZ, dichiarò che Cosa Nostra aveva preso il quadro ai ladri, lo aveva venduto a un antiquario “di origine svizzera” e lo aveva inviato intero oltreconfine in un camion di frutta, già nel 1970. Mannoia ritrattò la versione dell’incendio: per la procuratrice Marzia Sabella fu “la grande svolta”. 

Ma, sottolinea il quotidiano zurighese, nulla prova dove sia finita la tela. L’antiquario sospettato è morto, non c’è stata una rogatoria formale e le verifiche italo-svizzere non hanno dato esito. Ongaro crede che l’opera possa riaffiorare con la morte del possessore. Lo storico dell’arte Michele Cuppone teme invece che sia distrutta. 

La NZZ ricorda infine che il 12 dicembre 2015 una riproduzione di alta qualità è stata collocata sull’altare dell’Oratorio di San Lorenzo, a Palermo, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Restituisce ai visitatori l’immagine della pala nel suo luogo originario, ma per molti palermitani e storici dell’arte non può colmare l’assenza dell’originale: finché la Natività non riapparirà, la ferita del furto resterà aperta. 

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