Del Vecchio e Meloni, quando il potere è sotto pressione
Dallo scontro tra gli eredi Del Vecchio, che rischia di bloccare una delle principali casseforti della finanza italiana, alla stabilità politica di Giorgia Meloni osservata con qualche riserva dalla stampa svizzera. E poi i legami della ’ndrangheta con la Svizzera e il caso di Alessandro Romano, talento formato a Winterthur che ha scelto di vestire l’azzurro: quattro storie italiane lette oltreconfine tra potere, fragilità e identità.
Leonardo Maria Del Vecchio, l’uscita da EssilorLuxottica e il nodo dell’eredità
La rassegna di questa settimana si apre con Leonardo Maria Del Vecchio, uno degli otto eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica. La sua uscita dai vertici di EssilorLuxottica non rappresenta, secondo la Neue Zürcher Zeitung (NZZ)Collegamento esterno, un normale avvicendamento manageriale. Per il quotidiano svizzero è piuttosto il segnale di un conflitto più ampio, quello che oppone gli otto eredi sul futuro della holding familiare Delfin. Trentunenne, Leonardo Maria è il quarto dei sei figli dell’imprenditore, scomparso nel 2022. In una famiglia in cui tra il primogenito Claudio e il più giovane Clemente ci sono 47 anni di differenza, la successione non è esattamente una questione di montature leggere.
Dopo la morte del padre, Leonardo Maria entrò a soli 27 anni nella direzione di EssilorLuxottica, il gruppo nato dalla fusione tra Luxottica ed Essilor e proprietario anche di Ray-Ban. Una scelta che faceva eccezione alla regola voluta dal fondatore, convinto che fosse meglio affidare la gestione operativa a manager esterni alla famiglia: i manager si possono licenziare, gli eredi molto meno. Alla fine di agosto il giovane ha lasciato la presidenza della controllata Ray-Ban e il ruolo di responsabile della strategia del Gruppo. Nella lettera indirizzata al direttore generale Francesco Milleri, per anni suo mentore, ha denunciato una gestione “distante” e “impersonale”. Per la NZZ, tuttavia, la disputa sulla cultura aziendale è soltanto la parte più visibile del problema.
Il nodo centrale è Delfin, la holding lussemburghese che controlla il 32,4% di EssilorLuxottica e detiene partecipazioni rilevanti in Generali, Monte dei Paschi e Unicredit. Alla morte di Del Vecchio senior, ciascuno degli otto eredi ha ricevuto il 12,5% del capitale. Lo statuto prevede che le decisioni più importanti richiedano almeno sei voti su otto. Una formula pensata per garantire la concordia che, scrive il giornale zurighese, da quattro anni finisce però per paralizzare sia la holding sia la distribuzione del 90% dei dividendi.
Questa situazione pesa soprattutto su Leonardo Maria, al quale la NZZ attribuisce debiti per 1,3 miliardi di euro e quindi un bisogno di liquidità più urgente rispetto agli altri soci. L’erede avrebbe cercato di acquistare le quote dei fratelli Luca e Paola, portando la propria partecipazione in Delfin al 37,5%. L’operazione avrebbe richiesto oltre dieci miliardi di euro di finanziamenti, ma le banche pretendevano garanzie che il consiglio della holding si è rifiutato di concedere. Nel frattempo, il titolo EssilorLuxottica ha perso il 40% rispetto al massimo raggiunto a novembre. Non si tratta quindi di una semplice disputa familiare: Delfin, conclude la NZZ, è una cassaforte di famiglia in grado di influire anche sui grandi equilibri della finanza italiana.
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Meloni da record: stabilità, fondi europei e qualche conto aperto
Il primato di longevità di Giorgia Meloni diventa, per la stampa svizzera, un banco di prova della sua leadership. Nel commento pubblicato da WatsonCollegamento esterno, il portale d’informazione individua la chiave del suo successo nel fatto che la premier sia “non ricattabile”. Ricorda le tensioni con Silvio Berlusconi, irritato per i ministeri negati a Forza Italia: alla lista delle lamentele del Cavaliere, Meloni replicò che mancava un punto, “non sono ricattabile”. Per Watson, la capacità di dire “no” a Berlusconi e di tenere a distanza Matteo Salvini è una dimostrazione di sovranità politica, intuito e padronanza dei dossier. dimostrazione di sovranità politica, intuito e padronanza dei dossier.
Watson la promuove anche sul piano internazionale. Alla retorica euroscettica degli esordi sarebbe subentrato il profilo di una partner affidabile a Bruxelles, tanto sui dossier di bilancio quanto sul sostegno all’Ucraina. Rispetto alle preoccupazioni per possibili derive autoritarie, il sito svizzero osserva che, pur dopo la nomina di persone vicine al Governo ai vertici della RAI, libertà di espressione, diritti fondamentali e separazione dei poteri non sarebbero stati compromessi.
La critica di Watson si concentra però su quello che considera il vero punto debole del Governo: l’immobilismo sul fronte interno. Il sito descrive una classe dirigente di Fratelli d’Italia ancora esile e un esecutivo con pochi ministri realmente all’altezza delle sfide. Meloni, sostiene, avrebbe rinviato il confronto con problemi strutturali come la debole crescita economica e l’erosione del potere d’acquisto. Il ponte sullo Stretto di Messina rappresenta, per Watson, il simbolo di una promessa che deve ancora tradursi in un cantiere.
Le altre testate svizzere propongono un controcanto che non smentisce del tutto questa lettura. Hervé Rayner, intervistato da 24 HeuresCollegamento esterno, parla di un bilancio legislativo “quasi nullo”: il referendum sulla giustizia non è andato in porto, l’autonomia differenziata è stata dichiarata incostituzionale e il progetto di elezione diretta del capo del Governo è fermo. La disoccupazione è in calo, ma l’esperto collega il fenomeno soprattutto alla dinamica demografica, con circa un milione di pensionamenti all’anno a fronte di 500’000 nuovi ingressi nel mercato del lavoro.
Anche il Finanz und WirtschaftCollegamento esterno riconosce i risultati apprezzati dai mercati, ma ricorda che la stabilità italiana è stata accompagnata dai 194 miliardi di euro del programma NextGenerationEU e che produttività, crescita e potere d’acquisto restano fragili. Per il quotidiano economico, inoltre, Roberto Vannacci potrebbe aprire una breccia alla destra della coalizione. La stabilità di Meloni appare oggi un dato di fatto; ciò che verrà dopo resta invece un interrogativo aperto.
’Ndrangheta, la Svizzera non è soltanto la porta accanto
“Senza la Svizzera questo clan mafioso non sarebbe mai diventato così forte”: è la tesi che titola l’intervista della NZZ ad Anna Sergi, studiosa italiana della criminalità mafiosa. Il punto di partenza è il processo di Bellinzona contro Carmelo M., presunto rappresentante in Svizzera del clan Anello di Filadelfia, in Calabria. Secondo l’accusa, riporta il quotidiano, avrebbe lavorato per circa vent’anni per il gruppo e sarebbe stato vicino al capo Rocco Anello.
Per Sergi, la Svizzera è stata fondamentale allo sviluppo del clan e di molte realtà della ’ndrangheta. La formula è semplice: direzione in Calabria, affari al Nord. I rappresentanti insediati oltreconfine conoscono il Paese, sanno come investire e riciclare denaro, organizzano passaggi di droga o armi e costruiscono contatti con imprenditori, avvocati e membri delle camere di commercio. Prossimità geografica, lingua italiana in una parte della Confederazione e ricchezza del Paese hanno reso l’operazione più agevole. L’allentamento del segreto bancario ha complicato il riciclaggio, ma la Svizzera resta, per Sergi, più infiltrabile di altri Paesi europei.
Il denaro illecito non cerca più soltanto una pizzeria. L’intervista della NZZ cita investimenti in imprese grandi, impianti fotovoltaici e squadre di calcio: canali capaci di muovere capitali più consistenti e, nel caso sportivo, di avvicinare le élite locali. Sul fronte dei traffici, la Svizzera sarebbe soprattutto Paese di transito: armi verso il Sud, Calabria o Africa; droga verso Germania e Belgio. Non tutta la cocaina prosegue però il viaggio, poiché il mercato svizzero è rilevante. I clan calabresi agirebbero da finanziatori e grossisti nella catena Sudamerica-Europa.
L’arresto di un uomo o le condanne di numerosi familiari non chiudono automaticamente il capitolo. Sergi ricorda che le sentenze contro esponenti degli Anello non sono tutte definitive e che un clan prevede successioni e rappresentanti esterni alla famiglia. Da qui l’immagine, proposta dall’intervistata, di un marchio che sopravvive a chi lo ha costruito: un paragone aziendale che, applicato alla mafia, non ha nulla di pittoresco. La NZZ insiste infine su un punto: la ’ndrangheta non è una piramide con un capo sopra tutti, ma un insieme di circa 170 clan autonomi, capaci di fare rete quando serve. Fermare un anello della catena non significa aver spezzato il sistema.
Romano sceglie l’Italia, la Svizzera perde un suo talento
Concludiamo con una storia che ha trovato ampio spazio sui giornali italiani e ripresa dai quotidiani elvetici: la Svizzera perde Alessandro Romano, centrocampista nato e cresciuto a Winterthur, ma destinato a vestire la maglia dell’Italia. Lo racconta, tra gli altri, Le TempsCollegamento esterno, che ricostruisce l’ultimo capitolo di una contesa sempre più frequente nel calcio internazionale: quella per i giocatori con più nazionalità sportive. Dopo il primo gol in Serie A con il Cagliari, dove era in prestito dalla Roma, Romano è entrato nel giro di pochi giorni nel radar sia dal nuovo ct italiano Roberto Mancini sia da quello svizzero Murat Yakin. Il 9 settembre, sulla piattaforma FIFA che registra i cambi di federazione, la federazione svizzera ha scoperto di averlo definitivamente perso.
Romano, ventenne, ha compiuto tutta la trafila nelle selezioni giovanili elvetiche, dall’Under 16 all’Under 20. Ma l’Italia è il Paese dei nonni: suo padre Umberto – cittadino svizzero – è nato a Zurigo da genitori napoletani emigrati negli anni Sessanta. Questa origine familiare, scrive Le Temps, gli ha aperto velocemente e senza particolari ostacoli la strada al passaporto italiano e, quindi, alla convocazione azzurra. Un passaggio tutt’altro che secondario, sottolinea il quotidiano ginevrino: mentre Roma ha appena irrigidito le norme sulla cittadinanza per discendenza, rendendo improbabili casi come quello di Jorginho – naturalizzato grazie a un avo veneto emigrato in Brasile – per Romano il legame con l’Italia è stato sufficiente a trasformare rapidamente un talento formato in Svizzera in una risorsa disponibile per la Nazionale italiana.
La scelta risponde anche a un calcolo sportivo. L’Italia, assente da tre edizioni consecutive dei Mondiali, soffre la scarsità di giovani italiani impiegati con continuità nei campionati professionistici e ha avviato una ricerca più sistematica dei doppi cittadini. Mancini, osserva Le Temps, segue, oltre a Romano, l’italo-brasiliano Inácio Piá del Borussia Dortmund e l’italo-tedesco Nicolò Tresoldi. Il centrocampista ha cercato di presentare la decisione con cautela: non una scelta “contro una Nazionale”, ma “a favore di una Nazionale”.
Il caso mostra come le selezioni nazionali – in tutti gli sport – siano diventate un terreno di competizione anche amministrativa, oltre che sportiva. La Svizzera, conclude il foglio romando, ha formato il giocatore; l’Italia, potendo contare sul passaporto e forse sul richiamo delle origini, ha raccolto il risultato.
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