Da vergogna d’Italia a vetrina mondiale: l’America’s Cup e la scommessa di Bagnoli
La stampa svizzera guarda all'Italia attraverso quattro storie molto diverse. C'è il cantiere di Bagnoli a Napoli che punta a rinascere grazie all'America's Cup. C'è poi lo scisma della Fraternità San Pio X dopo la consacrazione di nuovi vescovi senza mandato pontificio. Dal G7 arriva invece il segnale di una destra europea che cerca maggiore autonomia da Washington. E infine riemerge un discorso del 1936 di Haile Selassie davanti alla Società delle Nazioni che denuncia l’Italia.
Bagnoli, la vergogna d’Italia diventa il palcoscenico dell’America’s Cup.
La rassegna stampa di questa settimana inizia con un cantiere. Quello di Bagnoli. Come scrive la Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno in un lungo reportage, Bagnoli è passata dall’essere “la vergogna d’Italia” a un cantiere sotto i riflettori internazionali. Il quartiere alla periferia occidentale di Napoli, affacciato sulla baia di Pozzuoli, ospitava un tempo l’Italsider, il terzo grande stabilimento siderurgico italiano, chiuso nel 1992. Per decenni le aree industriali abbandonate, spiega il quotidiano zurighese, sono state il simbolo di promesse mancate, bloccate da burocrazia, corruzione e incapacità politica. Oggi, però, mezzi pesanti, tubi d’acciaio e reti di cantiere raccontano un’altra storia: quella di una trasformazione accelerata dall’imminente America’s Cup (luglio 2027).
Dal Pontile Nord, un’imponente struttura che si protende nella baia, la NZZ descrive un’area grande come un aeroporto in piena attività: ruspe, operai con il casco giallo, polvere contenuta dai getti d’acqua e, sullo sfondo, le ciminiere arrugginite. Gli organizzatori e il sindaco Gaetano Manfredi, nominato commissario straordinario tre anni fa, sostengono che il grande evento abbia imposto un’urgenza e attirato fondi che altrimenti avrebbero richiesto anni per arrivare. Manfredi, osserva il giornale, è un ingegnere ed ex rettore, descritto come l’uomo che, grazie ai rapporti con il Governo di Roma, sta trasformando gli annunci in cantieri. L’obiettivo è replicare a Napoli il rilancio vissuto da città come Barcellona e Valencia dopo i grandi eventi sportivi.
Non mancano però le critiche. Attivisti del gruppo No America’s Cup, come Dario Oropallo e il geologo Lamberto Lamberti, contestano una scelta imposta dall’alto. Denunciano l’aumento dei prezzi immobiliari, la carenza di servizi pubblici e sospettano scorciatoie nella bonifica. Anziché rimuovere completamente i materiali inquinanti, riporta la NZZ, si teme che si ricorra a coperture in cemento incapaci di garantire una sicurezza duratura. Manfredi replica appellandosi agli esperti del ministero dell’Ambiente: la rimozione di oltre due milioni di metri cubi di materiale sarebbe ecologicamente e logisticamente troppo rischiosa. Per questo si è optato per l’incapsulamento e la sigillatura con materiali speciali.
Per ora a Bagnoli si respira polvere, rumore e scetticismo. Ma la Neue Zürcher Zeitung osserva che, se le immagini delle barche davanti al golfo e la Luna Rossa in gara conquisteranno le telecamere, l’umore della città potrebbe cambiare: “L’America’s Cup è stato per Bagnoli una fortuna”, conclude il reportage, ricordando come l’evento abbia riattivato energie che sembravano ormai perdute.
Ogni settimana proponiamo un riassunto dei temi che riguardano l’Italia di cui si è occupata la stampa della Svizzera tedesca e francese. Se vi interessa riceverla comodamente nella vostra casella di posta elettronica, potete abbonarvi alla nostra newsletter gratuita “La selezione della settimana”.
Nuovi vescovi a Ecône, il Vaticano scomunica i lefebvriani
Il Canton Vallese torna sotto i riflettori dei media. Come scrive il quotidiano locale Le NouvellisteCollegamento esterno la consacrazione di nuovi vescovi a Ecône ha aperto una nuova rottura tra la Fraternità San Pio X (FSSPX) e il Vaticano. La comunità tradizionalista creata da Marcel Lefebvre in opposizione al Concilio Vaticano II ha promosso l’evento come “storico”, attirando 15’000 fedeli e moltiplicando gli sforzi comunicativi con documentari e dirette YouTube in sei lingue. La Fraternità giustifica l’atto invocando uno “stato di necessità”: senza nuovi vescovi, sostengono i fedeli, non sarebbe più possibile garantire le ordinazioni sacerdotali e la sopravvivenza della tradizione liturgica in latino.
Le testimonianze raccolte da Le Nouvelliste delineano una comunità coesa e rigorosa. Alexandre Maret, la cui famiglia cedette a Lefebvre i terreni di Ecône, sottolinea l’importanza della continuità: “Senza vescovi non ci sono né ordinazioni di preti né sacramenti. Ex adepti come Martin ed Éléonore Anthoine raccontano invece un’educazione severa e una formazione dottrinale che considera il Vaticano II un errore: confessione settimanale obbligatoria, regole sugli abiti e sulle frequentazioni e una venerazione della figura di Lefebvre che, per molti, assume il valore simbolico di un “papa di Ecône”. Per questi fedeli, la Fraternità è custode della “Tradizione millenaria” minacciata dalla modernità; per i critici, questa stessa intransigenza si traduce in una forma di chiusura sociale ed emotiva.
Sull’altro fronte, Le TempsCollegamento esterno e numerosi altri quotidiani svizzeri, riportano la reazione ufficiale della Santa Sede: il Vaticano ha stabilito che la FSSPX si trova “in situazione di scisma” e ha decretato la scomunica de quattro nuovi vescovi. Dopo le consacrazioni di mercoledì, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ricordato che la consacrazione episcopale senza mandato pontificio comporta la scomunica automatica e costituisce un atto scismatico.
Nell’articolo di Le Nouvelliste, il gesuita e storico Jean‑Blaise Fellay interpreta l’opposizione come “condizione di sopravvivenza” della Fraternità: senza tale radicalità, la comunità perderebbe la propria ragion d’essere. Di fronte al richiamo di papa Leone XIV a “tornare indietro”, la FSSPX ribadisce però di non voler creare una Chiesa parallela e sostiene che le consacrazioni sono necessarie per preservare una visione della fede ritenuta immutabile.
Giorgia Meloni e Trump: un nuovo modello per l’Europa?
24 heures ritorna sullo scontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump al G7, nato da una boutade del presidente americano, secondo cui la premier italiana lo avrebbe “implorato” per una foto. Per il quotidiano ginevrino l’episodio rivela però qualcosa di più di una semplice contesa d’immagine. Meloni ha infatti risposto seccamente al presidente statunitense, osservando che Trump dovrebbe mostrare la stessa determinazione contro i nemici dell’Occidente di cui si proclama difensore. La scena, amplificata dalle immagini del summit, è stata letta come un possibile punto di svolta nei rapporti tra una parte della destra europea e Washington.
Secondo 24 heures, la vicenda s’inserisce in una sequenza più ampia di dissensi. Meloni aveva già reagito con durezza ad altri commenti giudicati “inaccettabili” provenienti dalla Casa Bianca. Dietro questa querelle di ego, tuttavia, il quotidiano intravede una più profonda riorganizzazione politica: una destra europea che smette di guardare a Washington come a uno specchio e inizia ad affermare forme di maggiore autonomia. Fino a ieri, osserva il giornale, la strategia prevalente era quella della lode o dell’accondiscendenza, come mostrerebbero gli atteggiamenti di leader quali Macron, Merz o Rutte. Meloni, invece, sceglie di parlare con franchezza pur mantenendo rispetto e cooperazione con gli Stati Uniti.
Il quotidiano elvetico riprende anche l’analisi di Le Monde, secondo cui la leader italiana è riuscita a trasformare il proprio radicamento populista in una leadership stabile. Al governo dal 2022, con un passato di retorica identitaria e un “doppio registro”, Meloni al tempo stesso rassicura Bruxelles a parla al proprio elettorato. La sua azione politica, osserva 24 heures, si caratterizza per disciplina di bilancio, fedeltà atlantica e sostegno a Kiev, pur a fronte di risultati più contrastati sul piano economico, nella gestione dell’immigrazione e sui dossier socioculturali, dove molte delle riforme annunciate sono state ridimensionate o rinviate.
Le reazioni al G7 e la capacità di rispondere a Trump senza apparire subordinata vengono talvolta interpretate come l’espressione di una “battaglia tra due populismi”: da un lato il trumpismo, descritto come rude e distruttivo; dall’altro una versione più istituzionalizzata e costruttiva incarnata da Meloni. Una sintesi fragile, conclude 24 heures, ma per il momento efficace: parlare la lingua del popolo senza ignorare i vincoli concreti pare pagare.
L’appello inascoltato del Negus contro i gas italiani sul popolo etiope
Le TempsCollegamento esterno, in un articolo che assume quasi la forma di un saggio storico, torna al 30 giugno 1936, quando l’imperatore d’Etiopia Haile Selassie prese la parola davanti all’Assemblea della Società delle Nazioni (SdN) a Ginevra per difendere il proprio popolo dagli attacchi chimici dell’esercito italiano. Quel discorso fu un appello alla coscienza dell’Europa, ma la risposta degli Stati membri si rivelò insufficiente. La SdN mancò al proprio dovere, scrive il quotidiano romando, prefigurando così il progressivo disfacimento dell’organizzazione.
L’articolo ricostruisce il contesto storico. Roma coltivava già dal 1934 il progetto di annettere l’Etiopia, anche per cancellare l’umiliazione della sconfitta di Adua del 1896. Mussolini voleva trasformare quella ferita in una rivincita e recuperare prestigio attraverso l’espansione coloniale. L’aggressione italiana colpì direttamente uno Stato membro della SdN dal 1923, adesione che, ricorda Le Temps, era stata sostenuta a suo tempo dalla stessa Italia.
Dopo il fallimento dei tentativi diplomatici, il Consiglio della SdN impose sanzioni nell’autunno del 1935. L’Assemblea invitò quindi l’imperatore a presentare personalmente il proprio appello. La seduta del 30 giugno fu disturbata da agenti e giornalisti italiani. Una volta allontanati i contestatori, Haile Selassie pronunciò in amarico, la lingua ufficiale etiope, un lungo discorso nel quale denunciò la “pioggia mortale” sganciata dagli aerei e l’impiego di gas vietati dal Protocollo di Ginevra del 1925. Uomini, donne, bambini, bestiame, fiumi e pascoli, ricorda Le Temps, furono contaminati da sostanze tossiche disperse ripetutamente dall’aviazione italiana.
Il quotidiano riprende anche le testimonianze mediche e umanitarie dell’epoca. Il delegato del Comitato internazionale della Croce Rossa, il dottor Marcel Benoît, confermò sul piano tecnico l’impiego di armi chimiche. L’imperatore richiamò inoltre il trattato di amicizia italo-etiope del 1928 e denunciò la riluttanza di alcuni Stati, Svizzera compresa, ad applicare pienamente le sanzioni per non compromettere i rapporti bilaterali con Roma.
Le Temps interpreta l’appello del Negus come una lucida diagnosi della crisi internazionale del tempo. Non si trattava soltanto di fermare un’aggressione, ma di preservare il principio della sicurezza collettiva e la credibilità stessa dell’ordine internazionale. Gli Stati, paralizzati dagli interessi nazionali e dalla crisi economica, non furono all’altezza della sfida. Il ritiro di Giappone e Germania dalla SdN, la rimilitarizzazione della Renania e, in seguito, l’Anschluss avrebbero confermato l’impotenza dell’organizzazione, aprendo la strada alla Seconda guerra mondiale.
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