“Cosa ne pensa del ketchup sulla pasta?”: “L’intervista è finita”
No, una passata di pomodoro non vale l’altra: intervistato da un media online svizzero Francesco Mutti spiega le difficoltà per entrare sul mercato svizzero. In primo piano questa settimana anche il caso Ranucci-Lavitola, la ripresa di quello che è stato “il campionato più bello del mondo” e l’uscita in tedesco della nuova edizione del romanzo Vita di Melania Mazzucco.
Il mercato svizzero rappresenta “un vero rompicapo”
Le sue passate non sono tra le più diffuse in Svizzera, ma sempre più spesso il marchio Mutti troneggia anche sugli scaffali dei supermercati elvetici. In un’intervista al portale WatsonCollegamento esterno, l’amministratore delegato del gigante del pomodoro, Francesco Mutti, spiega che il mercato svizzero rappresenta “un vero rompicapo”. “I distributori elvetici sono molto conservatori, dichiara Mutti. Ogni volta che cercavamo di far loro apprezzare i nostri prodotti, ci rispondevano: ‘Ma sono solo dei pomodori’. Abbiamo sentito questa frase centinaia di volte”. Circa cinque anni fa, l’azienda è però riuscita a entrare nella rete dei supermercati Coop. Da allora la sua quota di mercato nella Confederazione è passata dal 2,5 al 14%.
Quando Francesco Mutti, 57 anni, prese in mano le redini dell’azienda di famiglia nel 1994, il fatturato ammontava a 11 milioni di euro. Oggi ha superato i 750 milioni. Non ha però nessuna intenzione di separarsi dall’impresa fondata 127 anni fa: “Ci contattano regolarmente grandi gruppi. A volte pranziamo insieme. Ma non appena qualcuno inizia a parlare del valore della nostra azienda, lo interrompo e gli dico: ‘Mutti non è in vendita, punto e basta’”.
Nell’intervista a tutto campo concessa al media elvetico, Mutti affronta tra le altre cose un tema di estrema attualità: la canicola, la siccità e più in generale il cambiamento climatico e il loro impatto sulla coltivazione del pomodoro. Quest’estate l’azienda è stata piuttosto fortunata, poiché i periodi di forte calore sono avvenuti quando la raccolta era già iniziata. Per il momento, l’azienda alle porte di Parma può garantire ancora una produzione al 100% Made in Italy, ma le riflessioni sono in corso. “Si potrebbe, ad esempio, spostare la coltivazione dei pomodori a quote più elevate, dove oggi si trovano i vigneti. Qui ci troviamo a circa 100 metri di altitudine. A 300 o 400 metri, si potrebbero coltivare pomodori al posto dell’uva. Ma siamo onesti: se la temperatura raggiunge i 50 °C, la questione sarà la sopravvivenza dell’umanità, non quella della passata di pomodoro”. L’intervista si conclude sul tono di una boutade: “Cosa ne pensa del ketchup sulla pasta?”, chiede il giornalista. “L’intervista è finita”, conclude lapidario Francesco Mutti.
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Ranucci, Lavitola e la difficile linea di confine tra amicizia e giornalismo
L’eco degli sviluppi della vicenda legata all’attentato contro il giornalista della RAI Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre 2025 e orchestrato da Valter Lavitola, giunge anche in Svizzera. La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno dedica ampio spazio a questa storia che viene letta come un sintomo delle ambigue relazioni tra politica, informazione e ricerca della visibilità mediatica.
Il quotidiano zurighese si concentra in particolare sulla figura di Lavitola, descritto come un influente faccendiere ben inserito nei circoli politici e giornalistici romani. La sua sorprendente ammissione di aver commissionato l’attentato contro un giornalista che considerava un amico viene interpretata come uno degli elementi più sconcertanti dell’intera vicenda. Una delle ipotesi circolate nelle ultime settimane è che l’operazione fosse finalizzata ad “accrescere l’attenzione attorno a Ranucci” e a favorirne una possibile futura carriera politica nel campo del centrosinistra, riporta il giornale.
Anche Der BundCollegamento esterno, che parla di una “storia alquanto bizzarra”, pone l’accento sul rapporto personale tra i due uomini, ricordando come Ranucci abbia definito pubblicamente Lavitola un “vero amico”. Il quotidiano bernese sottolinea che la vicenda rischia di compromettere l’immagine del noto giornalista investigativo, soprattutto perché sono in corso verifiche sui rapporti intrattenuti con il suo controverso interlocutore e sul possibile scambio di informazioni riservate legate all’attività della RAI.
Entrambi i giornali svizzeri evidenziano inoltre l’imbarazzo che il caso sta creando attorno al servizio pubblico radiotelevisivo italiano. La Neue Zürcher Zeitung osserva che la RAI fatica a gestire una situazione che coinvolge uno dei suoi volti più riconoscibili, mentre il dibattito politico si è rapidamente polarizzato tra chi chiede conseguenze professionali e chi continua a vedere nella vicenda il tentativo di colpire un giornalista scomodo.
“L’Italia sulla tomba del suo calcio perduto”
Questo fine settimana riprende quello che almeno sino alla fine dello scorso millennio era definito “il campionato più bello del mondo”. Seppur continui ad avere un certo seguito di pubblico anche in Svizzera, la Serie A italiana fa fatica a stare al passo della Premier League inglese, della Bundesliga tedesca o della Primera División spagnola. Di riflesso, la stampa elvetica dedica poco spazio al campionato italiano, se non per menzionare qualche possibile protagonista svizzero, in primis il difensore dell’Inter Manuel Akanji, o le partenze di Remo Freuler dal Bologna e di Yann Sommer dall’Inter. Ed è proprio di questa involuzione del calcio tricolore che parla la WeltwocheCollegamento esterno, in un articolo intitolato “L’Italia sulla tomba del suo calcio perduto”.
L’analisi individua soprattutto tre problemi: la crisi della Nazionale, la crescente perdita d’identità dei club e le debolezze strutturali del sistema calcistico. Per la Nazionale, si è assistito a “12 anni di fallimenti e occasioni sprecate” e ora si riparte con “lo stesso rito di sempre”, scrive il giornalista, riassumendo quanto sta avvenendo con la famosa frase, forse un po’ troppo inflazionata, pronunciata da Tancredi Falconieri nel Gattopardo: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
Un secondo problema riguarda la perdita dell’identità nazionale dei grandi club. Anche quando le squadre italiane ottengono risultati internazionali, come l’Inter finalista di Champions League, il contributo dei giocatori italiani è sempre più limitato. Infine, la Weltwoche evidenzia le fragilità economiche e strutturali del sistema. Undici dei venti club di Serie A sono controllati da proprietari stranieri o fondi finanziari. Inoltre, quasi tutte le grandi società, a eccezione della Juventus, non possiedono lo stadio e quindi non possono sfruttarne appieno i ricavi. Per questo motivo molti club puntano su giocatori acquistati a basso costo e rivenduti con finalità speculative.
Di calcio italiano parla indirettamente anche Le Temps.Collegamento esterno O meglio di quello che il regime fascista avrebbe voluto vedere diventare l’antagonista del football, sport troppo anglosassone agli occhi di Mussolini. Nel 1928 – ricorda l’articolo – su impulso di Augusto Turati, allora segretario del Partito nazionale fascista, venne creata volata, “sport fascistissimo”, sorta di mix tra calcio, pallamano e pallacanestro, che vedeva affrontarsi due squadre di otto giocatori su un campo di 90 metri di lunghezza per 60 metri di larghezza. “Ci vollero tonnellate di propaganda perché la volata si diffondesse, almeno un po’. Si arrivò a contare fino a 12’000 praticanti e venne improvvisato un campionato nazionale articolato in quattro divisioni, vinto nel settembre del 1930 dal club di Milano che travolse per 9 a 2 l’avversario di Palermo. Ma quello fu anche l’inizio della fine. Dai 8’375 incontri disputati nel 1930 si passò alla metà nel 1933, per arrivare praticamente a zero dal 1935 in poi. Perché? Forse a causa della caduta in disgrazia di Turati, vittima di una congiura di palazzo e poi esiliato a Rodi nel 1933”. riporta il quotidiano ginevrino. Ma forse, il fallimento della volata è da ricercarsi nel gioco stesso, talmente veloce e ritmato che “finì per sfiancare gli italiani, nel senso più letterale del termine”.
Vita, un romanzo più attuale che mai
La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno propone questa settimana un’intervista alla scrittrice Melania Mazzucco. L’occasione è data dall’uscita della nuova edizione tedesca di Vita, “il grande romanzo dell’emigrazione italiana”, pubblicato per la prima volta nel 2003. Un libro tradotto in 23 lingue, che racconta la storia del nonno di Melania Mazzucco, emigrato nel 1903 all’età di 12 anni dall’Italia meridionale agli Stati Uniti. Un romanzo più che mai d’attualità, “in un’Europa in cui la questione migratoria domina il dibattito pubblico”, sottolinea il giornale.
Nell’intervista, la scrittrice romana spiega come il successo internazionale del libro le abbia fatto comprendere che quella narrata in Vita non è soltanto una vicenda italiana, ma una storia europea. “Quasi ogni Paese europeo conosce l’esperienza dell’emigrazione”, afferma Mazzucco, osservando come oggi l’Europa sia diventata per molte persone migranti ciò che l’America rappresentava per gli italiani e le italiane di inizio Novecento: una terra di opportunità e di speranza.
La riflessione si sposta poi sul rapporto dell’Italia con la propria storia migratoria. Secondo l’autrice, il ricordo dell’emigrazione è stato a lungo rimosso per motivi culturali e sociali. “Molte persone non riuscivano a sopportare il ricordo della loro povertà e dell’umiliazione subita nel Paese d’arrivo”, spiega. A ciò si aggiungeva il desiderio dell’Italia unita di presentarsi come una nazione moderna e avanzata, nascondendo invece realtà segnate da analfabetismo, povertà e sottosviluppo.
Mazzucco stabilisce anche un legame tra le migrazioni del passato e quelle contemporanee. A suo giudizio, i movimenti migratori hanno una forza storica che difficilmente può essere fermata: “Ogni emigrazione possiede una forza rivoluzionaria che nessuno può arrestare” e “l’idea che si possano impedire alle persone di cercare un’altra vita è destinata al fallimento”.
La scrittrice osserva inoltre come l’Italia sia tornata a essere un Paese di emigrazione. “Centinaia di migliaia di giovani italiani vivono oggi all’estero”, afferma, aggiungendo una considerazione personale che fotografa efficacemente il fenomeno: “Tutte le mie amiche sono madri ‘orfane’: nessuno dei loro figli vive ancora in Italia”.
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