Come la Svizzera gestisce l’acqua con i Paesi vicini
La Confederazione custodisce il 6% delle riserve europee. Chi decide come usare i fiumi e i laghi che attraversano i confini? Il professor Christian Bréthaut, spiega accordi, priorità, conflitti e il caso irrisolto del Lago Maggiore.
La gestione delle risorse idriche, con la siccità di quest’estate, è tornata di prepotente attualità. La scorsa settimana il consigliere federale Albert Rösti ha annunciato una revisione della strategia nazionale sull’acqua. Un tema che riguarda non solo la Confederazione, ma anche i suoi rapporti con i suoi vicini.
La Svizzera è il castello d’acqua d’Europa. Una definizione che nasconde una realtà complessa: gestire questa ricchezza significa negoziare continuamente con i paesi vicini. Ogni fiume che scende dalle Alpi, ogni lago condiviso è un potenziale terreno di scontro o di cooperazione.
>> I livelli del Reno ostacolano la navigazione (TG di RSI, 15.7.2026):
Christian Bréthaut, esperto di governance idrica all’Università di Ginevra, ha spiegato alla RSI come funzionano davvero questi meccanismi. E perché, con il cambiamento climatico, le tensioni sono destinate a crescere.
Il 6% dell’acqua europea
Partiamo dai numeri. La Svizzera copre una frazione minima del territorio europeo, ma custodisce ben il 6% delle riserve di acqua dolce del continente. Ghiacciai, laghi, fiumi: una ricchezza che però non resta confinata entro i confini. Il Ticino alimenta il Po in Italia. Il Reno scorre verso la Germania e i Paesi Bassi. Il Rodano attraversa la Francia fino al Mediterraneo.
Questa posizione geografica trasforma la Svizzera in un attore chiave della diplomazia dell’acqua. Ma comporta anche responsabilità enormi: ogni decisione presa a Berna può avere conseguenze a centinaia di chilometri di distanza.
Chi decide in caso di siccità?
La domanda più difficile arriva quando l’acqua scarseggia come quest’anno. Chi ha la priorità? Le famiglie che necessitano di acqua per gli usi domestici? Gli agricoltori che devono irrigare? Le centrali idroelettriche? Le fabbriche che usano l’acqua per raffreddare i macchinari?
“Si definiscono le priorità in funzione delle esigenze più cruciali a livello di sicurezza”, afferma Christian Bréthaut ai microfoni della RSI. “L’approvvigionamento di acqua potabile è la pietra angolare. L’acqua è un diritto umano fondamentale, non bisogna dimenticarlo. Poi ci sono la sicurezza alimentare e quella energetica”.
Il problema è che oggi mancano dati precisi sui consumi reali per i diversi usi. “È fondamentale comprendere meglio questi consumi per essere in grado di capire come e quando definire le priorità”, mette in guardia l’esperto.
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Gli accordi che funzionano: Reno, Rodano, Costanza
Non tutti i confini idrici svizzeri sono uguali. Alcuni funzionano benissimo, altri sono ancora terreno di conflitto.
Al nord e a ovest, la situazione è sotto controllo. “Reno, Danubio e Lago di Costanza sono situazioni molto ben regolate, direi esemplari nella gestione transfrontaliera delle risorse idriche”, spiega il professore anche co-direttore della Cattedra UNESCO di Idropolitica. “Esistono commissioni operative e responsabilità chiaramente definite tra gli attori per gestire le crisi”.
Anche con la Francia, dopo anni di trattative, la Svizzera ha fatto passi avanti decisivi. Nel 2025 sono stati firmati due accordi storici: uno per il Lago Lemano, l’altro per il RodanoCollegamento esterno. Le trattative erano iniziate nel 2011, quando la Francia aveva affrontato una grave siccità.
“Con questi accordi si anticipano eventuali tensioni che, con il cambiamento climatico, si stanno inasprendo”, sottolinea alla RSI. “Si definiscono delle arene di discussione per la situazione in corso ma anche per le situazioni di crisi. Per la maggior parte dei fiumi europei esistono già delle intese, il Rodano è stato un’eccezione per molto tempo”.
Il caso irrisolto: il Lago Maggiore
A sud delle Alpi, invece, la situazione è più complicata. Il Lago Maggiore resta un nodo aperto tra Ticino e Italia. L’Italia vuole alzare il livello del bacino per garantire acqua all’agricoltura della Pianura Padana. Il Ticino teme esondazioni nel Locarnese. Quest’anno il Piemonte ha chiesto al Ticino di aumentare gli apporti al VerbanoCollegamento esterno che da tempo è ai suoi livelli minimi, ma il Consiglio di Stato ha negato la sua disponibilità poiché di acqua ce n’è poca già per le esigenze del cantoneCollegamento esterno.
Secondo Christian Bréthaut, il federalismo svizzero è un punto di forza, ma ha i suoi limiti. “Il nostro federalismo e il principio di sussidiarietà implicano che ci siano i Cantoni in prima linea a gestire questo tipo di crisi. Sono loro che conoscono meglio di tutti le sfide e i meccanismi di buon vicinato”.
Però, sottolinea, quando le tensioni locali diventano questioni diplomatiche, Berna deve scendere in campo. “Queste questioni fanno in fretta ad arrivare ai piani alti della politica. La Confederazione deve impegnarsi per sostenere le autorità cantonali nelle discussioni con gli Stati confinanti”.
La politica si muove
La gestione del Verbano non è attualmente regolata da un trattato internazionale paritario, a differenza di quanto avviene per il Lago di Lugano (disciplinato da una convenzione del 1955) o per il Lago Lemano, dove l’accordo tra Svizzera e Francia include precisi aspetti quantitativi.
Per colmare questo vuoto giuridico, il consigliere nazionale ticinese Bruno Storni (PS) ha depositato a Berna una mozione sostenuta da 28 cofirmatari. Il testo chiede formalmente al Consiglio federale di avviare trattative bilaterali con l’Italia per giungere a una convenzione internazionale equa e sostenibile.
Altri sviluppi
Il lago Maggiore sale e crescono i timori per l’ambiente
La posizione di Berna, espressa dal dipartimento del consigliere federale Albert Rösti, è prudente ma fermaCollegamento esterno: “Una decisione in merito alla futura regolamentazione definitiva richiederebbe un accordo tra la Svizzera e l’Italia. Il Consiglio federale non concluderebbe tuttavia un accordo di questo tipo contro la volontà del Canton Ticino”. Attualmente, l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) vigila affinché la fase sperimentale a +1,35 metri concordata per quest’anno non superi i limiti di sicurezza per il territorio svizzero.
Serve un organismo sovranazionale?
Di fronte a crisi sempre più frequenti, qualcuno propone di creare un’autorità internazionale che gestisca l’acqua dall’alto. Christian Bréthaut è scettico. “Le sfide legate alla siccità sono estremamente contestuali. Dubito che il livello internazionale sia il più appropriato per definire le priorità e per effettuare le scelte”.
Meglio puntare su accordi bilaterali flessibili, sostiene l’esperto. “A livello internazionale disponiamo di numerosi quadri di riferimento che consentono di definire i principi fondamentali: le convenzioni di diritto internazionale, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Questi impegni dovrebbero consentire di anticipare le crisi o di gestirle quando si verificano”.
Il problema è che il diritto internazionale si sta indebolendo. Sempre più spesso ci sono situazioni in cui i negoziati non funzionano più o Stati che si ritirano da accordi firmati. Per questo la Confederazione – attraverso il Geneva Water HubCollegamento esterno e il programma Blue PeaceCollegamento esterno – continua a promuovere l’acqua come strumento di pace. “La Svizzera è un attore riconosciuto in materia. Spero che continui a impegnarsi a lungo termine nelle dinamiche di cooperazione nel settore idrico e non solo nella risposta alle catastrofi”, sottolinea Bréthaut.
Il futuro: più tensioni, anche in Svizzera
Il recentissimo annuncio del consigliere federale Albert Rösti di rivedere la strategia idrica nazionaleCollegamento esterno conferma che il tema è diventato prioritario. “Sono molto curioso di vedere come il Governo voglia articolare questa nuova gestione dell’acqua a livello nazionale”, commenta il professore ginevrino. “Le tensioni regionali e intercantonali si intensificheranno. Il ruolo della Confederazione per gestire questi conflitti sarà sempre più importante”.
La Svizzera, il castello d’acqua d’Europa, dovrà imparare a gestire una risorsa che non è più abbondante come un tempo. E a farlo negoziando su più tavoli: con i Cantoni, con i Paesi vicini, considerando che il clima cambia e, di conseguenza, cambiano le regole del gioco.
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