“Cicciobello adesso appartiene ai cinesi”
Le grandi società cinesi si interessano sempre di più alle aziende familiari italiane, riporta la Neue Zürcher Zeitung. La stampa svizzera punta i riflettori questa settimana anche sulla salute dell’Adriatico, sul furto di opere d’arte a Messina e sulle nuove norme per l’uso dei cellulari.
Pechino a caccia di aziende familiari italiane
“Cicciobello adesso appartiene ai cinesi”: la Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno (NZZ) punta i riflettori su un fenomeno non nuovo, ma che sta assumendo proporzioni considerevoli, ovvero la presa di controllo di aziende familiari italiane da parte di gruppi cinesi.
Secondo il quotidiano svizzero, il caso di Giochi Preziosi rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di una tendenza più ampia. Il produttore dei celebri pupazzi Gormiti e delle bambole Cicciobello passerà sotto il controllo operativo del fornitore cinese Super Hisen nell’ambito di un piano di salvataggio da 80 milioni di euro. Un’operazione che, osserva il giornale, riflette una logica ormai consolidata: “Il capitale segue la produzione: il controllo si sposta là dove da tempo si genera il valore aggiunto”. [
L’analisi della NZZ parte da una constatazione: molti marchi italiani continuano a incarnare creatività, design e qualità, ma sempre più spesso non dispongono dei capitali necessari per sostenere crescita, successione generazionale e internazionalizzazione. “Al Paese manca il capitale nazionale necessario per mantenere nel lungo periodo il controllo del Made in Italy”, scrive il quotidiano. Parallelamente, Pechino non cerca più tanto acquisizioni simboliche quanto competenze industriali, brevetti, capacità produttive e accesso ai mercati europei.
La testata ricorda come negli ultimi anni investitori cinesi abbiano acquisito o finanziato marchi come Bialetti, Golden Goose e persino la svizzera Mammut. Ma la vera novità sarebbe il cambiamento di strategia. Mentre negli anni Dieci l’attenzione era rivolta a grandi operazioni come l’acquisizione di Pirelli da parte di ChemChina o l’ingresso di State Grid nelle infrastrutture energetiche italiane, oggi gli investimenti si concentrano sempre più su aziende industriali di medie dimensioni, spesso non quotate. “Alla Cina interessa meno l’etichetta italiana che ciò che vi sta dietro: brevetti, know-how produttivo, relazioni con i clienti, ingegneri e accesso ai mercati europei”, rileva la NZZ.
Emblematico è il caso Pirelli. Quella che nel 2015 era stata salutata come una partnership strategica è divenuta negli anni un terreno di confronto tra esigenze industriali, sicurezza nazionale e tensioni geopolitiche. La NZZ sottolinea come il dibattito si sia progressivamente spostato dalla semplice proprietà delle aziende ai poteri effettivi esercitati dagli investitori stranieri, spingendo Roma a rafforzare gli strumenti della normativa Golden Power.
Ma il nodo centrale, secondo il quotidiano, resta un altro: chi può permettersi di finanziare il capitalismo familiare italiano? “La Cina rappresenta una risposta a un problema cronico dell’Italia: la sua debolezza finanziaria”, osserva il giornale. Il risultato è un dilemma sempre più evidente per la politica economica italiana: difendere gli asset strategici nazionali senza disporre sempre delle risorse necessarie per sostenerli. In questo scenario, conclude la NZZ, l’epoca del “denaro cinese facile” è finita e “ogni decisione di governance si trasforma in una questione di potere geopolitico”
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L’Adriatico sotto pressione: dal granchio blu ai delfini
Il quotidiano di Friburgo La LibertéCollegamento esterno si interessa questa settimana al granchio blu, che da qualche anno ha invaso le acque dell’Adriatico, danneggiando la biodiversità e creando diversi problemi ecologici ed economici. L’Università di Bologna potrebbe ora aver trovato la contromisura per lottare contro la proliferazione di questi crostacei. La soluzione potrebbe venire dai polpi. Un gruppo di ricerca dell’ateneo alleva larve di polpo in un laboratorio di Cesenatico. Una volta pronte, vengono rilasciate nei pressi delle scogliere marine. Da giugno ne sono state rilasciate circa 80’000. “L’idea è di creare una piccola colonia vicino alla riva affinché possa contrastare meglio la diffusione del granchio blu”, spiega al giornale Antonio Casalini, co-responsabile del progetto. Vi è però un problema: “Il polpo comune non è incline a vivere nelle acque sabbiose e calde tipiche delle zone lagunari dove il granchio blu provoca i danni maggiori, il che rende il suo impatto potenziale trascurabile in queste zone, un fatto di cui i ricercatori sono perfettamente consapevoli”, rileva La Liberté. I branzini o le anguille, che si nutrono delle uova del crostaceo, potrebbero rivelarsi più efficaci per lottare contro il granchio blu. Il polpo ha però un vantaggio: “I granchi blu possiedono un potenziale riproduttivo e un tasso di fecondità incredibile”, spiega Pietro Emmanuele, un altro ricercatore dell’Università di Bologna. “Una sola femmina depone milioni di uova, la maggior parte delle quali si schiude. Anche se solo una minima parte delle larve raggiunge l’età adulta, il fatto che un polpo catturi anche solo una femmina farebbe già la differenza”, aggiunge.
Rimaniamo nell’Adriatico, con Le TempsCollegamento esterno che dedica un articolo ai grandi delfini (tursiopi) che “starebbero diventando sempre più dipendenti dai pescherecci” a strascico. Per uno studio sostenuto dall’ONG svizzera Ocean Care e pubblicato su Frontiers in Mammal Science, tra il 2018 e il 2025, il gruppo di ricerca ha monitorato 859 pescherecci lungo le coste italiane di Veneto e Marche, rilevando che un’imbarcazione su quattro è accompagnata dai delfini e che quasi il 90% degli adulti identificati è stato osservato almeno una volta mentre si alimentava dietro le barche. Il fenomeno, che negli anni Novanta riguardava appena il 10% dei pescherecci, segnala una crescente difficoltà dei delfini a cacciare in modo naturale.
Gli esperti collegano questa situazione al forte impoverimento degli stock ittici nel Mediterraneo, una delle aree marine più sfruttate al mondo. La dipendenza dai pescherecci potrebbe inoltre aumentare i conflitti con i pescatori. “Se il mare continuerà a svuotarsi, i danni alle reti causati dai furti di pesce da parte degli animali aumenteranno”, avverte un’esperta citata dal giornale ginevrino. Pur essendo una specie resiliente, il tursiope potrebbe risentire della pressione della pesca, motivo per cui le associazioni ambientaliste chiedono maggiori restrizioni allo strascico nelle aree marine protette.
Cellulare vietato sulle strisce pedonali?
“Chi guarda il proprio cellulare mentre attraversa la strada in Italia rischia in futuro di incappare in una multa”, avverte questa settimana Watson.chCollegamento esterno. La norma contemplata nella bozza del nuovo Codice della strada, in consultazione fino al 13 settembre, suscita curiosità anche nella Confederazione. Il non rispetto della regola può tradursi in una multa di almeno 75 euro, precisa il media online. “Il divieto – prosegue Watson.ch – non dovrebbe tuttavia applicarsi ai normali marciapiedi. In questi casi, secondo quanto riportato, i pedoni potranno continuare a utilizzare lo smartphone. Anche le cuffie e i dispositivi vivavoce rimangono consentiti, purché non compromettano la sicurezza”.
“Alla base del nuovo progetto di legge – rileva dal canto suo la Berner ZeitungCollegamento esterno – vi sono incidenti verificatisi di recente, per i quali i tribunali italiani hanno attribuito una corresponsabilità ai pedoni, perché questi ultimi erano fortemente distratti dai propri dispositivi”.
L’Italia non è il primo Paese ad applicare una regola simile. Il codice stradale della Lituania contempla una norma secondo la quale i pedoni, prima di accedere sulla carreggiata o mentre si trovano su di essa, “devono evitare qualsiasi azione che li distragga dall’osservazione dell’ambiente circostante e del traffico”. L’uso del cellulare è espressamente citato come esempio. A Honolulu, nelle Hawaii, guardare lo schermo dello smartphone o di un altro dispositivo elettronico è vietato dal 2017. Le multe vanno da 15 a 99 dollari, precisa Watson.ch.
“Il furto d’arte si è professionalizzato”
Il furto di quattro opere rinascimentali di Antonello da Messina, avvenuto il 15 agosto scorso al Museo regionale di Messina, continua a sollevare interrogativi. La Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno rileva che i furti d’arte in Europa stanno diventando più frequenti e violenti, tanto “da spingere Europol a parlare di sviluppi allarmanti”. Secondo un rapporto dell’agenzia europea riportato dalla NZZ, i ladri non agiscono più in modo discreto ma ricorrono sempre più spesso a mazze, piedi di porco, esplosivi e minacce al personale dei musei. Anche la Svizzera è stato teatro recentemente di episodi simili, con furti di orologi storici a un museo di Le Locle e di monete al Museo romano di Losanna.
Il rapporto descrive un vero cambio di paradigma. Molte bande operano con logiche simili a quelle del traffico di droga o di armi e reclutano i loro membri attraverso social network e servizi di messaggistica. Per l’esperto svizzero di diritto dell’arte Andrea Raschèr, citato dal giornale zurighese, “il furto d’arte oggi è stato deromanticizzato, professionalizzato e diversificato”. Le organizzazioni mafiose restano tra i principali protagonisti di questo mercato illecito. Le opere rubate sono spesso invendibili sul mercato ufficiale e vengono quindi smontate, utilizzate come garanzia in attività criminali oppure impiegate nei casi di “artnapping”, ossia richieste di riscatto ai proprietari per la restituzione delle opere.
La BaslerZeitungCollegamento esterno sottolinea da parte sua che l’ipotesi più accreditata per il furto di Messina sia effettivamente il coinvolgimento della criminalità organizzata. “Nel 2016, per esempio, due dipinti di Van Gogh rubati 14 anni prima da un museo furono ritrovati nella villa di un boss mafioso”, riporta il quotidiano. “In questi casi, la rivendita delle opere non è necessariamente l’obiettivo principale – prosegue la BaslerZeitung. L’arte non serve soltanto a ostentare ricchezza e potere: i capolavori possono diventare una merce di scambio nelle trattative criminali o semplicemente essere detenuti come beni di grande valore. Spesso vengono utilizzati come garanzia di pagamento, ad esempio in importanti traffici di droga. Secondo gli esperti, possono inoltre fungere da strumento di pressione per ottenere vantaggi giudiziari, come possibili riduzioni di pena”.
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