La televisione svizzera per l’Italia

Borgo Mezzanone, il ghetto invisibile che sostiene l’agricoltura italiana

Pomodori distrutti sparsi per strada.
KEYSTONE/Georgios Kefalas

La settimana sulla stampa svizzera dedicata all'Italia è un viaggio che attraversa cinque secoli di storia, dai veleni rinascimentali ai campi pugliesi dove si raccolgono i pomodori a due euro l'ora, passando dalle ambizioni presidenziali di Giorgia Meloni e fino alla nostalgia per un calcio che non esiste più.  

Borgo Mezzanone, il ghetto dei braccianti che alimenta la filiera agricola europea

A pochi chilometri da Foggia c’è una città che ufficialmente non dovrebbe esistere. Migliaia di persone vivono tra baracche, rifiuti, collegamenti elettrici improvvisati e servizi igienici quasi inesistenti. È Borgo Mezzanone, il più grande insediamento abusivo d’Europa, raccontato dalla NZZ am SonntagCollegamento esterno in un reportage che getta luce su una delle zone d’ombra dell’agricoltura italiana. 

Qui, scrive il domenicale, vivono soprattutto migranti provenienti dall’Africa occidentale, dall’Afghanistan e dal Pakistan. Molti sono impiegati nella raccolta di pomodori, ortaggi e frutta nelle campagne del Sud. Con il passare degli anni, la tendopoli si è trasformata in una sorta di città parallela che funziona secondo regole proprie. 

La NZZ am Sonntag descrive una realtà fatta di povertà estrema, ma anche di straordinaria capacità di adattamento. I residenti vivono spesso in condizioni sanitarie precarie, con accesso limitato all’acqua e all’elettricità. Molti non possiedono documenti regolari e hanno enormi difficoltà a uscire da una situazione che li intrappola tra lavoro nero e clandestinità.  

Al centro del sistema, spiega ai lettori elvetici il domenicale zurighese, c’è il fenomeno del caporalato. Intermediari illegali, che reclutano manodopera per le aziende agricole, organizzano i trasporti e trattengono una parte dei salari. In alcuni casi, sostiene il giornale, i lavoratori finiscono per guadagnare appena pochi euro all’ora dopo giornate massacranti nei campi. Dietro questo meccanismo si muovono spesso interessi riconducibili alla criminalità organizzata locale.  

Non mancano i tentativi di contrastare questa realtà. Organizzazioni come “No Cap” cercano di mettere in contatto lavoratori e agricoltori disposti ad assumere in regola il personale, mentre sindacati e associazioni offrono consulenza e corsi di lingua. I risultati, però, restano limitati rispetto alle dimensioni del fenomeno.  

Particolarmente severo è il giudizio della NZZ am Sonntag sulla gestione politica della questione. Il settimanale sottolinea come un progetto finanziato con fondi europei per sostituire le baracche con abitazioni dignitose sia rimasto sostanzialmente bloccato, fino alla perdita delle risorse previste. Un’occasione sfumata, che lascia migliaia di persone in una sorta di limbo permanente. 

Il risultato è una contraddizione difficile da ignorare: una parte della filiera agricola che rifornisce i supermercati europei continua a poggiare sul lavoro di uomini invisibili, indispensabili per l’economia eppure esclusi dalla società. Un paradosso che, conclude il domenicale, assomiglia sempre meno a un’emergenza temporanea e sempre più a un sistema consolidato.

Ogni settimana proponiamo un riassunto dei temi che riguardano l’Italia di cui si è occupata la stampa della Svizzera tedesca e francese. Se vi interessa riceverla comodamente nella vostra casella di posta elettronica, potete abbonarvi alla nostra newsletter gratuita “La selezione della settimana”.

Giorgia Meloni con Sergio Mattarella.
Secondo journal.21.ch, Giorgia Meloni mediterebbe la sua salita al Colle. EPA/FRANCESCO AMMENDOLA

Meloni punta al Colle? La destra italiana prepara la partita del potere

Dalla Puglia bruciata dal sole, alle aule parlamentari. Se sul piano internazionale Giorgia Meloni continua a raccogliere consensi e ad accreditarsi come interlocutrice affidabile in Europa e nella NATO, sul fronte interno il bilancio appare più controverso. È questa la tesi sviluppata da Journal21Collegamento esterno, che analizza l’ultima fase della legislatura italiana e le prospettive della premier in vista delle elezioni del prossimo anno.  

Secondo il portale svizzero, il Governo può certamente rivendicare un elemento che in Italia non è mai scontato: la stabilità. Dopo anni di maggioranze fragili e governi effimeri, l’esecutivo guidato da Meloni ha garantito una continuità politica rara nella storia recente del Paese. Tuttavia, osserva Journal21, la stabilità non si è tradotta automaticamente in risultati economici tangibili. La crescita resta debole, la produzione industriale è da diversi anni in calo, i salari continuano a essere tra i più bassi d’Europa e il debito pubblico limita pesantemente i margini di manovra dello Stato.  

Anche sul terreno delle riforme il cammino è stato accidentato. La riforma della giustizia, ricorda il portale, è stata respinta da milioni di elettori e il progetto di autonomia differenziata è stato ampiamente ridimensionato dagli interventi della Corte costituzionale. Due battute d’arresto che hanno lasciato segni evidenti nell’azione di Governo.  

In questo contesto prende forma l’ipotesi che anima il dibattito politico italiano: Meloni vuole davvero restare a Palazzo Chigi o guarda già al Quirinale? Come scrive Journal21, la leader di Fratelli d’Italia avrebbe lasciato intendere un interesse per la presidenza della Repubblica e dunque per la futura successione a Sergio Mattarella, il cui mandato scade nel 2029 ma che potrebbe anche decidere di farsi da parte prima del termine.  

La chiave di questa strategia, sottolinea il portale elvetico, sarebbe una nuova legge elettorale. Il progetto attribuirebbe un consistente premio di maggioranza alle coalizioni capaci di superare il 42 per cento dei voti, garantendo loro così una larga superiorità parlamentare. Per i sostenitori si tratta di uno strumento per assicurare governabilità; per gli oppositori, invece, di una riforma che rischia di alterare gli equilibri democratici e di concentrare troppo potere nelle mani della maggioranza vincente.  

La partita è aperta e promette di infiammare il prossimo anno politico. Dietro la discussione sulle regole elettorali si nasconde infatti una questione più profonda: quale assetto istituzionale avrà l’Italia del futuro e chi sarà chiamato a interpretarlo. Per Journal21, il vero scontro non riguarda soltanto il prossimo Governo, ma l’equilibrio stesso dei poteri della Repubblica. 

Paolo Rossi esulta dopo il suo gol del 3-2 definitivo.
Paolo Rossi esulta dopo il suo gol del 3-2 definitivo. AP Photo/File

Italia-Brasile 1982, il giorno in cui il pragmatismo sconfisse la bellezza

Mentre negli Stati Uniti il Mondiale entra nella sua fase decisiva, WatsonCollegamento esterno torna indietro di 44 anni per raccontare una partita diventata leggenda. Quella tra Italia e Brasile del 5 luglio 1982 non mise in palio soltanto una qualificazione: fu una sfida destinata a entrare nella storia del calcio, ancora oggi ricordata come uno dei match più iconici mai disputati ai Mondiali. 

Alla vigilia, il Brasile incarnava l’essenza stessa del calcio spettacolo. Zico, Sócrates, Falcão, Éder e Júnior guidavano una squadra che sembrava giocare seguendo una logica diversa da quella del risultato. I verdeoro, sottolinea il portale, affascinavano il mondo con tecnica, fantasia e un’idea quasi romantica del gioco. Dopo le brillanti prestazioni nella fase iniziale del torneo, molti li consideravano già campioni.  

L’Italia si presentava invece con ben altre credenziali. Gli azzurri avevano superato il primo turno senza vincere una sola partita e venivano criticati duramente da stampa e tifosi. Il commissario tecnico Enzo Bearzot era sotto pressione, scrive Watson, mentre la convocazione di Paolo Rossi suscitava polemiche continue. Reduce dalla squalifica per lo scandalo del Totonero, l’attaccante appariva lontanissimo dalla forma migliore.  

Eppure, proprio Rossi sarebbe diventato il protagonista assoluto della partita. Come ricorda Watson, dopo appena cinque minuti portò in vantaggio l’Italia. Il Brasile reagì immediatamente con Sócrates, ma un errore difensivo consentì ancora a Rossi di firmare il 2-1. Nella ripresa Falcão ristabilì la parità con uno dei gol più belli del torneo. Sembrava l’inizio della rimonta brasiliana.  

Invece arrivò il colpo decisivo. Al 74esimo minuto, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Paolo Rossi segnò il suo terzo gol personale. Un “hat-trick” destinato a entrare nella storia del calcio mondiale. Da quel momento iniziò la resistenza italiana.  

Per Watson, quella partita rappresenta molto più di un semplice risultato sportivo. È lo scontro simbolico tra due filosofie: da una parte la ricerca della bellezza, dall’altra il culto dell’efficacia. Quando l’arbitro fischiò la fine, il Brasile più amato di sempre era eliminato. L’Italia avrebbe poi conquistato il titolo mondiale battendo Polonia e Germania Ovest.  

Il paradosso, secondo Watson, è che, a distanza di oltre quarant’anni, molti ricordano con maggiore affetto gli sconfitti, piuttosto che i vincitori. La squadra di Sócrates, Falcao e Zico è entrata nell’immaginario collettivo come un capolavoro incompiuto, mentre l’Italia rimane l’esempio perfetto di come, nel calcio, la bellezza non basti sempre per vincere.

Calcio Storico Fiorentino
Firenze, una celebrazione del Calcio Storico Fiorentino, nato attorno al XVI secolo. EPA/Claudio Giovannini

La lunga ombra della Congiura dei Pazzi contro i Medici

Chiudiamo con un salto nel Rinascimento. In un ampio articolo dai toni quasi saggistici, la Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno (NZZ) ripercorre una delle vicende più celebri della storia italiana: la Congiura dei Pazzi. Dall’attentato contro i Medici nel Duomo di Firenze, nel 1478, il quotidiano segue il filo di rivalità, vendette e lotte di potere che, quasi cinquant’anni più tardi, contribuirà a condurre al Sacco di Roma.  

La Firenze dell’epoca è una repubblica solo sulla carta. Dietro le istituzioni cittadine, spiegano gli storici citati dal quotidiano svizzero, agisce il sistema di potere costruito dalla famiglia Medici, capace di controllare incarichi pubblici, alleanze economiche e rapporti sociali. In questo contesto cresce la frustrazione dei Pazzi, famiglia ricca e influente che si sente esclusa dai centri decisionali. 

La rivalità si trasforma in guerra politica, scrive la NZZ, quando entrano in scena altri attori: l’arcivescovo Francesco Salviati, il duca di Urbino Federico da Montefeltro e soprattutto papa Sisto IV, irritato anche dalla perdita di importanti affari finanziari passati ai rivali dei Medici. Nasce così la congiura che culmina il 26 aprile 1478 nei fatti avvenuti nel Duomo di Firenze. 

Il piano riesce solo a metà. Giuliano de’ Medici viene ucciso sotto i colpi degli attentatori, trafitto da numerose coltellate, mentre Lorenzo riesce a salvarsi rifugiandosi nella sacrestia. È l’inizio della controffensiva. Come racconta la Neue Zürcher Zeitung, le ore successive vedono esplodere una violenza feroce: impiccagioni, esecuzioni sommarie e linciaggi travolgono i congiurati. Mentre Firenze si schiera in massa dalla parte dei Medici. 

Ciò che rende affascinante il racconto del giornale non è tanto la descrizione dell’attentato, quanto la sua lettura di lungo periodo. Ogni vendetta genera una nuova vendetta. I protagonisti cambiano, le generazioni si susseguono, ma il conflitto continua. Dalla restaurazione dei Medici a Firenze fino alle lotte tra i papi della famiglia Medici e i Della Rovere, la rivalità continuerà a produrre nuove crisi. 

L’epilogo arriva nel 1527. Roma viene travolta dai lanzichenecchi imperiali mentre Francesco Maria della Rovere, discendente di una delle famiglie ostili ai Medici e comandante delle forze che avrebbero potuto intervenire, evita di correre in soccorso di papa Clemente VII, figlio naturale di Giuliano de’ Medici. Per la NZZ, questa scelta equivale a una vendetta raffinata, consumata senza colpire direttamente ma lasciando che il nemico soccomba alla propria rovina. 

Il quotidiano conclude con una riflessione che supera la semplice cronaca storica. Le istituzioni funzionano finché le regole condivise vengono rispettate. Quando prevalgono l’arbitrio, la logica di clan e il desiderio di rivalsa, la politica lascia spazio alla spirale della violenza. Una lezione rinascimentale, conclude la Neue Zürcher Zeitung, che conserva un’eco sorprendentemente contemporanea.

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