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Tra Svizzera e Italia esiste una rete universitaria. Ma non ancora un sistema

Un'aula dell'Università della Svizzera italiana a Lugano.
Un'aula dell'Università della Svizzera italiana a Lugano. Keystone / Gaetan Bally

Da trent’anni il Ticino aspira a collegare il mondo accademico svizzero a quello lombardo. Le relazioni tra Università della Svizzera italiana, Politecnici di Zurigo e Milano sono oggi concrete, ma diseguali: l’asse Lugano-Zurigo è più istituzionalizzato, mentre quello verso Milano dipende soprattutto da persone e programmi mirati. “Un Davide e due Golia”, dice il rettore ad interim dell’USI Gabriele Balbi.

Maggio 1995. In un grotto del Mendrisiotto, l’allora consigliere di Stato ticinese Giuseppe Buffi fa sedere allo stesso tavolo i delegati del mondo universitario svizzero e i rettori delle università di Milano (la Statale e la Cattolica), Pavia e Bocconi . Sulla carta doveva essere una riunione operativa. Di fatto aveva anche una forte valenza politica. Buffi cercava di mostrare ai rappresentanti del mondo universitario svizzero che un ateneo  nella Svizzera italiana avrebbe potuto rafforzare i legami con la Lombardia e con il sistema accademico del Nord Italia.

“Voi pensate che il Ticino sia un bel balcone affacciato sull’Africa, invece si affaccia innanzitutto sulla Lombardia”, disse secondo una testimonianzaCollegamento esterno dell’epoca. Gli atenei lombardi, aggiunse, accoglievano da soli più studenti di tutte le università svizzere messe insieme. “L’USI potrebbe diventare il ponte naturale capace di favorire gli scambi e le relazioni tra i nostri due mondi”.

Un anno dopo nasceva l’Università della Svizzera italiana (USI). Trent’anni più tardi, il ponte immaginato da Buffi esiste davvero? Tra il Politecnico di Milano, il Politecnico federale di Zurigo (ETH Zürich) e l’USI non c’è un accordo quadro trilaterale né una governance comune. Esistono però flussi di studenti, cattedre congiunte, programmi europei, progetti di ricerca e carriere che attraversano il confine.

La questione non è quindi soltanto se esista un sistema universitario italo-svizzero, ma che tipo di sistema sia: integrato o asimmetrico, cooperativo o competitivo.

Oltre la “fuga dei cervelli”

Per lungo tempo, il rapporto fra università italiane e svizzere è stato letto attraverso la lente della fuga dei cervelli: persone formate in Italia che proseguono la carriera in Svizzera, attirate da maggiori risorse, migliori condizioni di ricerca e salari più elevati.

Questa lettura coglie una parte del fenomeno, ma non lo esaurisce. “Dal punto di vista strutturale e ufficiale c’è un sistema universitario italiano e un sistema universitario svizzero, che sono profondamente distinti”, spiega Gabriele Balbi, rettore ad interim dell’USI. “Non esiste qualcosa di ufficiale o strutturato. Esiste però una circolazione molto forte di talenti e di studenti tra i due Paesi”.

All’USI questa circolazione è particolarmente visibile. Nell’anno accademico 2025–2026, l’ateneo conta 4’750 studenti e studentesse; il 49% proviene dall’Italia, contro il 21% dal Ticino e il 10% dal resto della Svizzera. “È abbastanza naturale, perché a sud abbiamo un bacino importante che si chiama Lombardia, ma anche il Piemonte”, osserva Balbi.

Il flusso dei ricercatori rimane tuttavia sbilanciato. “È vero che sono più numerosi gli italiani che vanno nelle università svizzere rispetto agli svizzeri che vanno nelle università italiane”, ammette il rettore. “È però anche vero che esistono casi nella direzione opposta”. Balbi cita un suo ex dottorando all’USI, oggi professore assistente  al Politecnico di Milano.

Parlare di circolazione, dunque, permette di vedere i movimenti in entrambe le direzioni, ma non cancella le differenze strutturali fra i due sistemi. L’Italia resta un grande bacino di formazione; la Svizzera dispone, in media, di condizioni più attrattive per la ricerca. La mobilità è reale, ma continua a svilupparsi in un contesto caratterizzato da forti asimmetrie.

“Un Davide e due Golia”

La differenza di scala è evidente. ETH Zürich conta 26’942 studenti, inclusi oltre 4’200 dottorandi. Il Politecnico di Milano ne dichiara 49’395 nell’anno accademico 2025–2026. L’USI, con 4’750 iscritti, ha circa un sesto degli studenti dell’ETH e meno di un decimo di quelli del Politecnico.

“Se vogliamo costruire una triangolazione tra USI, ETH e Politecnico di Milano, abbiamo due giganti e un piccolo soggetto: un Davide e due Golia”, afferma Balbi. “La grandezza e la storicità dei due politecnici sono imparagonabili rispetto all’USI. Oltretutto, noi non siamo un politecnico”.

Pur nella forte differenza di scala, le tre istituzioni possono essere lette anche come complementari: l’ETH come polo globale della ricerca, il Politecnico di Milano come grande bacino di formazione tecnico-scientifica e l’USI come nodo più piccolo, radicato nel sistema svizzero ma vicino linguisticamente e territorialmente all’Italia.

La prossimità geografica non basta però da sola a creare una relazione a tre lati equivalenti. Le collaborazioni si sviluppano per progetti, convenzioni bilaterali e rapporti fra singoli dipartimenti o docenti.

Balbi mette inoltre in discussione la metafora sulla quale si è costruita una parte dell’identità dell’ateneo. “Ponte è una parola che secondo me è difficile sostenere. Ci sono molte collaborazioni tra il Politecnico di Milano e il Politecnico di Zurigo che non hanno a che fare con l’USI. Onestamente, non credo che la tesi dell’essere un ponte sia corretta. È invece corretta la tesi secondo cui abbiamo rapporti con entrambe le istituzioni”.

L’asse Lugano–Zurigo è il più strutturato

I dati forniti dall’USI mostrano che il rapporto con l’ETH è oggi più istituzionalizzato di quello con il Politecnico di Milano. Tra USI ed ETH risultano attivi cinque progetti di ricerca comuni. In medicina, un accordo di partenariato prevede che studenti e studentesse provenienti dal Bachelor dell’ETH possano accedere prioritariamente al Master in Medicina dell’USI. In informatica avvengono inoltre scambi di alcuni mesi fra i due atenei.

Il legame più visibile è quello delle cattedre congiunte: Federica Sallusto in immunologia, Andrea Alimonti in ambito oncologico e Massimo Filippini in economia politica. Nell’agosto 2026 si aggiungerà Aline Bütikofer, nominata professoressa ordinaria congiunta di economia sanitaria.

I rapporti con il Politecnico di Milano hanno invece una struttura diversa. Secondo le informazioni trasmesse dall’USI, non vi sono attualmente progetti di ricerca veri e propri in corso fra i due atenei. Esistono legami individuali – Cesare Alippi, per esempio, insegna sia alla Facoltà di scienze informatiche dell’USI sia al Politecnico di Milano – e due iniziative europee dedicate soprattutto alla formazione avanzata.

La prima è EUMaster4HPCCollegamento esterno, un programma paneuropeo di Master in High Performance Computing che ha previsto percorsi di doppio titolo, tra l’altro, fra Politecnico di Milano e USI. La seconda è DatavystsCollegamento esterno, una rete di dottorato Marie Skłodowska-Curie finanziata da Horizon Europe e dedicata all’incontro fra scienza dei dati, intelligenza artificiale e innovazione sociale.

Questa sproporzione rende prudente parlare di “triangolo”: i tre lati non hanno lo stesso spessore. Fra Lugano e Zurigo vi sono cattedre, ricerca, mobilità e un percorso formativo medico. Fra Lugano e Milano prevalgono, per ora, collaborazioni formative e reti personali.

Il CSCS, un ponte precedente all’USI

L’ambizione di fare del Ticino una cerniera scientifica è più antica dell’USI. Alla fine degli anni Ottanta, anche la scelta di insediare a Manno il Centro svizzero di calcolo scientifico (CSCSCollegamento esterno), tuttora parte integrante del Politecnico federale di Zurigo e oggi situato a Lugano, rispondeva a una logica di decentramento federale e apertura internazionale.

In un saggio storicoCollegamento esterno pubblicato nel 2022, Paolo Bory, Ely Lüthi e Gabriele Balbi mostrano come il CSCS fosse concepito non soltanto quale infrastruttura strategica nazionale, ma anche come ponte verso i partner scientifici del Nord Italia industrializzato e, più in generale, verso l’Europa. Il centro avrebbe dovuto rafforzare i rapporti con la regione italofona e, nello stesso tempo, inserire la Svizzera nelle nuove reti internazionali del supercalcolo.

Il parallelo con l’USI è istruttivo. In entrambi i casi, la retorica del ponte ha svolto una funzione politica: convincere la Confederazione che investire a sud delle Alpi non significava finanziare una periferia, ma aprire una porta verso l’esterno.

I fondi contano più delle metafore

Come rendere allora più stabili le relazioni accademiche transfrontaliere senza fingere che i sistemi nazionali possano fondersi?

“Per istituzionalizzare i rapporti credo che servano fondi destinati alla costruzione di reti”, risponde Balbi. “Non mi faccia dire che dovremmo fonderci con l’Italia. Sarebbe inimmaginabile, impossibile da realizzare e anche sbagliato”. Per il rettore, la vicinanza linguistica e culturale, insieme agli interessi scientifici comuni, potrebbe invece tradursi in bandi transfrontalieri, programmi bilaterali, doppie cattedre e doppi diplomi.

Il quadro europeo offre oggi una leva in più. Dal 10 novembre 2025 la Svizzera è nuovamente associata a Horizon Europe; l’associazione si applica retroattivamente ai bandi finanziati dal bilancio 2025. Gli enti svizzeri possono partecipare e coordinare consorzi alle stesse condizioni di quelli degli Stati membri dell’Unione Europea.. È una condizione favorevole, non una garanzia: i programmi europei creano opportunità, ma non sostituiscono una strategia condivisa fra istituzioni.

È qui che il “sistema senza nome” mostra insieme la sua forza e il suo limite. La rete italo-svizzera esiste perché migliaia di persone attraversano il confine e perché singoli gruppi sanno costruire collaborazioni. Ma, fuori dall’asse più strutturato fra USI ed ETH, dipende ancora in larga misura dall’iniziativa dei singoli e dalla durata dei finanziamenti.

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