Riapre dopo quattro anni il Salone dell’Auto di Ginevra
Un tempo considerato l'appuntamento europeo di maggior rilievo per il settore, oggi si presenta in un formato ridotto e conta solo 15 anteprime mondiali, quasi tutte cinesi. Il Salone dell'Auto resterà aperto fino a domenica 3 marzo.
È un Salone in versione ridotta. Assenti i gruppi giapponesi e coreani, mentre fra i marchi europei spicca Renault, tra i pochi presenti insieme alla controllata Dacia, che svela l’attesa R5 elettrica con prezzo di attacco di circa 25’000 euro.
Fra le altre novità, occhi puntati sulla società cines eByd, che presenta una vasta gamma di modelli, fra cui la Seal che ha partecipato, prima volta per un costruttore cinese, al premio Car of the Year, vinto dalla Renault Scenic elettrica. A Ginevra sarà presentata la versione ibrida plug-in della Seal pronta a debuttare in Europa.
+ Il Salone dell’Auto di Ginevra in vendita
Sempre da Byd arriva il suv elettrico a 7 posti Tang a trazione integrale che promette un’autonomia fino a 530 km. Il marchio di lusso di Byd, Yangwang, presenterà invece il super suv U8 da oltre 140’000 euro con quattro motori indipendenti e tanta potenza. Sempre Yangwang ha presentato domenica a Shanghai la supercar U9, anch’essa con quattro motori e una potenza di 1300 CV. L’obiettivo è sfidare Ferrari e Lamborghini che presenteranno i loro primi modelli elettrici nel 2025 e nel 2028.
Violazione dei diritti umani
Proprio in concomitanza con l’apertura del Salone ginevrino, la Società per i popoli minacciati (SPM), l’Associazione dei giovani tibetani in Europa (VTJE) e l’Associazione Uiguri Svizzera lanciano un all’arme: l’assemblaggio delle auto elettriche viola i diritti umani.
Secondo le tre Ong, l’estrazione di materie prime dedicata alla produzione di queste macchine ha ripercussioni negative per le popolazioni vulnerabili di molte regioni asiatiche.
Le Ong colgono l’occasione del Salone dell’Auto per puntare i riflettori sul lato più oscuro e meno noto della transizione energetica nel mondo automobilistico, ovvero la corsa all’estrazione di minerali e metalli come ad esempio grafite, nichel, rame, litio, cobalto e manganese per quanto concerne l’assemblaggio delle loro batterie.
Le Ong citano uno studio pubblicato lo scorso anno dalla rivista scientifica “Nature Sustainability”, il quale mostra che più della metà dei depositi minerali sfrutta territori indigeni. In molti luoghi, questa corsa sfrenata sta portando a procedure di autorizzazione accelerate, che comportano rischi ambientali e sociali.
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