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Le complicazioni del "Made in Switzerland"

tvsvizzera

Il Toblerone e altri prodotti tipici non saranno più svizzeri. Una legge, che vorrebbe difendere l'elveticità dei prodotti, limita paradossalmente l'utilizzo del marchio

Questo contenuto è stato pubblicato il 10 ottobre 2016 - 12:03

Toblerone e biscotti Kambly dal 2017 non saranno più considerati "prodotti svizzeri". Tutto merito di una nuova legge che, paradossalmente, vorrebbe proteggere l'elveticità delle derrate, ma che — di fatto — in alcuni clamorosi casi sortisce proprio l'effetto contrario. L'80% delle materie prime degli elaborati alimentari (nel caso dei latticini il 100%) dovrà essere di produzione svizzera, pena la rinuncia di stemmi, diciture, bandierine e molto altro ancora.

Le nuove regole sull'«elveticità» dei prodotti tvsvizzera

Il mondo politico si è già espresso. Le ordinanze sono pronte a "entrare in azione". Ma che cosa ne pensa l'industria, settore direttamente toccato dalle nuove regole? Ce lo racconta Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese dell'industria, dell'artigianato e dei serviziLink esterno, associazione che — tra le altre cose — tutela gli interessi degli imprenditori: "Questa misura pone importanti problemi di competitività sul mercato internazionale". (guarda il video).

Se il "marchio Svizzera" gode di una straordinaria notorietà a livello internazionale e "garantisce a chi lo usa un fondamentale valore aggiunto" (come si legge nel testo introduttivo dell'ordinanzaLink esterno) è anche vero che, per la prima volta nella storia, la reputazione di prodotti e servizi rossocrociati, secondo uno studio dell'Università di San Gallo, è superata dal "made in Germany" (vedi articoli correlati).

Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese e anche presidente del comitato della Camera di commercio e dell'industria della Svizzera RSI

"È anche vero che nel computo della percentuale si aggiungono i costi di ricerca e sviluppo — continua Albertoni —, ma spesso questo non basta per arrivare al valore che permette di fregiarsi dell'ambita qualifica. D'altronde non vuol nemmeno dire che una percentuale superiore garantisca per forza una qualità elvetica: noi siamo dell'idea che un certo comportamento imprenditoriale debba rientrare nel calcolo della percentuale. Tuttavia non se n'è fatto nulla", conclude, sottolineando come tra le aziende colpite ci siano le mitiche fabbriche di cioccolato ticinesi, la Chocolat Stella di Giubiasco e la Alprose di Caslano.

"È tutto più complicato e più burocratico, ci sono ancora parecchie incognite e con la nostra associazione di categoria stiamo preparando una lista di eccezioni — racconta Alessandra Alberti, direttrice dell'azienda sopracenerina —. Esportiamo tavolette, praline e tanti altri prodotti in 50 paesi nel mondo e siamo ben contenti di utilizzare, per esempio, solo latte svizzero. Tuttavia quello senza lattosio o quello kosher sono specialità che non si trovano e dobbiamo comprarle all'estero. E se fino ad oggi potevamo dire che il cioccolato è prodotto in Svizzera, dal 1° gennaio non farà più stato il luogo di fabbricazione, ma la provenienza delle materie prime". Non solo: per Alberti c'è pure un grande pericolo: "La tentazione per molti produttori potrebbe essere quella di indicare che la massa è stata preparata in Svizzera e poi colata nelle forme di un altro paese. Non è questo che si voleva ottenere con queste nuove leggi".

Alessandra Alberti, direttrice della Chocolat Stella a Giubiasco, una fra le ditte più interessate in Ticino ai cambiamenti della legge per l'«elveticità» dei prodotti RSI

Insomma, per dirla con Albertoni "queste regole sono complesse e implicano più lavoro per una protezione dell'«elveticità» che non siamo sicuri sarà molto superiore a quella di oggi..."

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Per saperne di più:

L'ordinanza "per la difesa dell'elveticità" onlineLink esterno

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