Il capitale di UBS infiamma il dibattito
Bocciando la proposta della commissione degli Stati, il professore emerito Urs Birchler afferma che solo un'abbondante dotazione di capitale proprio può rendere UBS sicura e competitiva, e non le obbligazioni AT1 che si sono dimostrate inefficaci.
Il dibattito sui requisiti di capitale per UBS s’infiamma. Urs Birchler, professore emerito all’università di Zurigo e uno dei padri delle normative “too big to fail” elvetiche, boccia la proposta avanzata dalla commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio degli Stati (CET-S) e smonta i principali argomenti portati avanti dalla banca.
“L’asserito conflitto di fondo tra competitività e sicurezza non esiste affatto”, argomenta l’esperto in un’intervista pubblicata dal portale finanziario Cash. “Una banca ben capitalizzata è sempre più competitiva, a lungo termine, di un istituto con capitali scarsi”. Birchler cita gli esempi della crisi di Credit Suisse (CS) nel 2023 e di UBS nel 2008. “Se si vuole avere successo come banca, servono mezzi propri abbondanti, senza non funziona”.
Come noto lunedì la commissione degli Stati ha proposto di dotare le filiali estere di UBS per il 50% di capitale primario di classe 1 (CET1) e per il 50% di obbligazioni AT1 (il cui valore può essere azzerato in caso di difficoltà della società, come avvenuto nel caso di CS). Il Consiglio federale, dopo il crac di Credit Suisse, aveva invece suggerito una copertura integrale con CET1. L’attuale regime prevede il 45% di CET1 e il 15% di AT1.
La soluzione della CET-S – chiede il giornalista – è convincente? “Per nulla”, risponde Birchler. “L’idea alla base delle obbligazioni AT1 è valida. Se una banca in crisi non riesce più a ottenere finanziamenti da nessuno, le obbligazioni possono essere convertite in capitale proprio, consentendo così all’impresa di risanarsi, almeno in parte. Questo in teoria: nella pratica, però, non è così semplice”.
Altri sviluppi
“Congratulazioni al dipartimento di lobbying di UBS”
Vi sono infatti dei problemi. “In primo luogo, occorre individuare il fattore scatenante – il “trigger” – che avvia la conversione del capitale di terzi in capitale proprio. Ciò può avvenire quando il coefficiente di capitale proprio scende al di sotto di una certa soglia, in modo automatico o per ordine delle autorità. Ma è proprio qui il punto cruciale. Diventa di dominio pubblico che la banca ha gravi problemi. A quel punto, a salvarsi sono quelli con le scarpe da ginnastica migliori, in modo da essere i primi allo sportello: o meglio, quelli con il cellulare più veloce”, ironizza.
Sul tema dei costi, l’ex docente di economia bancaria è categorico. “Non capisco perché le AT1 dovrebbero costare meno del capitale primario. Almeno quelle obbligazioni che assorbono le perdite prima delle azioni sono più rischiose: per esse la banca paga anche un premio per il rischio più alto”. E aggiunge: “Il rapporto di ripartizione tra capitale proprio e capitale di debito come le AT1 non ha assolutamente alcun ruolo in termini di costi. Questa considerazione si basa sugli economisti Franco Modigliani e Merton Miller, premiati con il Nobel: chiunque può provare a confutarla, se vuole”.
Servono miliardi? “Una sciocchezza”
All’affermazione della banca secondo cui servirebbero miliardi per soddisfare requisiti più stringenti, lo specialista risponde ricorrendo a un’espressione dialettale, “Chabis”. “Questa è – con tutto il rispetto – una sciocchezza: la banca distribuisce miliardi agli investitori. Se UBS trattenesse i propri programmi di riacquisto di azioni e gli utili, riuscirebbe a raccogliere il capitale necessario in tempi piuttosto rapidi. Ma soprattutto: quei miliardi in più di capitale proprio non sono dei costi. Si tratta semplicemente di denaro che la banca mette da parte per i tempi difficili. I soldi non sono andati persi, appartengono ancora alla banca, proprio sotto forma di fondi propri”.
Ma che cosa dire agli azionisti che temono uno stop ai dividendi? “Gli investitori che si comportano così non sono buoni investitori”, sostiene il professionista con trascorsi professionali presso la Banca nazionale svizzera (BNS). “Se il denaro non viene distribuito, l’azienda diventa più preziosa. È un mito che gli azionisti diventino più ricchi grazie ai dividendi: il denaro appartiene loro, anche quando resta in banca. La moneta da cinque franchi non sparisce quando cade nel salvadanaio”.
Sulla liquidità, spesso indicata come il vero problema dopo il crollo del Credit Suisse, Birchler è netto: “L’argomento suona come: non si muore di polmonite, ma di febbre. È inconsistente. Una cattiva gestione porta al consumo di capitale proprio e il consumo di capitale proprio porta a deflussi di liquidità. Con la classica corsa agli sportelli i problemi diventano visibili solo alla fine. I problemi sottostanti – cattiva gestione e mezzi propri in calo – possono essere nascosti per un po’”.
I rischi
Quanto ai rischi attuali, il professore mette in guardia: “L’andamento attuale di UBS è buono. Ma lo era anche nel 2007. E al momento ci sono diversi rischi macroeconomici, primo fra tutti l’enorme indebitamento di paesi come gli Stati Uniti e l’euforia per i titoli dell’intelligenza artificiale”.
“Prevedere una crisi è molto difficile”, osserva l’autore di “Das Einmaleins des Geldes”, saggio sul denaro e sulla politica monetaria. “Ed è altamente probabile che saremo nuovamente colpiti da una crisi bancaria. Ma questo significa forse che non si debbano adottare misure precauzionali? Sarebbe una negligenza. È proprio perché la prossima valanga è in arrivo che ha senso erigere barriere protettive”.
Il trasferimento della sede di UBS all’estero potrebbe forse preservare la Svizzera dalle conseguenze di una crisi? “Improbabile”, replica l’intervistato. “UBS potrebbe spostare la sua sede fuori dal paese, ma non le proprie attività commerciali. Probabilmente continuerebbe a gestire il settore delle ipoteche con i proprietari di immobili elvetici. Lo stesso vale per il settore della clientela aziendale con la maggior parte delle imprese. Un eventuale fallimento di UBS si farebbe naturalmente sentire anche in Svizzera. Non mi aspetterei però uno scenario catastrofico”, conclude.
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