fisco Frontalieri, un'intesa che soddisfa Roma e Berna

Di Leonardo Spagnoli
Ignazio Cassis (in primo piano) e i negoziatori Valentino Rosselli e Daniela Stoffel (DFF)

Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis (in primo piano) e i negoziatori Valentino Rosselli e Daniela Stoffel del Dipartimento federale delle finanze durante la conferenza stampa a Bellinzona.

Keystone / Elia Bianchi

Per i negoziatori svizzeri l'accordo firmato oggi avvantaggia entrambe le parti e rilancia le intense e proficue relazioni italo-svizzere.

Di ritorno da Roma, dove la firmato con il viceministro dell'economia Antonio Misiani il nuovo accordo italo-svizzero sull'imposizione fiscale dei frontalieriLink esterno, la segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali Daniela Stoffel ha illustrato a Bellinzona, insieme al ministro degli Esteri Ignazio Cassis, i dettagli del testoLink esterno concordato.

Confermate nell'insieme tutte le anticipazioni che erano trapelate nelle scorse settimane, quando dopo un lungo periodo di stallo, seguito alla parafatura della precedente (e controversa da parte italiana) intesa, si è avuta un'improvvisa accelerazione delle trattative tra Berna e Roma.

Fine della tassazione esclusiva (ma non per tutti)


Le ulteriori misure di Roma: Da parte italiana si provvederà a integrare e completare le norme internazionali con disposizioni specifiche interne di sua competenza. Nel protocollo sottoscritto da sindacati e Ministero dell'economia e delle finanze è previsto che la franchigia fiscale per i nuovi frontalieri e per quelli oltre 20 km dal confine sarà innalzata a 10'000 euro. Verrà inoltre riconosciuta la deducibilità degli assegni familiari svizzeri e dei contributi di prepensionamento. Inoltre Roma si è impegnata a creare un fondo a favore dei comuni di frontiera che verranno a perdere i ristorni versati attualmente dai cantoni.

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Dall'entrata in vigore dell'accordo, verosimilmente nel gennaio 2023 - quando sarà concluso l'iter di ratifica nei rispettivi parlamenti - finirà il regime di tassazione esclusiva nel paese in cui viene svolta l'attività lavorativa.

Questo potrà trattenere, secondo quanto recita l'articolo 3, fino all'80 per cento delle imposte alla fonte sui redditi dei nuovi frontalieri, che saranno a loro volta tassati dallo Stato di residenza secondo le proprie aliquote, ma verrà loro riconosciuto un credito d'imposta (detrazione di quanto già pagato) per evitare la doppia imposizione. Nel caso specifico poi Roma intende riconoscere una quota di esenzione (franchigia) di 10'000 euro, superiore di 2'500 euro rispetto a quella proposta nell'accordo negoziato nel 2015.

È previsto però, all'articolo 9, un regime transitorio per garantire i diritti acquisiti degli attuali frontalieri: i pendolari che lavorano o hanno lavorato in Ticino, Grigioni e Vallese tra il 31 dicembre 2018 e l'entrata in vigore dell'intesa, continueranno ad essere tassati unicamente dai cantoni svizzeri che saranno ancora tenuti a riversare fino al 2033 ai comuni italiani di frontiera, tramite il meccanismo dei ristorni, il 40 per cento di quanto prelevato alla fonte.

Daniela Stoffel e Antonio Misiani si scambiano il testo dell accordo firmato

Daniela Stoffel e Antonio Misiani si scambiano il testo dell'accordo firmato

Mef - Ufficio Stampa

Un accordo win-win

Così facendo, è stato ripetuto dai protagonisti di questa lunga vicenda, entrambi le parti hanno motivi di soddisfazione. Sul versante italianoLink esterno non viene imposto nessun aggravio fiscale agli attuali 70'000 lavoratori pendolari attivi nella Confederazione, da parte elvetica soprattutto nel Canton Ticino – si allenteranno in prospettiva le tensioni sul mercato del lavoro, all'origine di fenomeni indesiderati come il dumping salariale e, secondo quanto ha osservato il ministro ticinese Christian Vitta (DFE), il cantone potrà contare su "nuove risorse" in un periodo che sarà caratterizzato da "ristrettezze finanziarie". Risorse supplementari quantificabili in "svariate decine di milioni di franchi".

Ma il nuovo testo contiene altri elementi che vengono valutati in modo più che positivo. L'aumento della quota delle imposte trattenute sui lavoratori pendolari all'80 percento, al posto del 70 per cento previsto nel 2015 e, come ha sottolineato sempre il consigliere di Stato ticinese, la tassazione al 100% degli attuali frontalieri dopo 11 anni, quanto nel 2034 verrà meno il meccanismo dei ristorni. 

Va aggiunto anche che il patto fiscale sarà riesaminato dalle due parti ogni cinque anni (articolo 10) e in questo senso si potranno apportare eventuali modifiche che però dovranno essere, a loro volta, concordate. 

Vale anche per i frontalieri svizzeri

Ma la novità è costituita soprattutto dalla reciprocità, aspetto sconosciuto nell'accordo ora in vigore e che permetterà di applicare queste norme - e la relativa tassazione - anche ai circa mille svizzeri occupati, normalmente in posizioni elevate, presso imprese e società nelle province vicine. Anche per costoro, ci ha spiegato il Valentino Rosselli, vicecapo sezione per le questioni bilaterali del Dipartimento federale delle finanze, il fisco elvetico potrà quindi pretendere un contributo sulla quota che gli spetta (un quinto).

Accordo incostituzionale? Con l'intesa sottoscritta da Berna e Roma si introduce un diverso trattamento fiscale, durante il regime transitorio, tra vecchi e nuovi frontalieri. C'è chi ha sollevato la questione della sua costituzionalità. Ignazio Cassis: "Abbiano chiesto alla controparte italiana" spiegazioni in proposito e "ci sono state date garanzie che il problema non sussiste". Del resto già ora esiste un regime diverso tra lavoratori entro e al di là dei 20 km dal confine svizzero.   

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C'era "malessere" a causa dello stallo

Ma al di là delle considerazioni di dettaglio per il ministro degli Esteri Ignazio Cassis la firma odierna è importante perché prelude a un "rilancio globale delle relazioni" tra i due paesi – spesso date per "scontate" e per questo "trascurate" – che hanno tra di loro "una miriade di contatti" a ogni livello.

"Italia e Svizzera scambiano beni e servizi per un miliardo di franchi alla settimana", il Belpaese è "il terzo partner commerciale" della Confederazione, che a sua volta è "il secondo paese italofono al mondo", ha voluto ricordare il consigliere federale, che non ha nascosto "il malessere" indotto dallo stallo che c'era su questo accordo.

Ora, ha continuato Ignazio Cassis, "spero che si apra un nuovo capitolo nei nostri rapporti".  A iniziare dalla questione dell'accesso, di fatto negato, agli operatori finanziari elvetici al mercato italiano. Ma di questo se ne riparlerà già nei prossimi mesi.       

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