Crans-Montana, chiesto un procuratore straordinario tra critiche e sospetti
L'indagine sulla tragica notte del Le Constellation è a un bivio. La richiesta formale di un magistrato esterno al Cantone arriva dopo settimane di polemiche sulla gestione della Procura vallesana, accusata di lentezza e scarsa trasparenza. Intanto, anche l'Italia indaga, mentre emergono critiche a un presunto "sistema Vallese" che fatica ad assumersi le proprie responsabilità.
L’inchiesta sulla strage di Crans-Montana, dove 40 persone hanno perso la vita nell’incendio del club Le Constellation nella notte di Capodanno, entra in una fase di grande tensione. L’avvocata vodese Miriam Mazou, in rappresentanza della famiglia di una delle vittime, ha formalmente richiesto la nomina di un procuratore straordinario esterno al Canton Vallese per guidare le indagini.
La mossa, annunciata durante il telegiornale di lunedì sera su RTSCollegamento esterno, non è un’accusa diretta di parzialità, ma una misura per garantire che l’indagine non solo sia, ma anche appaia, totalmente indipendente. “Credo che la portata senza precedenti di questo dramma e le possibili implicazioni delle autorità che andranno investigate possano essere considerate importanti”, ha spiegato la legale, appellandosi a una specifica disposizione della legge cantonale vallesana.
Nel Canton Vallese la legge prevede la possibilità di nominare un procuratore straordinario quando emergono motivi importanti, come conflitti di interesse o impedimenti che coinvolgono il Ministero pubblico. La nomina di un procuratore straordinario è disciplinata dall’art. 26a della Loi sur l’organisation de la Justice (LOJ ValleseCollegamento esterno).
In prima istanza, la competenza spetta al Bureau du ministère public, l’organo che riunisce la procuratrice generale e i suoi collaboratori di vertice. Se però tutti i membri di questo ufficio risultano ricusati o impossibilitati, la decisione passa al parlamento cantonale, che elegge e fa giurare un magistrato esterno. Questa procedura è pensata per garantire indipendenza e trasparenza in casi delicati, evitando che l’inchiesta sia condizionata da legami locali o sospetti di parzialità.
Pioggia di critiche sulla Procura
La richiesta arriva al culmine di settimane di aspre critiche rivolte alla Procura vallesana e alla sua procuratrice generale, Béatrice Pilloud. L’operato della magistratura è stato definito da più parti lento e opaco. Le principali accuse, emerse da diverse fonti giornalistiche e legali, delineano un quadro di presunte gravi lacune procedurali.
Una delle critiche più sentite riguarda la gestione degli indagati. La decisione di non procedere all’arresto preventivo dei gestori del locale subito dopo la tragedia, ha alimentato una percezione di “lassismo”, come sottolineato dall’avvocato Sébastien Fanti e persino dall’ambasciatore italiano in Svizzera. Il professor Alain Macaluso, direttore del Centro di diritto penale dell’Università di Losanna, ha sostenuto che un fermo temporaneo sarebbe stato cruciale per evitare l’inquinamento delle prove.
Altro punto dolente è la conduzione stessa dell’inchiesta. È emerso che la procuratrice Pilloud, pur essendo il volto pubblico dell’indagine, non la starebbe conducendo personalmente, avendola delegata a una squadra di quattro procuratori, tra cui, inizialmente, faceva parte anche una figura junior. Una scelta che, secondo l’avvocato vallesano Nicolas Rivard, contrasta con l’estrema gravità del caso.
Forse la critica più seria tocca i diritti delle vittime. Diversi legali, tra cui il ginevrino Romain Jordan, si sono detti “scioccati” per l’esclusione delle parti lese e dei loro avvocati dagli interrogatori, una pratica definita in violazione del Codice di procedura penale. La Procura ha giustificato la scelta con la necessità di accelerare i tempi ed evitare fughe di notizie, motivazione ritenuta non valida dalle difese. Secondo Jordan, “non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un diritto fondamentale che non può essere sacrificato per ragioni di opportunità”.
La metodologia investigativa è finita a sua volta nel mirino: l’assenza di una perquisizione immediata e d’ufficio presso il Comune di Crans-Montana, affidandosi invece alla consegna spontanea di documenti, ha alimentato, secondo l’avvocato Jean-Luc Addor (che è anche consigliere nazionale del Canton Vallese), sospetti su possibili “magheggi vallesani”. A ciò si aggiunge un presunto conflitto di interessi, con la Procura che avrebbe proposto alle vittime un avvocato cugino del legale del Comune, un “passo falso” poi ammesso dalla stessa Pilloud.
Tutte critiche che hanno spinto diversi attori a chiedere la nomina di un procuratore straordinario, ritenuto necessario per ristabilire fiducia e trasparenza nell’inchiesta.
La Procura replica
Di fronte a questa ondata di accuse, la Procura ha sempre respinto le critiche, affermando di aver agito “con la massima rapidità compatibile con la complessità del caso” e di voler garantire la trasparenza “nei tempi previsti dalla legge”. La stessa Pilloud, pur difendendo l’operato del suo ufficio, ha ammesso in un’intervista alla RTS: “Ovviamente qualcosa non ha funzionato. Non si possono avere così tante persone morte e ferite e dire che tutto ha funzionato”.
L’Italia indaga
Mentre l’inchiesta svizzera è nel mirino delle critiche, anche la giustizia italiana si è mossa. La procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo in relazione alle sei vittime italiane. I magistrati hanno disposto le autopsie e inviato una rogatoria internazionale per acquisire gli atti dell’indagine elvetica, un passo necessario per valutare eventuali responsabilità dirette.
Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha anche annunciato che l’Italia intende costituirsi parte civile nel procedimento svizzero contro il responsabile del locale al fine di tutelare gli interessi delle vittime italiane e garantire piena chiarezza su quanto accaduto.
Il “sistema Vallese” sotto accusa
La vicenda ha inoltre scoperchiato un dibattito più ampio sul “sistema Vallese”. In un duro editoriale sulla Neue Zürcher ZeitungCollegamento esterno, il giornalista vallesano Samuel Burgener ha parlato di una storica difficoltà del Cantone ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alle catastrofi. L’articolo analizza la tragedia di Crans-Montana inserendola in un contesto storico più ampio, quello di un Vallese che, secondo l’autore, fatica sistematicamente ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alle catastrofi. Attraverso il richiamo a eventi passati come la valanga di Evolène (1999), il disastro del Mattmark (1965) e le recenti inondazioni, l’articolo descrive una cultura del silenzio radicata nel forte controllo sociale dei villaggi alpini, nel rispetto quasi sacrale verso le autorità locali e in un fatalismo di matrice religiosa che attribuisce le tragedie alla natura o al destino.
Viene criticato l’atteggiamento difensivo delle élite vallesane, che respingono le critiche esterne come attacchi alla comunità, mentre la pressione del turismo e degli interessi economici spinge a minimizzare le normative di sicurezza. Il caso Crans-Montana, con il sindaco Nicolas Féraud che si presenta come vittima anziché come potenziale responsabile e con una procura sottodimensionata chiamata a indagare sulle stesse autorità che l’hanno nominata, viene presentato dalla NZZ come l’ennesimo capitolo di un sistema che protegge i propri membri e perpetua l’impunità.
Critiche di clientelismo e una gestione opaca del potere sono state mosse da diversi media svizzero-tedeschi.
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Il presidente del Governo vallesano, Mathias Reynard, ha respinto le accuse parlando di “arroganza” e “pregiudizi” della stampa svizzero-tedesca, pur ammettendo l’esistenza di casi di clientelismo da combattere. Tuttavia, ha espresso piena fiducia nella Giustizia locale, sottolineando che ora spetta a essa decidere come procedere, anche sulla richiesta di un procuratore straordinario. Una decisione che peserà sul futuro di un’inchiesta che, al momento, sembra aver prodotto più dubbi che certezze.
Prossimi passi
Il Tribunale delle misure coercitive di Sion ha confermato la detenzione preventiva per tre mesi nei confronti del titolare del bar Le Constellation. La motivazione indicata è il rischio concreto di fuga, considerato l’unico motivo per mantenere la custodia cautelare. Il Tribunale ha inoltre precisato che la detenzione potrà essere revocata qualora vengano adottate misure alternative idonee, come il versamento di una cauzione e altre garanzie atte a neutralizzare il pericolo di fuga.
Nei prossimi giorni l’inchiesta sul rogo di Crans-Montana entrerà in una fase decisiva. La Procura ha programmato nuovi interrogatori per chiarire la dinamica della tragedia e approfondire la situazione economica dei proprietari. Sono attesi anche i risultati delle perizie tecniche sui materiali e sulle vie di fuga, insieme alle risposte alle rogatorie internazionali inviate a Italia e Belgio. Parallelamente, l’indagine si allargherà al Comune per verificare eventuali omissioni nei controlli antincendio, mentre in Italia proseguono le autopsie sulle sei vittime italiane, che potrebbero influenzare la qualificazione giuridica delle accuse.
Da colposo a doloso?
Tutti questi elementi saranno determinanti per capire se il procedimento resterà circoscritto a omicidio e incendio colposi o se evolverà verso ipotesi più gravi, come il dolo eventuale. In questo caso, nel sistema svizzero (art. 12 CPCollegamento esterno), non basta prevedere il rischio: deve emergere anche la consapevole accettazione. Se le indagini mostrano che i gestori, pur conoscendo la pericolosità delle loro scelte (materiali, affollamento, vie di fuga), decisero comunque di non intervenire, il dolo eventuale diventerebbe possibile.
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