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Conflitti d’interesse in politica: come li regola la Svizzera?

veduta d'insieme della sala del consiglio nazionale svizzero
Il sistema politico svizzero è rimasto quasi immutato dal 1848, anno di nascita dello Stato federale KEYSTONE/© KEYSTONE / EQ IMAGES / Monika Flueckiger

Le persone attive in politica in Svizzera hanno spesso le "mani in pasta" nel mondo economico. Si tratta di conflitti d’interesse o di un modo di avere un punto di vista da insider?  

In queste ultime settimane si parla molto in Italia della vicenda Sgarbi: l’ormai ex sottosegretario alla cultura ha violato a più riprese la Legge Frattini, che dal 2004 definisce incompatibili le cariche governative con quelle private e dietro compenso. Una vicenda che proprio in questi giorni è sfociata nelle sue dimissioni.

Legislazioni simili sono comuni a molti Paesi europei, Svizzera compresa.

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Nella Confederazione i sette consiglieri e consigliere federali – i membri del Governo – non possono ricoprire altre cariche nel corso del loro mandato.

La situazione è completamente diversa a livello parlamentare. In un sistema di milizia come quello elvetico, il cumulo delle funzioni – pubbliche e private – è molto diffuso. “In Svizzera molto più che altrove c’è questa compenetrazione tra interessi della carica politica e interessi economici”, ci spiega il politologo dell’Università di Losanna Andrea Pilotti.

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Basta scorrere il registro degli interessiCollegamento esterno dei membri del Parlamento per rendersi rapidamente conto del robusto filo che lega molti di loro al mondo economico e associativo. Gli e le elette che non ricoprono incarichi in comitati vari, consigli di amministrazione o di fondazione si possono contare sulle dita di una mano.

Diversi parlamentari hanno più di 15 mandati. Ad esempio, il consigliere agli Stati ticinese del Centro Fabio Regazzi ricopre 28 incarichi, tra cui quelli in seno alla sua azienda, di cui 12 rimunerati. In cima alla lista degli eletti e delle elette con più mandati si trovano anche il consigliere nazionale liberale radicale lucernese Peter Schillinger (27 di cui 21 pagati), il socialista bernese Matthias Aebischer (25/5 rimunerati) o ancora il verde liberale zurighese Martin Bäumle (17/9 pagati) o l’esponente di San Gallo dell’Unione democratica di centro Michael Götte (16/9 pagati).

Non tutti gli incarichi sono però naturalmente legati ad attività nell’ambito dell’economia privata. Molti parlamentari ricoprono spesso anche cariche in ambiti sociali, ad esempio Fabio Regazzi è membro del comitato consultivo della Protezione svizzera dell’infanzia, Matthias Aebischer di diverse fondazioni senza scopo di lucro e Michael Götte di un centro terapeutico contro le dipendenze o del consiglio direttivo di Pro Familia della Svizzera orientale.

Ognuno dei 246 deputati e deputate ha a disposizione due tessere di ammissione “alle parti non aperte al pubblico del Palazzo del Parlamento”Collegamento esterno. Queste spesso vengono concesse ai lobbisti, che rappresentano gli interessi di diversi settori (sanità, economia, agricoltura, …). Un accesso libero al mondo politico che permette loro di creare legami e portare avanti temi ai loro occhi importanti. Gli accrediti sono di dominio pubblico e possono essere consultati su questa paginaCollegamento esterno. A volte l’accesso viene concesso a collaboratori o collaboratrici personali. È il caso, per esempio, della friburghese Isabelle Chassot del neocastellano Baptiste Hurni o ancora del ticinese Fabio Regazzi. In altri casi, invece, la tessera è concessa a rappresentanti di importanti settori economici. La lucernese Andrea Gmür-Schönenberger ha invitato la presidente della direzione di economiesuisse Monika Rühl, il presidente dell’Ordine dei medici del canton Ticino Franco Denti è ospite del consigliere degli Stati ticinese Marco Chiesa o ancora lo zughese Peter Hegglin ha fornito uno dei due accessi a sua disposizione a Matthias Dietrich, direttore dello Stato maggiore della Posta.

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L’importanza del sistema di milizia

Una delle principali caratteristiche elvetiche è “l’importanza che viene riconosciuta al sistema di milizia che è un principio secondo il quale ogni funzione politica elettiva viene concepita come un servizio alla comunità e, in quanto tale, non necessita una remunerazione come se fosse una professione”, spiega Pilotti.

Fino a diversi anni fa la remunerazione era soprattutto di tipo simbolico: il riconoscimento della funzione. “L’idea di partenza è che questo ruolo fosse una sorta di mito”. Un mito il cui carico di lavoro negli anni si è sempre più allargato: la piccola “isola felice” rossocrociata ha dovuto fare i conti con i cambiamenti sociopolitici che sono avvenuti intorno a lei, in particolare dopo la creazione dell’Unione europea. Il lavoro legislativo, spiega il politologo, è diventato sempre più esigente. Se una volta l’incarico di parlamentare era qualcosa che andava ad aggiungersi alla propria professione, oggi per la maggior parte degli eletti ed elette è il contrario. Il termine “milizia” è però sempre in voga: “Oggi definirsi ‘parlamentare di milizia’ è un argomento che piace all’elettorato e che richiama la vicinanza a quest’ultimo”. 

Perché questo sistema di milizia è così importante nella Confederazione? “Facendo attivamente parte della vita economica, per esempio, i politici di milizia sono vicini alle esigenze della popolazione perché vedono con i loro occhi quello che accade”. È un ruolo che viene rivendicato, ma che solleva anche molti interrogativi per quanto riguarda la trasparenza e gli eventuali conflitti d’interessi. 

La Svizzera è in ritardo rispetto al resto del mondo

Nel mondo occidentale, sottolinea il politologo ticinese, il Parlamento svizzero è stato uno degli ultimi a introdurre nel 1985 un registro dei legami d’interesse dei e delle parlamentari. Un registro che è stato compilato su base quasi volontaria per diversi anni: le e i politici in questione erano invitati a dichiarare quelli che, secondo loro, potevano essere legami da annunciare. “Nei primi anni Duemila si è capito, però, che non era un sistema efficace. La maggior parte non dichiarava tutti i conflitti d’interesse (si veda per esempio la vicenda di Peter Hess).

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È stata così resa obbligatoria per tutti la dichiarazione di ogni legame d’interesse. Proprio prima della pandemia, poi, si è fatto un ulteriore passo: è stata accettata l’idea di rendere obbligatoria l’indicazione se il legame in questione è remunerato o no”.

La condizione di fondo di tutto questo sistema, però, è il rapporto di fiducia che esiste tra eletto/a ed elettorato. Rapporto che non necessita di una totale trasparenza. Se c’è fiducia, insomma, l’elettore dà per scontato che l’eletto si comporti in maniera corretta, senza bisogno di ulteriori prove di correttezza e trasparenza. Anche perché, come sottolinea Pilotti, gli sbagli si pagano poi alle urne: se il rapporto di fiducia s’incrina, i voti andranno altrove.  

Decisioni prese con cognizione di causa 

I legami che i parlamentari hanno nel mondo economico permettono loro di avere informazioni precise su quanto accade nei diversi settori. Ed è qui che emerge fortemente l’importanza dei legami con i lobbisti, sottolinea Pilotti: capire dall’interno un settore permette anche di prendere decisioni che lo riguardano con cognizione di causa. “Questo è un argomento di fondo che viene spesso usato.

Attualmente, comunque, conclude il ticinese, un discorso molto presente nella Confederazione è che l’elemento più persuasivo per ridurre – se non eliminare completamente – gli eventuali conflitti d’interesse sarebbe quello di pagare di più i e le parlamentari che così avrebbero meno interessi (economici) a creare legami esterni.  

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