Nuove centrali nucleari? La Svizzera torna a dividersi sull’atomo
La Svizzera riapre il dibattito sul nucleare. Con dieci voti contro due, la Commissione del Consiglio degli Stati ha appoggiato la decisione del Governo di rimuovere il divieto di nuove centrali, sancito dal popolo nel 2017. Restano però nodi critici, costi, tempi, e la questione irrisolta delle scorie. Sarà ancora una volta il popolo a decidere.
In una mossa che riapre uno dei dibattiti più sentiti nella Confederazione, la Commissione dell’ambiente, della pianificazione del territorio e dell’energia del Consiglio degli Stati ha votato a favore della costruzione di nuove centrali nucleari in Svizzera.
La decisione appoggia un controprogetto del Consiglio federale che mira a rimuovere il divieto di edificazione di nuovi impianti, un divieto sancito dal popolo svizzero nel 2017 con l’accettazione della revisione della Legge federale sull’energiaCollegamento esterno.
Questa svolta politica si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico e funge da risposta indiretta all’iniziativa popolare “Energia elettrica in ogni tempo per tutti (Stop al blackoutCollegamento esterno)”.
Il contesto: l’iniziativa “stop al blackout”
L’iniziativa popolare “Energia elettrica in ogni tempo per tutti (Stop al black-out)”, promossa dal Club Energia Svizzera, è stata lanciata con l’obiettivo di garantire un approvvigionamento di energia elettrica “sicuro, indipendente e pulito”. Consegnata con 129’000 firme valide nel febbraio 2024, l’iniziativa chiede di modificare la Costituzione per sancire che “sono ammissibili tutti i tipi di produzione di energia elettrica rispettosi del clima”, eliminando di fatto i divieti tecnologici, incluso quello sul nucleare.
Il Consiglio federale, pur condividendo la preoccupazione per la sicurezza energetica, ha deciso di opporre all’iniziativa un controprogetto indiretto. La proposta del Governo vuole garantire la sicurezza dell’elettricità a lungo termine, con una modifica della Legge federale sull’energia, riaprendo alla possibilità del nucleare, senza cambiare la Costituzione e mantenendo un approccio tecnologicamente neutrale.
Un passo indietro: la decisione di abbandonare il nucleare
La posizione attuale della Svizzera sull’energia nucleare è il risultato di un percorso iniziato dopo il disastro di Fukushima in Giappone nel marzo 2011. Sotto l’impatto emotivo e la rivalutazione dei rischi, il 25 maggio 2011 il Consiglio federale deciseCollegamento esterno l’abbandono graduale dell’energia atomica. La strategia prevedeva di non sostituire le centrali esistenti al termine del loro ciclo di vita, stimato in circa 50 anni.
Questa decisione fu confermata dal popolo svizzero il 21 maggio 2017. Con una maggioranza del 58,2%, gli elettori approvarono la nuova Legge sull’energia che sanciva formalmente il divieto di costruire nuove centrali nucleari e promuoveva efficienza energetica ed energie rinnovabili.
Attualmente, la Svizzera sta procedendo con la graduale dismissione dei suoi impianti. La centrale di Mühleberg è stata spenta nel 2019. Beznau I & II dovrebbero essere spente entro il 2033, secondo la volontà del gestore Axpo. Per le rimanenti centrali, Gösgen e Leibstadt, niente è ancora stato deciso, sebbene dovrebbero comunque chiudere attorno al 2040.
Le argomentazioni della commissione
La maggioranza della Commissione sostiene che il controprogetto del Consiglio federale sia necessario per garantire la sicurezza energetica a lungo termine. Il Paese deve adottare una politica “aperta a tutti i tipi di tecnologia”, con “adeguate capacità di produzione da fonti nazionali”.
L’abrogazione del divieto non impone nuove centrali, ma “istituisce la possibilità” di costruirle, un margine di manovra ritenuto essenziale vista la crescita prevista dei consumi. L’obiettivo è rafforzare l’indipendenza dalle importazioni e garantire un approvvigionamento sicuro e conveniente.
La Commissione ha respinto la proposta di escludere sovvenzioni statali, lasciando aperta la questione del finanziamento, e ha condiviso la valutazione federale che non serva una nuova ripartizione di competenze tra Confederazione e Cantoni.
Opinione pubblica favorevole a nuove centrali
Secondo un’indagine di Tamedia/20 Minuten condotta a inizio ottobre 2025 su 14’775 persone, il 56% degli elettori svizzeri sarebbe favorevole ad autorizzare la costruzione di nuove centrali nucleari, contro un 42% di contrari.
Il sondaggio segnala un mutamento nell’opinione pubblica rispetto alla votazione del 2017. Le crisi energetiche degli ultimi anni, la guerra in Ucraina e le incertezze sulle importazioni hanno rafforzato l’importanza attribuita alla sicurezza dell’approvvigionamento, spingendo una parte dell’elettorato a riconsiderare il nucleare come opzione possibile.
Un ritorno all’atomo, però, è tutt’altro che privo di ostacoli e critiche. Le argomentazioni contrarie, sollevate da partiti di minoranza, ambientalisti ed esperti, si concentrano su diversi punti chiave.
Criticità: 1. Costi e tempi di costruzione
I costi di costruzione delle nuove centrali nucleari sono notoriamente imprevedibili e tendono a lievitare. Il cantiere dell’EPR di Flamanville (reattore nucleare ad acqua pressurizzata di terza generazione), in Francia, è spesso citato come monito: il progetto è passato da una stima iniziale di 3,3 miliardi di euro a un costo totale valutato dalla Corte dei conti in circa 24 miliardi di euro, mentre l’entrata in funzione, prevista per il 2012–2013, è slittata di oltre un decennio, con il primo collegamento alla rete avvenuto nel dicembre 2024.
Inoltre, secondo diversi studi – tra cui quello delle Accademie svizzere delle scienzeCollegamento esterno – a causa dei complessi e lunghi iter autorizzativi svizzeri, una nuova centrale non sarebbe operativa prima del 2050. Questo la renderebbe ininfluente per il raggiungimento degli obiettivi energetici fissati per quella data (Strategia energetica 2050Collegamento esterno).
2. Rischi e sicurezza
Secondo numerosi esperti di sicurezza nucleare, il rischio di incidenti gravi nelle centrali atomiche è probabilmente sottovalutato e destinato ad aumentare con l’intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico. Le Accademie svizzere delle scienze (SCNAT) sottolineano che le valutazioni di sicurezza si basano ancora in larga parte su dati storici, mentre eventi come ondate di calore, siccità e riduzione della portata dei fiumi stanno già mettendo sotto pressione i sistemi di raffreddamento dei reattori, elementi critici per la sicurezza degli impianti.
Una posizione condivisa dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEACollegamento esterno), secondo cui l’aumento delle temperature e la maggiore frequenza di eventi estremi riducono i margini di sicurezza “oltre le basi di progetto”, imponendo una rivalutazione dei rischi.
3. Il problema irrisolto delle scorie
Ad oggi, in Svizzera non esiste una soluzione definitiva operativa e sicura, valida a livello globale, per lo stoccaggio a lunghissimo termine delle scorie radioattive ad alta attività. Sebbene il Paese abbia individuato un sito geologico potenziale per un deposito profondo, il progetto è ancora in fase di pianificazione e solleva interrogativi scientifici, tecnici e intergenerazionali che rimangono aperti.
La Svizzera ha scelto di collocare il deposito geologico profondo per le scorie radioattive nell’area di Lägern Nord, situata tra i cantoni di Argovia e Zurigo. Secondo la Nagra (la Società cooperativa nazionale per lo smaltimento delle scorie radioattive in Svizzera), questa regione offre condizioni geologiche particolarmente adatte a isolare in modo sicuro le scorie altamente e mediamente radioattive per tempi estremamente lunghi, come richiesto dalla Legge federale sull’energia nucleare. Le scorie saranno quindi stoccate in profondità nel sottosuolo, all’interno di barriere naturali e tecniche progettate per garantire il confinamento per migliaia di anni.
Dal 2025 il progetto del deposito geologico è entrato nella fase decisiva: le autorità federali valutano nel dettaglio le domande di autorizzazione della Nagra e, dopo consultazioni pubbliche, Consiglio federale e Parlamento dovranno pronunciarsi entro la fine degli anni 2020, con la possibilità di un referendum popolare. Se l’iter politico e tecnico andrà a buon fine, i lavori potrebbero iniziare nei primi anni 2030, con l’obiettivo di avviare lo stoccaggio delle scorie a bassa e media attività attorno al 2050 e quello delle scorie ad alta attività solo dal 2060 circa.
In questo contesto, la costruzione di nuove centrali nucleari finirebbe per aumentare il volume di rifiuti altamente radioattivi, aggravando un problema che richiede garanzie di sicurezza su scale temporali di decine di migliaia di anni. Secondo numerosi esperti, ciò equivarrebbe a trasferire alle generazioni future oneri e rischi di una scelta energetica i cui benefici sarebbero limitati nel tempo, mentre le conseguenze resterebbero irreversibili.
4. Conflitto con le rinnovabili
Una minoranza della Commissione parlamentare teme che un nuovo focus sul nucleare possa frenare lo sviluppo delle energie rinnovabili, distogliendo investimenti e compromettendo gli obiettivi della Strategia Energetica 2050, approvata democraticamente solo pochi anni fa.
Riaprire la porta al nucleare rischia di spostare priorità verso una tecnologia che, anche nelle ipotesi più ottimistiche, non darebbe contributi prima della metà del secolo, sottraendo risorse a solare, eolico, reti e accumulo, indispensabili per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento nei prossimi due decenni.
La preoccupazione è che il nucleare diventi un argomento che finirebbe per ritardare decisioni urgenti sulle rinnovabili, mettendo in discussione la coerenza della transizione energetica svizzera.
Una nazione divisa
La Svizzera si trova a un bivio. Da un lato, la crescente domanda di elettricità e le incertezze geopolitiche spingono verso una riconsiderazione del nucleare in nome della sicurezza e dell’indipendenza. Dall’altro, pesano la decisione popolare del 2017 e i rischi economici, ambientali e di sicurezza, tutt’altro che risolti. La promessa di una battaglia referendaria da parte di Verdi e ambienti antinucleari è già nell’aria. Ancora una volta, con ogni probabilità, sarà il popolo svizzero a dover decidere quale futuro energetico desidera per il proprio Paese.
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