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Giovane saudita "ribelle" si sottrae al rimpatrio forzato

Una giovane saudita, che si era barricata nella camera di un albergo dell’aeroporto di Bangkok per sottrarsi all’estradizione nel suo paese, ha lasciato lo scalo con un rappresentante dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.  

Questo contenuto è stato pubblicato il 07 gennaio 2019 - 21:35
tvsvizzera/reuters/afp/spal con RSI (Tg del 7.1.2019)


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Rahaf Mohammed al Qunun, secondo cui la sua vita è in pericolo, era giunta sabato nella capitale thailandese e doveva essere rimpatriata lunedì dalle autorità locali, via Kuwait, ma l’aereo su cui doveva salire è decollato senza di lei.

Un rappresentante dell’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati è intervenuto presso i servizi thailandesi dell’immigrazione, il cui responsabile Surachate Hakparn ha detto nel corso di una conferenza stampa che esaminerà entro cinque giorni la sua eventuale domanda d’asilo. 

Bangkok, ha precisato il dirigente asiatico, non aveva fatto altro che applicare la legge rifiutando l’ingresso della giovane nel paese ma il suo governo è pronto a studiare il caso “in nome dei principi umanitari”.

In precedenza il ricorso inoltrato da un avvocato thailandese per tentare di evitare l’espulsione della ragazza era stato rigettato. L’ambasciata saudita si era rivolta agli agenti dell’immigrazione sostenendo che la ragazza era fuggita e i suoi genitori temevano per la sua sicurezza.

In realtà la giovane, che era riuscita a prendere un volo per la Thailandia mentre si trovava con la famiglia in Kuwait, ha affermato che la sua vita era in pericolo e che la sua famiglia, che l’ha tenuta segregata per sei mesi per essersi tagliata i capelli, aveva minacciata di ucciderla. 

Secondo alcune fonti la 18enne tentava di sottrarsi a un matrimonio forzato e intendeva abbandonare la religione islamica. La sua speranza era quella di ottenere l’asilo in Australia.  

 

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