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Joe Biden il favorito I sondaggi danno Trump perdente contro tutti

Cosa dicono gli ultimi sondaggi e risultati elettorali e qual è la strategia di Trump per il 2020? Riassumendo, i sondaggi di New York Times e Washington Post danno Trump perdente contro un qualsiasi avversario democratico. Lui va avanti seguendo la propria strada. Sappiamo poi come è andata a finire tre anni fa.

La bandiera americana in primo piano e dietro un cielo azzurro e limpido.

God bless the United States of America.

(Keystone / Michael Sohn)

Tre anni esatti. L’otto novembre del 2016 Donald Trump venne eletto presidente degli Stati Uniti d’America, sorprendendo la maggior parte degli osservatori. Un anniversario che il presidente ha trascorso lontano da Washington e dalle polemiche e indiscrezioni che quotidianamente accompagnano l’indagine di impeachment. Trump era ad Atlanta, a un evento per raccogliere fondi per la campagna elettorale al termine di una settimana dove non sono mancati segnali e spunti in vista del voto del 3 novembre 2020.

Il conto alla rovescia all’anno dalle elezioni presidenziali è stato scandito da due sondaggi e tre significative elezioni locali. Il primo sondaggio è stato pubblicato dal New York TimesLink esterno e mette a confronto il presidente con i tre principali candidati democratici: Joe Biden, Bernie Sanders ed Elisabeth Warren. L’indagine si concentra solo sui sei Stati decisivi per la vittoria di Trump nel 2016, laddove il tycoon newyorkerse vinse con il minor vantaggio (dallo 0,2 % del Michigan al 3,6 % di Arizona e Carolina del Nord).

(New York Times)

Un sondaggio in cui emerge come Donald Trump sembri in svantaggio rispetto a Joe Biden, ma sia sostanzialmente davanti ad Elisabeth Warren che da qualche settimana parrebbe incontrare maggiormente i favori democratici. La rivelazione demoscopica individua come il tema dell’eleggibilità – su cui insiste il team dell’ex vicepresidente – è assai sentito tra i Democratici dove le primarie sono caratterizzate dal confronto tra i più moderati e l’ala progressista del partito.

Mercoledì è stato pubblicato un secondo sondaggio, questa volta del Washington PostLink esterno in cui, su scala nazionale, il presidente insegue a debita distanza tutti i cinque candidati democratici, con uno svantaggio che va dai 17 punti percentuali rispetto a Joe Biden ai 9 da Kamala Harris.

(Washington Post)

Un risultato preoccupante per Trump e incoraggiante per il fronte democratico che però dopo un’attenta osservazioneLink esterno rivela un ulteriore dettaglio che pare sconfessare un assunto di tre anni fa, ovvero che se la partecipazione fosse stata maggiore Hillary Clinton avrebbe vinto e non solo a livello popolare. Oggi, gli indecisi voterebbero a destra, sceglierebbero il presidente uscente. Un segnale che solo apparentemente sembra essere sconfessato dal risultato delle tre elezioni statali tenutesi martedì in Kentucky, Mississippi e VirginiaLink esterno. I Repubblicani hanno perso il governatore in Kentucky e la maggioranza alla Camera dei rappresentanti in Virginia, ma più che indice di una svolta anti-Trump l’esito delle urne è da additare all’impopolarità del governatore repubblicano uscente in Kentucky (dove nelle altre votazioni locali il GOP ha stravinto) e a un mutamento demografico in corso in Virginia (il fenomeno dei “suburbs”, periferie benestanti, formate e democratiche, confinanti la Capitale) che già nel 2016 premiò Hillary Clinton. Da primo Stato del sud confederato, la Virginia è ormai l’ultimo del Nord.

Queste ultime due osservazioni aiutano forse a capire la strategia del presidente che dal giorno del suo insediamento ha tenuto un’ottantina di comizi elettoraliLink esterno. La quasi totalità dei “rally” (81 su 84) si è tenuta in stati in cui Trump aveva vinto nel 2016 e per ben 25 volte dopo la sua elezione si è recato nei sei “swing states” sopracitati. Trump sembra voler curare un rapporto preferenziale con chi lo ha votato nel 2016, quasi a voler sottolineare come sia inutile per un presidente fortemente polarizzante come lui andare a fare campagna in “blue States” come la California o il Massachusetts. La strategia di Trump – curata da colui che nel 2016 era il mago dei social media della Trump War Room, Brad Pascale – pare snobbare l’esito del voto popolare, gli basta confermare il successo statale per assicurarsi altri quattro anni alla Casa Bianca. Tre anni fa a sorpresa The Donald si assicurò oltre il 56 % dei grandi elettori imponendosi in 28 stati. Per il bis, il presidente uscente tenta la stessa via, incurante dell’indice di popolarità Link esternonazionale (costantemente sotto Link esternoil 50 % e migliore solo di Jimmy Carter nel 1979), sapendo che il 3 novembre 2020 sarà un referendum sulla sua persona: Trump sì o no?

tvsvizzera.it/fra con RSI

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