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Terroristi o vittime giudiziarie? Foreign fighters sul fronte "giusto"

Muro danneggiato da colpi di arma da fuoco, con scritte e dipinti; si vede a metà un uomo in tuta mimetica e armato di fucile

Particolare di una foto in una foto tratta dal profilo Facebook in memoria di 'Orso', 18 marzo 2019

(Facebook)

La morte del fiorentino Lorenzo Orsetti, ‘Orso’ per i suoi compagni, ucciso in un agguato il 18 marzo in Siria a pochi giorni dalla fine della guerra, ha rianimato il dibattito su quei foreign fighters che hanno combattuto dal lato ‘giusto’, contro Daesh. Orso, già da mesi era un ‘combattente partigiano’ per l’Anpi, ‘l’Associazione nazionale partigiani d’Italia’, che gli aveva spedito la tessera ad honorem.

Si tratta di poche decine di persone rispetto ai molti combattenti, un centinaio quelli legati all’Italia, che invece hanno rafforzato le file del califfato. Tuttavia, per la giustizia italiana non sembrano esserci differenze tra chi come ‘Orso’, che dalla guerra non è più tornato, ha preso parte ai combattimenti per una scelta di libertà, internazionalista e umanitaria e chi vi ha partecipato per alimentare il terrore.

Questa ambiguità di trattamento, da parte della giustizia, la stanno vivendo sulla propria pelle i 5 attivisti piemontesi, rientrati in Italia dopo aver combattuto nel nord della Siria al fianco dei curdi della YPG, ‘Unità di protezione popolare’, sullo stile delle brigate internazionali nella guerra di Spagna. 

La procura di Torino li sta indagando perché li considera potenzialmente pericolosi per la società. Contesta loro l’addestramento alla guerra, l’utilizzo di armi pesanti, ma anche le loro posizioni politiche, considerate estremiste.

Sulla mera presunzione di pericolosità, senza nessuna evidenza di reato, senza processo, la procura potrà condannarli a misure restrittive come il vincolo di residenza, l’obbligo di firma in questura, il ritiro del passaporto e della patente, l’interdizione dalle attività politiche. Per un massimo di due anni. Come se si trattasse di terroristi.

Davide e Jacopo - con un passato da attivisti in Piemonte, terra da lunghi anni scossa dalle divisioni sull’alta velocità - sono partiti per la Siria, in un primo momento, come volontari per scopi umanitari. Per poi trovarsi a combattere la guerra. Il percorso di Jacopo ha incrociato quello di Orso con cui è rimasto in contatto fino alla tragica notizia della sua scomparsa, quando i compagni curdi diramarono il suo video testamento.

Una volta tornati in Italia, Davide e Jacopo hanno sentito l’esigenza di sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto visto nei territori devastati dal conflitto. Attraverso delle pubblicazioni indipendenti. Testimoniando nelle università la complessa realtà politica e sociale delle regioni del nord della Siria, lo strazio delle popolazioni.

Qualche mese dopo il loro rientro, con grande sorpresa, hanno scoperto di essere indagati dalla Procura di Torino. Si contesta loro, oltre all’esperienza in guerra, l’attività politica antecedente. Le manifestazioni e i comizi a cui hanno preso parte sono considerati estremisti.

Entro novanta giorni dalla notifica delle indagini a loro carico, potranno essere condannati e, se accadrà, oltre a dover scontare la pena, dovranno smettere di perorare la causa per cui si battono. Infatti non potranno più incontrarsi e parlare con più di due persone alla volta.

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