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Lo scandalo vaticano e le banche svizzere

Un piccolo stato teocratico che gestisce centinaia di milioni di euro offerti dai fedeli non sempre in modo trasparente ed efficace. Keystone / Massimo Sestini/handout

Utilizzare la questua milionaria organizzata in tutto il mondo cattolico il 29 giugno di ogni anno per finanziare investimenti spregiudicati della Segreteria di stato del Vaticano all’insaputa del Papa. Uno scandalo scoppiato nell’ottobre 2018, che ha spinto Papa Francesco alla trasparenza nella gestione dei soldi vaticani e oggetto di un libro inchiesta recentemente uscito dal titolo “I mercanti nel tempio”.

Questo contenuto è stato pubblicato il 25 maggio 2021 - 08:24

Cosa unisce finanzieri spregiudicati spuntati dal nulla e senza grandi credenziali a cardinali, arcivescovi e alti funzionari laici della Santa Sede? La risposta, sebbene la magistratura vaticana stia ancora indagando, va cercata nella gestione segreta e poco oculata di centinaia di milioni di euro. Soldi offerti dai fedeli di tutto il mondo (Obolo di San Pietro perché raccolto in tutto il mondo il 29 giugno, giorno di San Pietro e Paolo) per sostenere parte delle spese del Papa, le comunità religiose e per effettuare opere di carità per i poveri e svaniti tra investimenti temerari e commissioni pagate a intermediari senza scrupoli.

@Solferino editore

Su questo scandalo i giornalisti economici del Corriere della Sera Mario Gerevini e Fabrizio Massaro hanno svolto un’inchiesta approfondita (pubblicata per i tipi di Solferino libri) e ci regalano fatti, personaggi e luoghi protagonisti di un’avventura finanziaria al limite del legale e sicuramente moralmente inaccettabile se fatta dallo stato Vaticano.

Ma come si è arrivati al punto di incriminare alti prelati e finanzieri di dubbia fama? Tutti sono infatti sospettati di aver messo in atto un disegno criminale teso a depredare le casse del Vaticano. Come una fonte che ha chiesto l’anonimato ha raccontato ai due autori, “La Sante Sede è un cliente molto ricco di cui ci si può facilmente approfittare”. Una tesi suggestiva, ma sicuramente solo in parte vera.

Nella prima inchiesta giornalistica sui fondi riservati del Papa passiamo dal giallo dei duecento milioni di dollari che il sostituto per gli Affari generali della Segreteria di stato, monsignor Angelo Becciu, voleva investire in una piattaforma petrolifera Offshore in Angola – investimento fortemente sconsigliato – all'uso di quegli stessi fondi per comprare un palazzo a Londra. E la storia qui si infittisce. Entrano in gioco finanzieri poco noti ma capaci alla fine di depredare le casse vaticane.

Un tesoro nascosto anche al Papa

Questi 200 milioni di dollari fanno parte di un tesoro nascosto (si ritiene che ammonti a circa 650 milioni di euro), fuori da ogni controllo contabile e amministrato da un gruppo ristretto di alti prelati e fiduciari, raccolti dietro un’insegna burocratica: Ufficio Affari Generali della Segreteria di Stato. Ufficio gestito dall’allora arcivescovo Angelo Becciu e coadiuvato dal monsignor Alberto Perlasca e dall’economo della Segreteria di stato, il laico Fabrizio Tirabassi.

E la vicenda si sposta in Svizzera, necessariamente. I soldi segreti della Segreteria di stato sono infatti gestiti da un fiduciario che vive a Lugano, Enrico Crasso. “Il banchiere di Dio”, così soprannominato dagli amici che per oltre 20 anni ha operato come gestore esterno della cassa segreta del Vaticano. E si scopre anche che nella sede luganese di UBS esiste un conto intestato al Papa gestito da un fiduciario ticinese e utilizzato all'insaputa del Santo Padre.

Ma soprattutto il libro chiarisce il ruolo dei faccendieri Raffaele Mencione e Gianluigi Torzi che nell’affare del palazzo di Londra hanno tenuto in scacco per mesi la Santa Sede.

Gli autori risalgono la corrente, grazie all’accesso a fonti inedite e testimonianze di insider, documenti interni della Segreteria di Stato, carte dell’inchiesta penale vaticana, sulle tracce di vicende sorprendenti come gli affari con Lapo Elkann o il finanziamento del film su Elton John (tutti fatti attraverso il fondo "Centurion" di Malta gestito da Crasso), il salvataggio di una università in Giordania, un piccolo broker (appunto Torzi) che praticamente ricatta la Santa Sede, lo scontro frontale tra Ior (Istituto per le opere di religione, di fatto la Banca del Vaticano) e la Segreteria, arrivando a costruire una trama che sembra quella di una fiction. Invece è realtà.

E soprattutto gli autori si chiedono come mai sugli oltre 1.3 miliardi di cattolici, la Santa Sede si sia rivolta a faccendieri poco raccomandabili e poco conosciuti e non si sia invece affidata a illustri banchieri, finanzieri o professori dell’area cattolica (sicuramente pronti a lavorare per il Vaticano anche a titolo gratuito).

Seguite il racconto video, che parte dalla raccolta dell’Obolo di San Pietro, passa dalla nascita dello scandalo per arrivare alla volontà di Papa Francesco di far chiarezza sulla gestione dei fondi, spesso segreti, del Vaticano.



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