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Il pomodorino servito in tavola dalla mafia

Confezioni di pomodorini di Pachino
I pomodori di Pachino nella loro confezione originale. tvsvizzera

Il tanto amato cibo italiano muove direttamente 140 miliardi di euro all’anno. Se aggiungiamo le attività indirettamente legate al settore agroalimentare, la cifra d’affari arriva a 540 miliardi, ovvero più del 25% del Pil italiano. Si capisce il grande interesse per questo settore della criminalità organizzata. Si chiama agromafia ed è stata oggetto di un recente libro pubblicato da un giornalista svizzero.

Il primo Rapporto sui crimini agroalimentariCollegamento esterno, realizzato dall’Eurispes, in collaborazione con Coldiretti e con l’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, risale al 2012. Allora si scriveva che il volume d’affari annuale delle agromafie si aggirava attorno ai 12.5 miliardi euro. Nel 2019 il volume è salito a 24.5 miliardi. Frutta e verdura, olio d’oliva e mozzarelle sono il secondo grande affare della mafia dopo la droga.

Il corrispondente a Roma del quotidiano zurighese Tages Anzeiger e della testata bavarese Süddeutsche Zeitung, Oliver Meiler, ha da poco pubblicato in Germania per dtv VerlagCollegamento esterno di Monaco di Baviera un libro sulle agromafie. 

tvsvizzera.it: Oliver Meiler, come mai ha scritto un libro sull’agromafia?

La copertina del libro
Oliver Meiler, nato nel 1968 nel cantone dei Grigioni in Svizzera, è attualmente il corrispondente dall’Italia del quotidiano zurighese Tages Anzeiger e del foglio bavarese Süddeutsche Zeitung. Vive a Roma dal 2015 dopo aver lavorato in Francia, Spagna e nel Sudest asiatico. A Roma però c’ha già vissuto una prima volta durante il secondo governo Berlusconi. tvsvizzera.it ha pubblicato diversi suoi articoli (vedi una selezione in fondo all’articolo) gentilmente concessi dal Tages Anzeiger. @dtv Verlagsgesellschaft

Oliver Meiler: Come corrispondente dall’Italia scrivo spesso di gastronomia e più in generale delle eccellenze agroalimentari italiane, ma anche di criminalità organizzata. Nel 2012 è uscito il primo rapporto sui crimini agroalimentari e si è iniziato a parlare seriamente di Agromafia in Italia. Da allora la mafia si è infiltrata ancora più pesantemente nella filiera agroalimentare. Su questo fenomeno che unisce i mie due interessi – cibo e mafia – ho scritto un lungo articolo per la Süddeutsche Zeitung che ha richiamato l’attenzione della casa editrice bavarese dtv, la quale mi ha contattato per propormi di scrivere un libro. Detto, fatto.

Il libro mostra la centralità del cibo per l’Italia e gli italiani e dunque anche per i mafiosi…

Fuori dall’Italia (ma oggi forse anche in Italia) pochi sanno che la mafia viene dalla terra. Il fenomeno dell’agromafia non è altro che un ritorno alle origini. D’altra parte, il mondo agricolo è il loro mondo di riferimento. Molti boss mafiosi, come Bernardo Provenzano, erano contadini. L’agromafia non è altro che la sintesi perfetta delle loro origini contadine con le loro attività criminali.

Parliamo prima di mafia. Grazie o a causa di molti film, all’estero la mafia è stata spesso descritta e mostrata con un’aura romantica. Lei ha voluto eliminare questo malinteso.

Questo era l’obiettivo principale: far capire che noi, non italiani, abbiamo una percezione unidimensionale, anche romantica attraverso il cinema, del fenomeno mafioso. Passando dalla saga del ‘Padrino’ di Coppola ad altri film come ‘Scarface’, noi identifichiamo come ‘mafioso’ unicamente il fenomeno legato alla criminalità violenta: droga, armi, prostituzione. L’idea del libro era quella di distruggere questa visione unidimensionale della mafia e far capire che la criminalità organizzata è molto vicina a noi, al nostro mondo legale, e tramite l’agromafia, questo mondo che pensavamo non ci riguardasse direttamente, arriva fino alle nostre tavole.

Anche eccellenze del cibo italiano, che tutto il mondo invidia, sono ormai in mano alle organizzazioni criminali?

Il fatto non deve sorprenderci. Il cibo muove direttamente in Italia circa 140 miliardi di euro. La mafia va dove si fanno i soldi. Le eccellenze della cucina italiana sono diventate dei successi mondiali. Il pomodorino di Pachino lo si trova nei supermercati di Londra e New York, così come la mozzarella di bufala e il Parmigiano reggiano. Non era dunque possibile che la mafia non si interessasse a questo settore ‘succulento’ dell’economia italiana e non diventasse in breve tempo un giocatore importante. 

Nel libro lei chiama “la strada della seta dell’agroalimentare” quella che dall’estremo sud della Sicilia arriva a Milano per poi proseguire verso il mondo. E fa l’esempio del pomodorino Pachino.

Il pomodorino di Pachino è stato a lungo fuori dai radar dell’antimafia. Nell’estremo sud della Sicilia, nella provincia di Siracusa, si diceva non ci fosse la criminalità organizzata. Invece no. Il giornalista siciliano Paolo Borrometi (oggi vive a Roma sotto scorta, ndr.) ci ha invece aperto gli occhi grazie alle sue inchieste e ricerche pubblicate sul suo sito La SpiaCollegamento esterno. Abbiamo così imparato che molte aziende agricole, tramite prestanomi, appartengono alla mafia; che al mercato ortofrutticolo di Vittoria, il più grande del Sud, è la mafia a dettar legge e soprattutto a fissare i prezzi. 

Seguiamo dunque il pomodorino di Pachino…

Il pomodorino coltivato a Pachino da aziende con il certificato antimafia (!) arriva al mercato ortofrutticolo di Vittoria. Qui la mafia decide il prezzo. Con le ditte di trasporto sempre della mafia, il pomodorino parte per Fondi, tra Napoli e Roma, dove c’è l’altro hub importante per la frutta e verdura. Da Fondi spesso il pomodorino torna a Vittoria per far aumentare ulteriormente il prezzo. Poi riparte per Fondi e arriva infine a Milano, al mercato ortofrutticolo più grande d’Italia. Da Milano il pomodorino di Pachino parte alla conquista dei mercati mondiali dove viene venduto a prezzi astronomici.

“La mafia vuole guadagnare tanto e subito e non pensa alle conseguenze nefaste del suo agire: un vero e proprio suicidio ambientale”. Oliver Meiler

La mafia gestisce ogni aspetto, dalla produzione alla distribuzione e a ogni passaggio intasca soldi. Mi ha particolarmente colpito il fatto che siano anche riusciti ad infilarsi in tutta la filiera che gira attorno alla produzione vera e propria, dalla plastica per le serre alle palette di legno, dalle cassette per la frutta e verdura allo smaltimento dei rifiuti.

Rifiuti, che come sappiamo, non vengono smaltiti secondo le regole ma vengono semplicemente bruciati o sotterrati. Come le plastiche per le serre, impregnate di pesticidi, che bruciate rilasciano veleni che finiscono nella terra, e in ultima analisi nella frutta e nella verdura che mangiamo. La cosa più squallida e preoccupante è la totale mancanza del concetto di “domani”: la mafia vuole guadagnare tanto e subito (molti boss ma anche la manovalanza durano poco nel tempo e in quel breve tempo vogliono guadagnare alla grande) e non pensa alle conseguenze nefaste del suo agire: un vero e proprio suicidio ambientale.

Un merito del libro è far conoscere le varie mafie attive in Italia (e nel mondo) e non appiattire il fenomeno della criminalità organizzata con la sola parola “mafia”.

Mafia significa tutto e nulla. La mia idea era quella di fare un ritratto dei tre grandi cartelli mafiosi: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra. Nel libro, per motivi diciamo “drammaturgici”, ho tralasciato la pugliese Sacra Corona Unita.

Ho raccolto molto materiale per il libro parlando a lungo con il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, il grande esperto di ‘Ndrangheta. Questa è l’organizzazione criminale di gran lunga la più potente e feroce, ma anche la più globale e moderna, malgrado viva ancora di riti arcaici. Ritenuta una mafia di serie B negli anni ’70, oggi, per restare nel gergo calcistico, non solo domina la serie A ma anche la Champions League.

Il mondo e la Germania hanno conosciuto la ‘Ndrangheta nel Ferragosto del 2007 dopo la strage davanti alla pizzeria da Bruno a Duisburg. Per settimane si è parlato di queste ‘ammazzatine’, della ‘Ndrangheta, un nome però dalla difficile pronuncia per i tedeschi. Così in poco tempo si è tornati a parlare di mafia in generale e quando il processo sui fatti di Duisburg è stato spostato in Calabria, in Germania è nuovamente calato il sipario sulla ‘Ndrangheta. 

Nel libro si parla dell’organizzazione della ‘Ndrangheta come fosse il McDonalds…

Cosa Nostra è un’organizzazione piramidale con il capo dei capi, la Camorra è anarchica con tanti clan che si fanno la guerra mentre la ‘Ndrangheta è strutturata come una Holding internazionale. Come per il McDonalds, c’è una matrice che vale per tutti (riti, rituali, le origini) ma ogni “filiale” ha una sua autonomia, come fossero in franchising… Ogni locale (come sono chiamate le filiali all’estero) ha una certa libertà di esprimersi seguendo i costumi locali. Questo li rende quasi invisibili. Pensiamo in Svizzera, alla cellula di Frauenfeld. Agisce da oltre 40 anni nella Confederazione. Nonostante ciò, i suoi membri hanno mantenuto un forte legame mafioso-culturale con la loro madrepatria Calabria. Tanto che un boss avrebbe detto a un ragazzino, “il mondo si divide in due, la Calabria e ciò che diventerà Calabria”.

Possiamo dire che a differenza di altri settori, l’agromafia offre generalmente il prodotto originale e non una contraffazione…

Gli inganni e le truffe in questo settore come in altri ci sono sempre stati e ci saranno sempre… Ma il punto è un altro. Ad esempio i casalesi nascono contadini. Hanno sempre avuto caseifici. Queste origini non le abbandonano e non le rinnegano. L’idea però è fare più business. Eliminano la concorrenza. Dominano tutto il settore. Impongono i prezzi. Fanno soldi. Ma la mozzarella di bufala che ha conquistato il mondo di principio è un buon prodotto. Quando poi trovi il produttore giusto, è una vera delicatezza. Detto questo, ci sono state anche bufale dopate per fare più latte, oppure mozzarelle di bufala fatte con latte proveniente dalla Romania, o peggio ancora, le bufale che pascolano nella terra dei fuochi…

Il viaggio lungo la strada della seta dell’agroalimentare passa anche dall’Emilia. È vero che qui la mafia fa fatica a infiltrasi?

Nel libro scrivo che la ‘Ndrangheta, che è riuscita a infiltrarsi pesantemente a Nord, non è riuscita a infiltrarsi nelle eccellenze alimentari emiliane. 

“C’è un impegno civile molto forte in Italia e ci sono figure che mettono le loro vite a rischio con un lavoro coraggioso”. Oliver Meiler

Penso che questa eccezione sia dovuta a due motivi principali. Primo, questi settori del prosciutto crudo di Parma, del culatello di Zibello, del parmigiano reggiano, dell’aceto balsamico di Modena non sono mai in crisi. E non sono entrati in difficoltà neppure durante la crisi finanziaria iniziata nel 2007 o dopo il terremoto in Emilia del 2012. Questo non ha permesso alla mafia di agire come spesso fa: prestare soldi per entrare a poco a poco in queste realtà come invece accaduto altrove. Il secondo motivo è più socioculturale: in Emilia c’è un controllo sociale molto forte, le aziende sono medie e piccole imprese che si organizzano in cooperative. Difficile infiltrarsi. Questo almeno fino a poco tempo fa. Con la pandemia molto potrebbe essere cambiato. 

Il libro finisce anche con note positive e personaggi ‘contro’.

C’è mafia e anti-mafia. C’è un impegno sociale e civile molto forte in Italia e ci sono figure che mettono le loro vite a rischio con un lavoro coraggioso. l’Italia vive anche di questi personaggi. Nel libro parlo del giornalista Paolo Borrometi che ha denunciato le cosche mafiose del siracusano. Ora vive sotto scorta e ha dovuto abbandonare la sua Sicilia. O ancora Giuseppe Antoci, allora commissario del Parco nazionale dei Nebrodi, che si è messo contro la mafia dei pascoli. Mentre era in carica ha vissuto sotto la costante minaccia di morte per un salario mensile di 730 euro. Parlo anche di Giuseppe Diana, Don Peppe, parroco di Casal di Principe patria dei Casalesi. Ucciso con tre colpi alla testa all’età di 35 anni per aver pubblicamente denunciato la Camorra.

Terminato il libro, mangia sempre volentieri come prima i prodotti italiani?

Si, però sono diventato molto più consapevole. In un certo modo scrivere il libro per me è stato anche molto pedagogico. Ora leggo meglio le etichette, le studio… Certo è diventata un po’ una moda voler sapere da dove arrivano i prodotti: ma trovo che sia una curiosità sana, giusta. 

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