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La peste suina si avvicina: ed è un guaio per tutti

MAIALI
L'arrivo del virus in Svizzera sembra ormai inevitabile. KEYSTONE

La malattia non provocherà problemi solo all’industria della carne di maiale: per arginarla torneranno misure che ricorderanno i tempi del Covid - In “lockdown” finiranno boschi e natura.

“Se la peste suina arriva in Ticino probabilmente dovrò chiudere baracca, chiudo finché passa e poi eventualmente riapro. Chiaro che se sparisce la carne di maiale poi spariscono anche i bratwurst e i cervelat, ad esempio”.

È l’amaro commento di Adrian Feitknecht, il suo allevamento di maiali sul piano di Magadino è il più grande del Ticino.

Una struttura bio, con animali che vivono all’aperto, nel fango, a contatto con l’ambiente circostante e quindi molto esposta al rischio contagio, se la malattia dovesse veramente arrivare anche qui.

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Questione di tempo

La peste suina africana (PSA) ha già infestato mezzo mondo e, da sud, sta risalendo verso la Svizzera. Non è pericolosa per la nostra salute ma causa gravi danni sociali ed economici ovunque si diffonda.

Partito da Liguria e Piemonte più di due anni fa, il focolaio ha già raggiunto il parco del Ticino, in Lombardia, un lungo corridoio ecologico che giunge fino al lago Maggiore.

“Può arrivare ovunque in qualsiasi momento ma logicamente la probabilità diventa più grande più si trova vicino a noi. Quindi ci prepariamo, abbiamo già iniziato a prepararci anni fa, con l’idea che la malattia arriverà”, spiega ai microfoni di Falò il veterinario cantonale Luca Bacciarini.

Un virus “carrarmato”

“Il virus è una specie di carrarmato che viaggia in tutti i modi. Lento ma inarrestabile”, rileva il professor Vittorio Guberti, epidemiologo e ricercatore, tra i massimi esperti mondiali di PSA.

Si tratta di una febbre emorragica che colpisce cinghiali e maiali. La quasi totalità di quelli che si ammalano muoiono nel giro di pochi giorni.

Si diffonde per contatto diretto tra animali sani e infetti oppure indirettamente, attraverso cibo, abiti, scarpe o pneumatici contaminati. In questo senso, se calpestiamo terreno infetto, ad esempio in un bosco, diventiamo vettori del virus e contribuiamo alla sua diffusione.

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Restrizioni per tutti

Proprio per evitare di trasportare il virus fuori dalle foreste contaminate, si prevedono importanti limitazioni alla libertà di movimento.

Ampie porzioni di boschi inaccessibili per escursionisti, sportivi, raccoglitori di funghi o castagne. Caccia vietata. Agricoltura, viticoltura e selvicoltura ammesse solo in certe zone e a determinate condizioni.

Un cinghiale infetto ritrovato sul Monte San Giorgio e un altro in Valle di Muggio significheranno ad esempio che la quasi totalità dei boschi del Mendrisiotto potrebbero venir bloccati per un periodo da 1 a 2 anni.

Insomma, basterà poco per vedersi l’accesso limitato o impedito del tutto a grandi fette di territorio.

Un delicato equilibrio

Il Ticino sarà in prima fila. E al veterinario cantonale toccherà l’ingrato compito di stare in cabina di comando, difendendo restrizioni che danneggeranno inevitabilmente il turismo e la qualità di vita di escursionisti e appassionati di natura e spazi aperti.

“Certo, dovremo agire”, dice Luca Bacciarini. “Abbiamo già preparato un piano d’azione che definisce entità e dettagli degli interventi. Ma non tutte le misure previste verranno imposte ovunque. Dovremo ponderare bene la situazione perché sappiamo di dover contare su comprensione e accettazione da parte dei cittadini”.

Insomma, ci saranno vari interessi da ponderare e un delicato equilibrio da trovare. E non sarà per niente facile, come insegna l’esperienza italiana.

In due anni di lotta, pur avendo creato grandi problemi economici e turistici nelle zone a cavallo tra Liguria e Piemonte, il virus non è stato fermato.

Tanto che adesso trema anche l’importante industria dei salumi tra Lombardia ed Emilia Romagna. Salami, coppe, mortadelle, il prestigioso prosciutto di Parma: alcune di queste produzioni sono già oggi a rischio.

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