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Cittadina svizzera uccisa in Mali

"È con grande tristezza che ho appreso della morte della nostra concittadina", ha affermato il ministro degli esteri elvetico Ignazio Cassis. Keystone / Peter Schneider


Questo contenuto è stato pubblicato il 09 ottobre 2020 - 22:28

Una svizzera da quattro anni ostaggio in Mali è stata uccisa circa un mese fa dai suoi rapitori. Lo ha annunciato stasera il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).

I responsabili del crimine sarebbero membri dell'organizzazione terroristica islamista Jama'at Nasr al-Islam wal Muslim (JNIM), precisa una nota.

L'informazione è stata fornita oggi pomeriggio dalle autorità francesi a quelle svizzere, aggiunge il DFAE. "È con grande tristezza che ho appreso della morte della nostra concittadina", ha affermato il consigliere federale Ignazio Cassis, citato nel comunicato. "Condanno questo atto crudele ed esprimo le mie più sentite condoglianze ai parenti della vittima". Le circostanze esatte dell'assassinio non sono ancora chiare. Parigi è stata informata dell'esecuzione attraverso l'ostaggio franco-elvetico recentemente rilasciato, Sophie Pétronin.

La donna uccisa si chiamava Beatrice Stockli. Attiva da anni in Africa, è finita due volte prigioniera dei jihadisti maliani.

La prima nel gennaio del 2012, quando dopo 9 giorni venne liberata a condizione però di non tornare. Invito al quale però non diede seguito. Tornò in Africa nel 2016 per finire nuovamente nelle prigioni islamiste perché accusata di convertire i musulmani al cristianesimo. Allora finì in un video del gruppo jihadista dove veniva chiesta la liberazione di combattenti dalle carceri malesi in contropartita alla liberazione della missionaria elvetica.

Le autorità svizzere, sotto la direzione del DFAE, faranno tutto il possibile per accertare le circostanze esatte del crimine e il luogo in cui si trova il corpo della vittima. Berna tenterà in ogni modo di rimpatriarlo, precisa il DFAE, che intende rivolgersi al nuovo governo di transizione del Mali.

In collaborazione con le autorità maliane e con altri partner, Berna ha lavorato negli ultimi quattro anni per fare in modo che Stockli venisse rilasciata e potesse ritrovare la sua famiglia, afferma il DFAE, aggiungendo che i membri del Consiglio federale hanno ripetutamente esercitato pressioni sulle autorità maliane per chiederne la liberazione.

Nella nota si ricorda infine che a tale scopo è stata istituita una task force interdipartimentale sotto la direzione del DFAE, composta da rappresentanti dello stesso dipartimento, dell'Ufficio federale di polizia (fedpol), del Servizio federale di informazione (SIF) e del Procuratore federale (MPC). Anche le autorità svizzere sono state in costante contatto con la famiglia della vittima.

il servizio del telegiornale:

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tvsvizzera.it/ats/Zz

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