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La sfida dei piccoli pescatori del Tirreno

Un peschereccio entra nel porto di Fiumicino
RSI-SWI

La pesca in mare non attira più i giovani ma la crisi sanitaria provocata dal coronavirus potrebbe avere cambiato le cose.

C’è, a pochi chilometri dal più trafficato degli aeroporti italiani – quello di Fiumicino – un piccolo porto dove, da secoli, i pescatori sfidano il mare su pescherecci in legno, tramandando il lavoro di generazione in generazione.

“Il nostro è un lavoro tradizionale, fatto come una volta, ma tra vent’anni tutto questo sarà scomparso”, pronostica Armando Imperato, che a 27 anni è il più giovane dei pescatori di Fiumicino.

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La flotta del porto laziale, uno dei più dinamici del Tirreno, negli ultimi 30 anni si è quasi dimezzata, arrivando oggi a circa trenta imbarcazioni. “Un pescatore passa più tempo a navigare che a casa e così i giovani abbandonano”, spiega Imperato, che ha imparato il lavoro dal padre e dagli zii.

Il problema nasce (anche) dalla scarsa valorizzazione del pesce italiano. Nel paese europeo con il più alto consumo di pesce pro capite – 28 chili a persona – i consumatori sono spinti verso il pesce d’importazione, venduto a prezzi competitivi.

Dopo un crollo delle vendite nei primi mesi della pandemia di coronavirus, il mercato si è ripreso, nella speranza che, ci dice Antonio Istinto, giovane astatore del mercato del pesce di Fiumicino, “il pesce locale, che è buonissimo, torni a conquistare gli italiani”.

Cassette di pesce messe all asta
Cassette all’asta del pesce a Fiumicino RSI-SWI



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