In Ticino si vota per contrastare il dumping salariale e sociale
L'iniziativa "anti-dumping" chiede più controlli e la notifica obbligatoria di ogni contratto per blindare le buste paga. Per i promotori è la svolta contro il "Far West" del mercato del lavoro ticinese; per i contrari, un costoso mostro burocratico. L'8 marzo l'elettorato decide.
L’iniziativa popolare “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!”, promossa dal Movimento per il Socialismo (MPSCollegamento esterno), propone una ricetta precisa: controlli più capillari e un sistema di notifica obbligatoria per tutti i contratti di lavoro. L’obiettivo dichiarato è quello di dotare lo Stato di strumenti efficaci per contrastare la pressione al ribasso sui salari e le violazioni dei diritti dei lavoratori.
Cosa prevede l’iniziativa
IIl cuore della proposta, nata dalla raccolta di 7’350 firme valide, è l’introduzione di una nuova legge cantonale che obbligherebbe ogni datore di lavoro a notificare all’autorità competente i dati essenziali di ogni nuovo contratto, modifica o cessazione di un rapporto di lavoro. Le informazioni da comunicare includono la forma e la durata del contratto, la funzione, la qualifica richiesta, l’orario, il grado di occupazione e, soprattutto, la retribuzione. I dati anagrafici e professionali del lavoratore (formazione, età, sesso, nazionalità, domicilio) completano il quadro informativo richiesto.
L’iniziativa chiede inoltre un potenziamento significativo dell’Ispettorato del lavoro, fissando parametri precisi: un ispettore ogni 5’000 persone attive per i controlli generali e una sezione specifica per la parità di genere, con un’ispettrice ogni 2’500 donne attive, per contrastare discriminazioni salariali e abusi legati alla maternità.
Infine, si prevede la pubblicazione di una statistica annuale dettagliata sui salari, basata sui dati raccolti, per monitorare in modo trasparente l’evoluzione del mercato del lavoro.
Frontalieri, salari al ribasso e disparità di genere
Al centro del dibattito vi è un fenomeno che definisce da decenni il mercato del lavoro ticinese: la massiccia presenza di manodopera frontaliera e il suo impatto sulle condizioni salariali. Dagli accordi sulla libera circolazione delle personeCollegamento esterno con l’UE del 2002, il numero di lavoratori frontalieri in Ticino è esploso, passando dai circa 32’500 di allora ai quasi 79’000 di fine 2025. Questa dinamica ha reso il Ticino il Cantone con il salario mediano più basso di tutta la Svizzera: 5’708 franchi lordi mensili nel 2024, a fronte di una media nazionale di 7’024 franchi. Il divario, anziché ridursi, si sta ampliando: nel 2024 la differenza rispetto alla media svizzera ha raggiunto il 18,7%.
Secondo i promotori dell’iniziativa, questa situazione è il risultato di una politica di “messa in concorrenza dei salariati”, dove la facilità di attingere a un vasto bacino di manodopera estera ha spinto al ribasso le retribuzioni dei lavoratori residenti. Le analisi statistiche confermano che, a differenza del resto della Svizzera, in Ticino i lavoratori frontalieri percepiscono salari inferiori ai residenti a parità di qualifica, contribuendo ad abbassare la media generale.
La fotografia si complica ulteriormente se si guarda alle differenze salariali di genere. Lo studio più recente dell’Ufficio di statistica del Canton Ticino (“Extra Dati 5/2025”Collegamento esterno) ha rilevato che nel 2022, nel settore privato ticinese, il salario mediano femminile era inferiore del 13,0% rispetto a quello maschile. L’analisi mostra inoltre un dato ancora più allarmante: a parità di mansione, istruzione e altre caratteristiche professionali, il divario non solo non scompare, ma cresce fino al 14,0%. Questa è la cosiddetta “componente non spiegata”, che gli statistici associano a una potenziale discriminazione di genere.
Le donne sono poi particolarmente esposte ad abusi specifici: contratti part-time formali per prestazioni a tempo pieno, penalizzazioni legate alla maternità, difficoltà di avanzamento di carriera e, in alcuni casi, molestie sul posto di lavoro.
Le ragioni del SÌ: “Il mercato è un Far West”
I promotori dell’iniziativa, guidati dall’MPS e sostenuti da Partito Socialista, Verdi, Partito Comunista e Più Donne, dipingono un quadro allarmante del mercato del lavoro ticinese, spesso definito un “Far West” dove prevale l’arbitrio. Secondo i promotori dell’iniziativa in Ticino il lavoro è sempre più terreno di abuso, con bassi salari, orari eccessivi e licenziamenti immotivati per sostituire lavoratori anziani con manodopera più economica.
I favorevoli sostengono che, dopo l’introduzione della libera circolazione, il padronato ha messo in concorrenza i salariati, portando a una diminuzione dei salari reali in molti settori. L’iniziativa, affermano, fornirebbe finalmente allo Stato gli strumenti per far rispettare leggi e contratti, passando da controlli sporadici a un monitoraggio sistematico. La notifica obbligatoria permetterebbe di scovare immediatamente le irregolarità, mentre più ispettori garantirebbero l’effettiva applicazione delle norme.
Il costo, stimato dai promotori in circa 6 milioni di franchi annui per 54 nuovi ispettori, è considerato “più che sostenibile per garantire finalmente il rispetto dei diritti di chi lavora”.
Le ragioni del NO: “Più burocrazia, non salari più alti”
Sul fronte opposto si schiera un’ampia alleanza che include il Governo cantonale, la maggioranza del Parlamento cantonale (Partito liberale radicale, il Centro, Lega, Unione democratica di centro), le principali associazioni padronali come AITI (Associazione industrie ticinesi) e SSIC (Società svizzera impresari costruttori), e anche il sindacato OCST. Pur condividendo l’obiettivo di fondo, i contrari bocciano radicalmente il metodo proposto, giudicandolo sproporzionato, burocratico e controproducente. L’argomento principale è che il Ticino è già il cantone che effettua più controlli in Svizzera, con un tasso di verifiche tra il 25% e il 30% delle aziende, a fronte di un obiettivo nazionale del 3-5%. Secondo i contrari, moltiplicare gli ispettori non si tradurrebbe in salari più alti, ma solo in un aggravio di costi per lo Stato e le imprese.
Contestano inoltre le stime dei promotori: secondo il fronte del NO, l’iniziativa richiederebbe circa 160 nuovi funzionari per un costo reale di 18 milioni di franchi annui. Un altro punto centrale è l’onere amministrativo che graverebbe sulle aziende, in particolare sulle PMI, costrette a notificare ogni movimento di personale. Questo, secondo gli oppositori, renderebbe il Ticino meno attrattivo e metterebbe a rischio posti di lavoro. Inoltre, si critica l’indebolimento del partenariato sociale: l’iniziativa, creando un nuovo apparato statale centralizzato, scavalcherebbe le commissioni paritetiche che già oggi vigilano sui contratti collettivi.
Anche il sindacato OCSTCollegamento esterno, pur combattendo il dumping, ritiene che l’iniziativa non introduca nuovi strumenti sanzionatori efficaci, ma si limiti a “produrre ulteriori dati su fenomeni che conosciamo già a fondo”.
Uno scontro politico e di cifre
La votazione dell’8 marzoCollegamento esterno riaccende un dibattito decennale in Ticino. Già nel 2016 si votò su una proposta simile (Basta con il dumping salariale in TicinoCollegamento esterno), che fu respinta a favore di un controprogetto che portò a un primo potenziamento dei controlli. Oggi, lo scontro è tanto sui principi quanto sulle cifre. Da un lato, una visione che chiede uno Stato più forte e presente per riequilibrare un mercato del lavoro percepito come squilibrato. Dall’altro, una posizione che difende il sistema attuale basato sul partenariato sociale e su controlli mirati, e che teme un’esplosione di burocrazia e costi a carico della collettività e delle imprese.
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