In Ticino il “no” all’iniziativa anti-dumping non chiude il dibattito
Il Ticino boccia per la seconda volta in dieci anni un'iniziativa contro il dumping salariale. Il 56,17% dice no a più controlli e più ispettori: troppa burocrazia, troppi costi. Ma chi ha perso non ci sta: i salari restano bassi, le discriminazioni di genere restano, e la battaglia ricomincia da oggi.
Il Ticino ha detto “no”. Con una maggioranza netta del 56,17% di voti contrari, l’elettorato cantonale ha respinto l’iniziativa popolare “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!Collegamento esterno“. La proposta, lanciata dal Movimento per il Socialismo (MPS) e sostenuta da una coalizione di sinistra, mirava a introdurre un sistema di controlli più capillare sul mercato del lavoro, ma non ha convinto la maggioranza dei cittadini.
Il risultatoCollegamento esterno riaccende il dibattito su un tema che da decenni definisce l’economia e la società ticinese. E lo fa in una data simbolica – l’8 marzo, Giornata internazionale della donna – che non è sfuggita agli stessi promotori, considerato che uno dei cardini dell’iniziativa era la lotta alle discriminazioni salariali di genere.
Un voto già visto, il precedente del 2016
Non è la prima volta che il Ticino si esprime su una proposta simile. Già nel settembre del 2016 i cittadini avevano bocciato alle urne un’iniziativa targata sempre MPS sullo stesso tema, scegliendo però allora un controprogetto di compromesso che portò a un primo potenziamento dei controlli sul lavoro. Questa volta, senza controproposte sul tavolo, la scelta è stata più netta: il “no” ha prevalso con una percentuale superiore a quella del 2016, quando i contrari si erano fermati al 52,4%.
Come ha sottolineato Andrea Censi, parlamentare cantonale della Lega, ai microfoni della RSI: “I risultati di questa votazione sono ancora più netti rispetto a quelli del 2016. Il popolo ticinese si è espresso in modo sufficientemente chiaro”. Ecco l’intervista:
Evitato un “mostro burocratico”
Il fronte del “no”, composto dai principali partiti di centro-destra, dalle associazioni padronali e dal Governo cantonale, ha accolto il risultato con evidente soddisfazione. Cristina Maderni, parlamentare cantonale del Partito liberale radicale (PLR) e vicepresidente della Camera di Commercio ticinese (Cc-Ti), ha definito l’iniziativa “un mostro burocratico che avrebbe pesato ulteriormente sulle aziende senza incidere davvero sulle problematiche esistenti”. Pur non negando le criticità del mondo del lavoro, Maderni ha sottolineato che “i controlli ci sono già oggi, sono anche incisivi e si vedono i risultati”, e che è necessario “colpire queste singole situazioni” irregolari piuttosto che appesantire l’intero sistema economico.
Il PLR cantonale, in una nota ufficialeCollegamento esterno, ha parlato di “ampio no all’iniziativa che evita al Ticino un pericoloso irrigidimento normativo che avrebbe danneggiato innanzitutto le imprese che lavorano in modo corretto, ossia la stragrande maggioranza”.
Sulla stessa linea la Lega dei Ticinesi, che ha espresso soddisfazione per la bocciatura di un’iniziativa che “avrebbe provocato l’ennesima ondata di burocrazia e di controlli e di costi, sia a carico dell’ente pubblico sia delle imprese, con un effetto boomerang sull’occupazione”.
Anche il Governo cantonale, infine, ha accolto con soddisfazione la decisione della cittadinanza, ricordando che il Ticino è già oggi il Cantone con il tasso di verifiche più alto della Svizzera, tra il 25% e il 30% delle aziende, a fronte di un obiettivo nazionale del 3-5%. Il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia, Christian Vitta, ha parlato di un voto che rappresenta “un riconoscimento per tutti coloro che si occupano dei controlli sul mercato del lavoro, ossia l’ispettorato del Cantone e le commissioni paritetiche”.
Delusi ma non rassegnati
Sul fronte opposto, la delusione è palpabile, ma non c’è traccia di rassegnazione. Matteo Pronzini, parlamentare cantonale dell’MPS, pur prendendo atto della sconfitta, ha immediatamente rilanciato: “Al di là del risultato, i problemi che noi abbiamo posto, cioè la questione di una riduzione degli stipendi e una grande discriminazione salariale tra uomini e donne rimane. Noi continueremo nella nostra battaglia. Per noi è centrale impedire che questo cantone si trasformi in un cantone di poveri”. Ecco l’intervista a Matteo Pronzini dell’MPS:
L’MPS, in un comunicatoCollegamento esterno, ha sottolineato come l’iniziativa abbia “raccolto un consenso importante, assai simile a quello dell’iniziativa sullo stesso tema sconfitta nel 2016”, segnale di “una persistenza del fenomeno”. I promotori dell’iniziativa chiudono ricordando che “questo risultato smentisce chiaramente la narrazione, diffusa da diversi oppositori all’iniziativa, secondo cui il dumping salariale e il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori sarebbero problemi ormai superati”.
Anche Fabrizio Sirica, co-presidente del Partito socialista ticinese, ha dichiarato che, pur rispettando la volontà popolare, sarà necessario “lavorare su aspetti puntuali per tutelare i lavoratori”.
I Verdi del Ticino, in una notaCollegamento esterno, hanno parlato di “una mancata occasione per intervenire concretamente in un mercato del lavoro segnato da salari da fame e precarietà”, assicurando che continueranno a battersi “in Gran Consiglio per ottenere controlli più severi e trasparenza, perché il no di oggi non deve diventare un lasciapassare per lo sfruttamento e la concorrenza sleale sulla pelle di chi lavora”.
Cosa chiedeva l’iniziativa
La proposta, nata dalla raccolta di 7’350 firme valide, si basava su quattro pilastri fondamentali, pensati per dotare lo Stato di strumenti più efficaci contro dumping e abusi.
Il cuore della proposta era l’introduzione di un obbligo di notifica generalizzato: ogni datore di lavoro avrebbe dovuto comunicare all’autorità competente i dati essenziali di ogni nuovo contratto, modifica o cessazione di un rapporto di lavoro. A ciò si affiancava un significativo potenziamento dell’Ispettorato del lavoro, con il parametro vincolante di un ispettore ogni 5’000 persone attive per i controlli generali.
L’iniziativa prevedeva inoltre la creazione di una sezione specifica per la parità di genere, dotata di un’ispettrice ogni 2’500 donne attive, con il mandato di contrastare discriminazioni retributive e abusi legati alla maternità. Infine, tutti i dati raccolti sarebbero confluiti in una statistica pubblica annuale sui salari e le condizioni di lavoro, per garantire trasparenza e monitoraggio sistematico del mercato.
I promotori stimavano il costo della riforma in circa 6 milioni di franchi annui per 54 nuovi ispettori, ritenuto “più che sostenibile”. I contrari contestavano queste cifre, calcolando invece un fabbisogno di circa 160 nuovi funzionari per un costo reale di 18 milioni di franchi l’anno.
Il contesto: salari bassi e frontalieri, un nodo strutturale
Al cuore del dibattito vi è un fenomeno che definisce da decenni il mercato del lavoro ticinese: la massiccia presenza di manodopera frontaliera e il suo impatto – negativo – sulle condizioni salariali. Dagli accordi sulla libera circolazione delle persone con l’UE del 2002, il numero di lavoratori frontalieri in Ticino è passato dai circa 32’500 di allora ai quasi 79’000 di fine 2025. Questa dinamica si traduce in una pressione sui salari. Il Ticino risulta essere il Cantone con il salario mediano più basso di tutta la Svizzera: 5’708 franchi lordi mensili nel 2024, a fronte di una media nazionale di 7’024 franchi. Il divario, anziché ridursi, si sta ampliando: nel 2024 la differenza rispetto alla media svizzera ha raggiunto il 18,7%.
La fotografia si complica ulteriormente guardando alle differenze salariali di genere. Secondo lo studioCollegamento esterno più recente dell’Ufficio di statistica del Canton Ticino, nel 2022 il salario mediano femminile nel settore privato era inferiore del 13% rispetto a quello maschile. A parità di mansione e istruzione, il divario non scompare ma cresce fino al 14%, la cosiddetta “componente non spiegata” che gli statistici associano a una potenziale discriminazione di genere.
A dieci anni dalla prima votazione, il Ticino sceglie ancora la via della continuità. Ma il “no” delle urne non chiude il dibattito: lo riapre, spostando la sfida dal piano delle urne a quello del Parlamento e della contrattazione sociale.
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