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L'ombra della mafia sulle Olimpiadi di Milano e Cortina

Come ogni grande evento, le Olimpiadi invernali 2026 di Milano-Cortina fanno gola alle mafie. Keystone / Laurent Gillieron

Mancano ancora quattro anni alle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina ma la mafia degli affari è già riuscita a infilarsi nei cantieri per l’evento sportivo.

Questo contenuto è stato pubblicato il 10 luglio 2022 - 15:00
Floriana Bulfon

La procura di Milano ha arrestato un imprenditore calabrese, condannato in passato per ‘ndrangheta, accusandolo di essere il reale titolare di un gruppo di imprese attive negli appalti pubblici in Lombardia e Piemonte: tra i contratti che aveva ottenuto c’erano pure quelli per l’area Porta Romana, nel cuore della metropoli meneghina, dove sorgerà il villaggio olimpico.

Le cosche hanno sempre cercato di inserirsi nei lavori per eventi di richiamo internazionale, come l’Expo del 2015 sempre a Milano quando indagini e scandali convinsero il governo a introdurre una rete di sorveglianza specializzata. E lo stesso è accaduto persino nella ricostruzione del Ponte Morandi di Genova, il cavalcavia crollato nel 2018 causando la morte di 43 persone: un’azienda legata ai clan è stata scoperta e sequestrata dagli investigatori.

Norme antimafia aggirabili

In tutto il territorio italiano le leggi antimafia prevedono che per partecipare alle gare pubbliche, anche attraverso subappalti, le società ottengano dalla prefettura l’iscrizione in una white list, ma i controlli in questo caso si limitano quasi sempre a verificare in maniera burocratica che tra soci e amministratori non figurino personaggi con legami criminali. Un sistema che - come hanno dimostrato le inchieste giudiziarie degli scorsi anni - viene facilmente aggirato.

Basta fare come il pregiudicato Pietro Paolo Portolesi, nativo della provincia di Reggio Calabria ma cresciuto nell’Italia Settentrionale, che secondo le contestazioni aveva intestato quattro aziende a un prestanome, riuscendo così a ingannare le verifiche preventive e a entrare con la Legnano Ecoter nel cantiere del nascente villaggio olimpico dei giochi invernali.

Il business del movimento terra

A leggere gli atti dell’accusa, il ritratto di Portolesi è quello tipico della generazione di imprenditori mafiosi che sta infiltrando l’economia italiana. Lui si muove nel primo settore preso di mira dalla ‘ndrangheta nelle regioni del Nord: il movimento terra, ossia il trasporto dei materiali necessari alla costruzione delle massicciate stradali, di quelli provenienti dagli scavi delle fondamenta ma anche delle macerie scaturite dalla demolizione delle vecchie fabbriche dismesse. Milioni di tonnellate che vanno trasferite e spesso smaltite secondo rigorosi criteri ambientali. Gli annali della mafia raccontano che negli anni Ottanta Franco Coco Trovato partendo da questa attività aveva raggiunto una sorta di monopolio in Lombardia, affermandosi così nella "cupola" che da Reggio Calabria dominava l’impero mondiale della ‘ndrangheta.

Le 144 pagine dell’ordine di arresto contro Portolesi permettono di farsi un’idea del business, prospettato nelle telefonate intercettate: solo per la demolizione dei magazzini ferroviari milanesi di Porta Romana si preventiva di portare via 150'000 tonnellate di macerie, con una spesa per il trasporto di diversi milioni di euro. Nelle conversazioni registrate dai magistrati è lui l’interlocutore che tratta le condizioni del contratto assegnato alla Legnano Ecoter, anche se l’azienda risulta intestata a un prestanome incensurato. Lo stesso sarebbe avvenuto per altre tre società - tutte sequestrate dal giudice - che si sono accaparrate appalti nella costruzione della tangenziale di Novara; nei cantieri del Comune di Buccinasco, alle porte del capoluogo, e anche nell’Ortomercato di Milano, la colossale centrale che distribuisce frutta e verdura in tutta la Lombardia da sempre cruciale negli interessi delle ndrine.

I pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia, guidati da Alessandra Dolci, lo hanno smascherato grazie alle intercettazioni delle telefonate e agli accertamenti finanziari: conti e fondi delle aziende sarebbero state utilizzate da Portolesi per acquistare e ristrutturare immobili di sua proprietà. Lui d’altronde faceva di tutto per evitare che le forze dell’ordine lo trovassero all’interno degli uffici o dei cantieri. La figlia - anche lei finita sotto inchiesta - dice che all’arrivo della polizia il padre "scappava dalla porta sul retro".

La lettura degli atti però è illuminante. L’uomo assieme al fratello era finito in cella nel 2011 e aveva patteggiato una condanna per associazione mafiosa: era stato riconosciuto come appartenente alla "locale" - il nome che la ‘ndrangheta dà alle sue filiali - di Volpiano, nei dintorni di Torino. Poi era stato di nuovo incriminato per avere cercato di riappropriarsi dei camion sequestrati in una procedura di fallimento.

Nuova leva di mafiosi

Ma bisogna superare gli stereotipi sui boss arroganti e fannulloni, che usano le società come scatole vuote per riciclare denaro: Portolesi è un vero imprenditore, competente e competitivo, che sa muoversi sul mercato e non conosce orari: discute di tariffe e scontistica, aggiorna i mezzi delle sue aziende, si relaziona con i manager dei grandi gruppi che gli affidano i subappalti.

Il suo profilo corrisponde a quello di una nuova leva di mafiosi che investono denaro e lo fanno fruttare con il loro lavoro. Alle spalle hanno i capitali infiniti accumulati dalle famiglie del Sud con il narcotraffico e possono contare sulla forza intimidatoria delle armi: molte volte non hanno neppure bisogno di minacciare, perché tutti sanno che gli ordini della ‘ndrangheta vanno rispettati. 


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