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Settimana corta sì o settimana corta no?

due persone sdraiate su un prato leggono
Conciliare lavoro e vita privata sta diventando una priorità per un numero crescente di persone. © Keystone / Salvatore Di Nolfi

Anche se ancora poco diffusa, la settimana corta continua a far parlare di sé e le iniziative per introdurla si moltiplicano. Ma… cosa implica lavorare quattro giorni invece di cinque? 

Lavorare quattro giorni, pagati per cinque. La scelta è stata fatta da alcuni imprenditori nella Svizzera francese e tedesca. Una mozione del granconsigliere ticinese socialista Fabrizio Sirica chiede ora al Cantone Ticino di elaborare un progetto pilota nell’amministrazione cantonale. Lo scopo, ha spiegato Sirica ai microfoni della Radiotelevisione della Svizzera italiana RSI, sarebbe di verificare la produttività e il livello di salute delle persone in queste nuove condizioni. La mozione non è ancora stata trattata. 

Quello della salute è un tema sempre più importante: numerosi studi svolti nel corso degli ultimi anni hanno dimostrato che sempre più persone soffrono di malattie legate al lavoro (stress, burnout, depressione). Malattie che portano a una diffusione dell’assenteismo, che comporta costi aggiuntivi per le aziende: Promozione salute svizzera ha stimato questi costi a 6,5 miliardi nel 2022Collegamento esterno

Inoltre sempre più lavoratrici e lavoratori scelgono il tempo di lavoro parziale per poter conciliare lavoro e famiglia. Non per tutti, però, è possibile: da una parte per questioni economiche (non sempre si è in grado di affrontare una riduzione salariale), dall’altra perché si lavora in settori nei quali il tempo parziale è difficilmente applicabile.  

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“Le persone vogliono riappropriarsi maggiormente della propria vita”, dice Sirica, e la consapevolezza in questo senso è cresciuta durante la pandemia, quando migliaia di persone hanno cominciato a lavorare da casa.  

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Secondo il presidente della Camera di commercio ticinese Andrea Gehri, la settimana di quattro giorni “sarebbe un’opzione straordinaria, che sarei lieto di accogliere se si dimostrasse essere sostenibile”. È però ben cosciente del fatto che non è applicabile in tutti i settori. È più semplice, secondo lui, laddove la tecnologia e l’informatizzazione compensano la riduzione dell’orario di lavoro. Ma non nei settori socio-sanitario, dell’edilizia, alberghiero o ancora della ristorazione, che difficilmente riuscirebbero a ridurre il tempo di lavoro “senza dover pagare un pezzo nettamente superiore per poterlo compensare” (assumendo nuovo personale, ndr). 

L’esempio di Assymba 

Assymba è una ditta romanda che si occupa d’informatica e che ha implementato la settimana di quattro giorni, senza assumere nuovo personale. Se inizialmente il fatturato era calato, “ora siamo a +20% rispetto a quando lavoravamo cinque giorni”, ha spiegato il direttore Patrick Tondo alla trasmissione Il Quotidiano della RSI. Il merito è sicuramente della settimana corta: “il personale è più motivato e meno stanco. Si ottimizza il tempo di lavoro, anche grazie al fatto che abbiamo automatizzato alcune operazioni che prima svolgevamo manualmente”. L’automatizzazione, spiega, è stata fatta in quelle aree in cui l’intervento umano non apporta nessun valore aggiunto. Un doppio vantaggio, quindi: si guadagna più tempo per lavorare in quelle aree in cui il valore aggiunto ha importanza. “Si tratta di un modello che secondo me è applicabile a molte aziende nel settore dei servizi. Risulta invece più difficile farlo laddove la presenza umana è importante, come per esempio la vendita”.   

Un’evoluzione naturale 

Nel XIX secolo si lavorava molte più ore rispetto a oggi, ma poi con gli anni questi orari si sono man mano ridotti, fino alla situazione attuale (con alcune differenze tra i vari Paesi) di circa 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana. Ci sono voluti due secoli, ma le cose stanno cambiando: si diffonde il tempo parziale e quindi, come si può leggere in uno studio sulla settimana corta svolto dal gruppo AxaCollegamento esterno, “oggi siamo arrivati alla nuova frontiera, la settimana corta”.  

Pioniera in questo senso è stata l’Islanda, che ha iniziato a testarla nel 2015: “I risultati sono stati buoni – scrive Axa – con le imprese che hanno registrato una maggior produttività e l’86% dei dipendenti che ha scelto i quattro giorni all’insegna del meno stress”. Altri Paesi l’hanno presto imitata, soprattutto il Regno Unito, dove nel 2021 decine di imprese hanno deciso di introdurre la settimana corta e i buoni risultati non si sono fatti attendere. Il 39% dei e delle dipendenti ha detto di essere meno stressato/a, il 40% dorme meglio, il 54% ha migliorato l’equilibrio casa-lavoro. La quantità di assenze per malattia è calata del 57% e le aziende hanno segnalato un generale aumento della produttività e della soddisfazione dei lavoratori e delle lavoratrici.  

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sperimenti vengono svolti anche in Italia, Spagna, Giappone, Stati Uniti, Svezia, Cina e Svizzera, ma non esiste ancora nessuna normativa che regoli queste situazioni. Si tratta ancora di iniziative isolate e su base volontaria delle compagnie.  

In Svizzera non è molto popolare, ma… 

La settimana corta viene sperimentata anche in Svizzera, come abbiamo visto sopra, ma anche in questo caso, a macchia di leopardo. La ragione non è (solo) una mancanza di volontà, ma anche culturale. Il tempo di lavoro parziale è una scelta molto diffusa nella Confederazione (in particolare tra le donne) ed è entrato negli usi e costumi di una buona parte delle aziende presenti sul territorio.   

La reticenza viene dal mondo economico – Rudolf Minsch, capo economista di Economiesuisse, l’organizzazione ombrello dell’economia svizzera, ha dichiarato in un’intervista che “una paga uguale per meno lavoro è un’illusione, non è possibile” – ma anche dalla stessa popolazione. Ad esempio  l’iniziativa popolare “Sei settimane di vacanza per tutti” è stata respinta nel 2012 con il 66,5% dei votiCollegamento esterno. È vero, sono passati 11 anni da allora e nel frattempo c’è stata una pandemia che forse ha fatto cambiare idea a qualcuno. Nel 2012, però, hanno fatto inabissare il “sì” i possibili effetti negativi della riduzione dell’orario di lavoro sull’economia.  

Oggi, la settimana corta è promossa soprattutto dagli ambienti di sinistra: prima della proposta del ticinese Sirica, ce n’è stata una della consigliera nazionale Tamara Funiciello, anche lei socialista, che  ha presentato una mozione per ridurre l’orario di lavoro a un massimo di 35 ore settimanali senza perdita di salario, obbligando il Consiglio federale a introdurre misure adeguate. Un’idea sostenuta anche dal sindacato Unia: “Grazie al progresso tecnologico e alla digitalizzazione, la produttività sta aumentando, ma la maggior parte dei guadagni derivanti da ciò resta alle imprese”, ha spiegato Mirjam Brunner del dipartimento politico di Unia in un’intervista a SWI swissinfo.ch.  “Una riduzione collettiva delle ore di lavoro sarebbe un modo per ridistribuire questi guadagni di produttività ai salariati e alle salariate”.

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