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Riciclaggio, la Finma censura altre due banche elvetiche

Riciclaggio all'ombra dei pozzi petroliferi venezuelani. Keystone / Ana Maria Otero

Approfondimenti su oltre 30 banche e cinque procedimenti aperti dall'organo di vigilanza Finma in merito allo scandalo Petróleos de Venezuela SA.

Questo contenuto è stato pubblicato il 18 novembre 2021 - 18:28
tvsvizzera.it/spal con Keystone-ATS

La luganese Banca Zarattini e la ginevrina Compagnie Bancaire Helvétique (CBH Bank) "non hanno adempiuto ai loro obblighi in materia di lotta contro il riciclaggio di denaro e hanno gravemente violato il diritto in materia di vigilanza", secondo quanto ha comunicato giovedì la Finma, l'organo federale di sorveglianza sui mercati finanziari in merito al caso di corruzione che coinvolge l'azienda petrolifera di Stato Petróleos de Venezuela SA (PDVSA).

Nelle due ultime indaginiLink esterno condotte dall'autorità di vigilanza svizzera su questa vicenda internazionale è emerso che i due istituti finanziari hanno contravvenuto dal 2014 al 2018 e, rispettivamente, dal 2012 al 2020 ai loro doveri di diligenza e alle norme in materia di vigilanza.

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Le banche hanno collaborato con la Finma

In particolare, a giudizio della Finma, Banca Zarattini e Compagnie Bancaire Helvétique "hanno insufficientemente chiarito i retroscena economici delle relazioni d’affari e delle transazioni che comportano un rischio superiore di riciclaggio di denaro". Inoltre "la corrispondente documentazione presentava delle lacune".

Entrambe le banche hanno però collaborato in modo efficace con l'organo federale durante il procedimento, adottando misure operative e organizzative per sanare le loro inadempienze in materia, ritenute "adeguate". E per questo motivo la Finma ha deciso che i due istituti possano in sostanza limitarsi d’ora ad "attuare con coerenza tali misure volte al ripristino della situazione conforme".  

Le precisazioni della luganese Zarattini

In una nota la Banca Zarattini afferma di aver preso atto positivamente della decisione della Finma, che a suo avviso conferma la validità delle misure già adottate dalla banca.

L'istituto, che ritiene molto importante rispettare in modo rigoroso le normative svizzere e internazionali, sottolinea inoltre che le relazioni aperte con clienti venezuelani non concernevano né PDVSA, né altri enti statali venezuelani.

Sullo scandalo in questione la Finma aveva passato al vaglio la posizione di oltre 30 banche elvetiche e avviato cinque procedimenti di "enforcement" a carico di istituti sospettati di aver violato le norme svizzere sul riciclaggio, che nel frattempo si sono tutti conclusi. A destare una certa eco nel recente passato, sempre in relazione a questa vicenda, era stato l'operato di un collaboratore della Julius Bär. 

Oltre sette milioni giunti in Svizzera attraverso Andorra

Nelle scorse settimane era rimbalzata su media internazionali, in particolare sull'iberico ElPais, la notizia dell'occultamento nel luglio 2014, da parte dell'ex direttore generale della produzione della Petròleos de Venezuela SA, José Luis Parada, di 7,1 milioni di dollari nei forzieri svizzeri (Credinvest), attraverso un conto di una banca di Andorra (Banca Privada d'Andorra BPA) nel quale erano confluiti 8,5 milioni di dollari tra il 2008 e il 2015.

Il dirigente della società petrolifera venezuelana accreditò, sempre secondo queste fonti, un altro milione in un diverso istituto finanziario elvetico a un beneficiario di cui gli inquirenti non sono riusciti a risalire all'identità. José Luis Parada ha in seguito motivato l'operazione con il fine di evitare che la giustizia del Principato bloccasse i suoi fondi, come avvenuto per altri dirigenti chavisti della società petrolifera venezuelana, finiti sotto inchiesta dal 2012 per lo spoglio di questa impresa pubblica.

Gli investigatori ritengono che attraverso una rete di una trentina di società e istituti finanziari attivi in diversi paesi, tra cui la Svizzera, sarebbe stato orchestrato il riciclaggio dei fondi sottratti alla Petróleos de Venezuela SA.

Una vasta operazione nella quale sarebbero stati coinvolti, grazie anche all'intervento della rete diplomatica di Caracas, gli imprenditori che si aggiudicavano appalti dal regime chavista.    

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