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Nella Svizzera italiana scarseggerà sempre di più la manodopera

A mancare non sarà il lavoro ma chi lo dovrebbe fare.
A mancare non sarà il lavoro ma chi lo dovrebbe fare. Keystone / Martin Ruetschi

Entro il 2026 in canton Ticino ci sarà carenza di circa 12'000 lavoratori e lavoratrici. Lo sostiene uno studio realizzato dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI).

L’analisi del mercato del lavoro ticinese, che negli ultimi decenni ha visto crescere sensibilmente l’occupazione grazie anche all’apporto del frontalierato, evidenzia un crescente problema di reperibilità del personale per la sua economia, su cui pesano soprattutto i pensionamenti.

Fra tre anni, nel 2026, secondo le proiezioni ci sarà un deficit di circa 7’000 addetti e addette nel solo settore sanitario, tra i più colpiti dall’attuale tendenza.

Ma andiamo con ordine. Nella ricerca pubblicata a inizio giugno dalla SUPSICollegamento esterno, è stata delineata l’evoluzione dell’occupazione nei vari rami dell’economia. A questo scenario sono stati applicati i dati relativi a collaboratori e collaboratrici che si accingono a entrare nel mercato del lavoro, e alle persone che invece lasceranno il loro impiego a causa del pensionamento. Proprio quest’ultimo aspetto costituisce il fattore pregnante dello studio SUPSI, un aspetto che, secondo i ricercatori che lo hanno realizzato, contribuisce a renderlo particolarmente vicino alla futura realtà del mercato del lavoro nel cantone.

Per il quinquennio 2022-2026 si prevede un fabbisogno di quasi 40’000 fra lavoratrici e lavoratori, ha precisato il ricercatore Edoardo Slerca al Corriere del Ticino, a fronte di circa 28’300 persone che entreranno nel mercato del lavoro. La differenza è quindi rappresentata dagli impieghi per i quali, in base alle attuali previsioni, mancherà la forza lavoro.

Il settore più colpito sarà appunto quello sanitario, per il quale si stima un deficit di circa 7’000 addetti/e, seguito dalle attività scientifiche e tecniche (6’000), dal commercio all’ingrosso e al dettaglio (4’000) e dalle attività manifatturiere (4’000).

La questione della carenza del personale è d’altronde avvertita un po’ dappertutto in questi mesi in diversi Paesi europei, così come in altri cantoni elvetici. Ma nella Svizzera italiana, dove il tasso di disoccupazione è attualmente al 2,1%, si manifestano alcune peculiarità che rendono particolarmente acuto il problema.

Il Ticino, osserva sempre il ricercatore della SUPSI, è infatti uno dei cantoni con il più elevato grado di invecchiamento della popolazione e proprio in virtù di questa componente demografica la regione starebbe soffrendo in misura maggiore rispetto ad altre. “Prima di altri cantoni ci troviamo a dover gestire un forte ricambio generazionale nel mercato del lavoro”, spiega Edoardo Slerca.

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Sullo sfondo ci sono poi i continui progressi della tecnologia, che in questo contesto complicano la pianificazione del sistema formativo da parte delle autorità preposte.

La sfida è poi resa più ardua dalla forte competizione con altri territori, come le regioni italiane Lombardia e del Piemonte, pure confrontate con una scarsità di lavoratori e lavoratrici e con un’evoluzione demografica sfavorevole. Si tratta di territori che tradizionalmente costituiscono un importante bacino da cui la Svizzera meridionale attinge manodopera, in particolare quella specializzata.

A questo riguardo bisogna sottolineare che negli ultimi decenni il Prodotto interno lordo (PIL) del canton Ticino ha fatto segnare un’evoluzione estremamente positivaCollegamento esterno, anche nel confronto internazionale, e uno dei fattori decisivi, sottolineano vari studi, sarebbe stato l’incremento dell’occupazione grazie alla disponibilità di un importante serbatoio di manodopera (a tal proposito basta guardare la carta geografica: un triangolo di poche centinaia di migliaia di abitanti incuneato in una regione di 10 milioni di persone, tra le più ricche e produttive d’Europa).

Nel periodo tra il 2005 e il 2016, il canton Ticino ha registrato un PIL reale annuo del 2.1%. Nel periodo analizzato, l’economia ticinese è cresciuta complessivamente di un quarto. Con un livello di crescita tanto elevato, il cantone si assicura il podio nel campione di confronto a livello internazionale. Tra il 2005 e il 2016, l’economia ticinese ha registrato solamente un anno di crescita economica nettamente negativa (crisi finanziaria del 2009: –2.5%), per quanto tutto sommato contenuta (shock del franco 2015: +0.4%). Nel raffronto internazionale, il crollo dovuto alla crisi finanziaria è stato meno drastico rispetto ai principali Paesi europei. La salda crescita economica del cantone sarebbe riconducibile a uno spiccato e costante aumento dell’occupazione ed, in misura minore, alla crescita della produttività. Nel periodo analizzato, l’economia della Lombardia ha vissuto invece una fase di stagnazione, mentre quella del Piemonte ha subito una contrazione dell’8%.

Infine, gli occupati e le occupate nel cantone italofono sono aumentati da 180’000 a 233’500 dal 2000 al 2020, su una popolazione che si aggira attorno ai 350’000 residenti. A trainare questa crescita è stata soprattutto la manodopera frontaliera la cui quota, grazie anche all’entrata in vigore dell’accordo di libera circolazione con l’Unione Europea (UE), è salita dal 17% al 32% in 20 anni (dal 2002 al 2022).

I risultati del primo trimestre del 2023 del mercato del lavoro ticinese mostrano una popolazione occupata in aumento di oltre 6’400 unità rispetto a un anno prima. Un grande dinamismo, osservato già da alcuni anni, che concerne sia gli occupati residenti (+3,0%), che i lavoratori frontalieri (+4,0%). Il risultato di corto termine si discosta in parte da quello di medio e lungo periodo, in particolare per quanto riguarda la crescita degli occupati residenti, il cui numero risulta più stabile nell’ultimo decennio e in calo negli anni più recenti.

Nello specifico, negli ultimi cinque anni si segnala un calo del 3,9% di occupati residenti a fronte di un aumento del 16,6% di frontalieri.

Ma questo aspetto, che gli esperti interpretano come un fattore di competitività per il cantone sudalpino, rischia di venire meno nei prossimi decenni. Anche le province al di là del confine, infatti, sono confrontate con un elevato tasso di invecchiamento della popolazione che rende più difficoltoso reperire il personale. A ciò si è aggiunta la potenziale complicanza dell’imminente cambio di regime fiscale per i frontalieri. L’accordo italo-svizzero, appena ratificato dalle Camere italiane e fortemente voluto da Berna per rendere meno attrattivo il mercato del lavoro elvetico – confrontato con indesiderati fenomeni di dumping salariale – rischia di frenare ulteriormente l’afflusso di potenziali collaboratori e collaboratrici dalle regioni di confine italiane. E questo viene visto dalla piazza economica ticinese con grande preoccupazione (un po’ meno dai partiti e movimenti sovranisti locali).

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