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Da luglio niente (o poco) telelavoro per i frontalieri

Lavorare da casa.
Tra meno di due mesi saranno revocate le agevolazioni per il telelavoro che erano state concesse ai frontalieri. © Keystone / Christian Beutler

In estate decadono le norme che consentivano ai lavoratori residenti oltre confine di lavorare da casa senza particolari inconvenienti di ordine previdenziale e fiscale. Ma le diplomazie sono al lavoro.

Con la pandemia il telelavoro ha acquisito un’inaspettata rilevanza che prelude a una ulteriore diffusione in futuro nelle aziende, come modalità di attività complementare a quella tradizionale. Apprezzato dal personale ma anche dai datori di lavoro, che ne hanno potuto constatare i vantaggi a livello di logistica, costi ed efficienza, l’home working viene ora promosso anche dai politici e dagli amministratori locali per le ricadute positive che garantisce in termini di traffico veicolare e ambientali nelle aree urbane congestionate.

Altri sviluppi

Chi rischia però di non beneficiarne più a breve sono i lavoratori transfrontalieri, nonostante una frazione importante di loro – come in Ticino dove rappresentano il 66% del totale – siano impiegati nel terziario, settore che si presta a questa modalità di impiego. A fine giugno decadrannoCollegamento esterno infatti gli accordi amichevoli stipulati durante l’emergenza sanitaria dalla Confederazione con gli Stati confinanti, che hanno autorizzato questa particolare modalità di lavoro, imposta peraltro tassativamente nelle varie fasi di confinamento decretate dai governi in questi due anni.

Più precisamente, per venire incontro alle esigenze delle aziende e della manodopera transfrontaliera, è stato consentito temporaneamente ed entro certi limiti di derogare alle norme concordate con i vari paesi sull’imposizione e la contribuzione (assicurazioni sociali in Svizzera) che gravano su questa categoria di collaboratori. Norme che, va precisato, cambiano in funzione del luogo (Stato) in cui viene concretamente svolta l’attività lavorativa.

Ma la crisi pandemica, pur non essendo sparita, sta per essere archiviata e da luglio si torna al regime ordinario che restringe fortemente le possibilità per i frontalieri, a differenza dei loro colleghi “residenti”, di continuare con questa modalità di lavoro. È il motivo per cui sono in corso discussioni tra Berna e governi vicini per dare un assetto equilibrato e definitivo al telelavoro transnazionale.

Verso un’estensione del telelavoro per i frontalieri francesi

Proprio in questi giorni sono stati diffusi i risultati di un’inchiesta condotta dall’istituto Bass riferita al mese di febbraio secondo cui oltre 65’000 frontalieri francesi assunti da aziende insediate nell’Arco giurassiano (cantoni di Vaud, Neuchâtel, Giura e Berna) erano in home working, a testimonianza della rilevanza del fenomeno. Ma questa opportunità si scontra con diverse problematiche che dovranno essere risolte in tempi brevi.

Altri sviluppi

Innanzitutto quella riguardante il tetto di giornate di telelavoro consentite affinché non scatti una competenza di Parigi sui contributi e sulle imposte spettanti ai frontalieri impiegati formalmente in Svizzera. Dal primo luglio tornerà il limite del 25% (fino al 24% non scatta nessuna modifica rilevante) per i turni effettuati a casa ma sembra che si stia profilando un’intesa per portarlo al 40%. Questo si tradurrebbe in due giorni a settimana, come quota massima di telelavoro che non comporterebbe modifiche di status giuridico e fiscali ai pendolari transalpini.

A complicare il quadro è la riforma fiscale adottata nel frattempo in Francia, poco prima della pandemia (2019), che esplicherà appieno tutti i suoi effetti quando decadranno le attuali deroghe concesse dalle intese amichevoli sul telelavoro dei frontalieri.

Le nuove norme tributarie francesi impongono, in linea generale, alle aziende straniere che reclutano residenti transalpini, di nominare un rappresentante fiscale nella Repubblica – persona di riferimento del fisco francese tenuta a gestire gli obblighi fiscali – per i turni di lavoro svolti da questi al proprio domicilio, attribuendo così una potestà esclusiva a Parigi in materia.

Una fattispecie che non è conforme con le stesse norme fiscali vigenti nella Confederazione e su cui gli esperti del Dipartimento delle finanze dovranno concordare una soluzione.

In ogni caso nelle scorse settimane la Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali (Sfi) ha confermato l’esistenza di discussioni in una fase avanzata con la Francia su questa vertenza e sui possibili sviluppi che potrebbero agevolare il telelavoro anche in futuro.

“I giorni di lavoro svolti nello Stato di residenza (…) per conto di un datore di lavoro situato nell’altro Stato, a seguito delle misure adottate per combattere la diffusione del Covid-19, sono considerati giorni di lavoro svolti nello Stato in cui la persona avrebbe lavorato e ricevuto il corrispettivo salario”.

Art. 15 dell’Accordo amichevole italo-svizzero del 19.6.2020.

L’intesa tra Roma e Berna

Sul fronte italiano invece i rappresentanti di Roma e Berna hanno firmato il 19 giugno del 2020 un’intesa per regolarizzare i frontalieri costretti al telelavoro. In base al documento adottato “i giorni di lavoro svolti nello Stato di residenza (…) per conto di un datore di lavoro situato nell’altro Stato, a seguito delle misure adottate per combattere la diffusione del Covid-19, sono considerati giorni di lavoro svolti nello Stato in cui la persona avrebbe lavorato e ricevuto il corrispettivo salario”. Il telelavoro viene quindi considerato come lavoro svolto regolarmente in Svizzera, senza alcuna conseguenza di tipo fiscale e previdenziale.

Ma cosa succederà il primo luglio? Se il frontaliere supererà la soglia del 24% del tempo totale di impiego o del reddito maturato presso il suo domicilio scatterà la competenza dell’istituto italiano Inps sui contributi versato dal datore di lavoro. Con il conseguente sensibile aggravio delle trattenute sui salari (poiché le imprese dovranno corrispondere una porzione ben superiore di contributi rispetto a quella versata abitualmente agli istituti delle assicurazioni sociali svizzere).

Ancora più evidenti, per lo meno a livello teorico, sono le implicazioni di natura fiscale. In base all’accordo del 1974 – tuttora in vigore in attesa della ratifica da parte del parlamento italiano del nuovo regime fiscale dei frontalieri prevista in autunno – il salariato italiano residente entro la fascia di 20 chilometri dal confine (per gli altri vigono già obblighi fiscali verso Roma), è tenuto a dichiarare all’Agenzia delle entrate il reddito maturato durante il periodo del telelavoro.

Si tratta comunque di una previsione legale di scarso impatto concreto, soprattutto per le quote modeste di telelavoro, dal momento che in questa eventualità i frontalieri possono avvalersi della franchigia fiscale (che per il momento è fissata a 7’500 euro ma salirà a 10’000 in futuro) e delle varie detrazioni che spesso rendono nulla l’imposizione italiana.

Nessuna soluzione negli accordi sottoscritti

Anche in questo caso però è evidente che il riemergere della legislazione precedente alla pandemia va a collidere, soprattutto in prospettiva, con le nuove esigenze sorte in ambito produttivo.

E da questo punto di vista anche l’accordo firmato nel dicembre 2020 sull’imposizione dei frontalieri, che dovrebbe entrare in vigore all’inizio del prossimo anno, non fornisce soluzioni adeguate o innovative.

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Secondo quanto affermato lunedì da Valentino Rosselli, sostituto capo della Sezione federale sulle questioni fiscali bilaterali, il tema potrebbe però essere affrontato nel corso dei previsti incontri quinquennali in cui le delegazioni dei due paesi saranno chiamate a riesaminare l’intesa. Sono comunque in corso contatti tra Roma e Berna, anticipa il funzionario federale, e novità sullo scenario che si aprirà a inizio luglio, per i pendolari transfrontalieri che desiderano riservarsi una porzione di lavoro da casa, sono attese a breve.

Le associazioni padronali elvetiche hanno invitato i loro iscritti, in attesa che la situazione si chiarisca, a limitare al 20-25% il telelavoro ai propri dipendenti frontalieri.

Una questione comune in Europa

Ma la Confederazione, come noto, confina anche con Germania (17,3% del totale di frontalieri attivi in Svizzera) e Austria (2,3%) – oltre che con il piccolo principato del Liechtenstein – anche se la quota di frontalieri provenienti da questi due paesi è inferiore a quella residente in Francia (55,7%) e Italia (23,6%). E le regole, al netto delle rispettive norme interne su previdenza e tasse, sono analoghe.

Anche perché, vale la pena sottolinearlo, la cosiddetta “interpretazione flessibile delle regole di assoggettamento” in ambito previdenziale, che ha introdotto il criterio del 24% di tempo di telelavoro consentito ai frontalieri, deriva dai regolamenti comunitari (n. 883/04 e 987/09). Per evitare quindi malintesi – e spiacevoli aggravi di contribuzione sul lavoro espletato dai propri dipendenti – le associazioni padronali elvetiche hanno invitato i loro iscritti, in attesa che la situazione si chiarisca, a limitare al 20-25% il telelavoro ai propri dipendenti frontalieri.  

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