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Airbnb, sempre più regole per gli affitti di breve durata

Balconi di appartamenti.
Nel 2022 i ricavi totali di Airbnb in tutta la Svizzera hanno raggiunto i 1,13 miliardi di franchi, con una crescita del 24% rispetto al 2021 e del 30% rispetto al 2019. Keystone / Marcus Brandt

Cresce il numero di città, cantoni e Paesi che introducono leggi volte a inquadrare l’operato di piattaforme come Airbnb, il cui successo - che in alcuni casi sembra anche incentivare il turismo - non diminuisce, ma la fama forse sì.

A molti sarà capitato di partire per qualche settimana, lasciando il proprio appartamento o la camera vuoti, continuando però inevitabilmente ad assumersi i costi per esempio dell’affitto. O di non riuscire a trovare un inquilino a lungo termine per una proprietà di cui non si usufruisce. Per chi si è trovato in una di queste situazioni, piattaforme come Airbnb hanno fornito una valida opzione di copertura dei costi, se non addirittura di guadagno.

Tuttavia, è in aumento il numero di cantoni e città svizzere che optano per una regolamentazione, se non per un vero e proprio freno, di questi cosiddetti affitti brevi, attraverso i quali ognuno può mettere a disposizione di turisti e viaggiatori un divano letto, una camera o l’intera abitazione nei giorni in cui non ne fa uso.

Nel 2022 i ricavi totali di Airbnb in tutta la Svizzera hanno raggiunto la cifra di 1,13 miliardi di franchi, con una crescita del 24% rispetto al 2021 e del 30% rispetto al 2019 (ossia prima della pandemia).

Rispetto al periodo prepandemico, risultano essere in crescita anche i pernottamenti: nel gennaio 2019 erano oltre 35’600, mentre l’anno scorso sono stati quasi 40’000 (per la precisione 39’600).

Un business esploso nell’ultimo decennio e che, oltre a permettere un certo guadagno a chi gode di una camera temporaneamente vuota, ha fatto gola anche a molti altri, che hanno iniziato a dedicarvisi a tempo pieno gestendo vere e proprie strutture.

Ci ha creato una grande concorrenza al settore alberghiero professionale e, a livello di regolamentazione, ha goduto a lungo di zone legislative grigie.

Lucerna
La stretta su Airbnb a Lucerna è stata decisa alle urne il 12 marzo 2023. © Keystone / Gaetan Bally

Adesso però le cose stanno cambiando. Dopo Ginevra, anche Lucerna – simbolo del turismo internazionale in Svizzera – ha deciso il 12 marzo scorso di porre un freno agli affitti tramite Airbnb.

Recandosi alle urne per esprimersi su un’iniziativa promossa dal Partito socialista e dall’Associazione inquilini, il 64,3% dell’elettorato lucernese ha deciso di fissare un limite massimo di 90 pernottamenti all’anno in cui gli appartamenti possono essere affittati ai turisti attraverso portali come Airbnb.

Pressione sul mercato immobiliare

A Lucerna si contano attualmente 390 appartamenti di privati che vengono affittati ai turisti. Un controprogetto proposto dall’esecutivo e dal consiglio comunale – più blando rispetto al testo in voto –, avrebbe permesso di aumentare il loro numero almeno a 520.

Per i promotori dell’iniziativa l’aumento delle offerte attraverso siti come Airbnb tradisce tuttavia gli obiettivi della cosiddetta “sharing economy” (economia condivisa), dove l’attenzione andrebbe rivolta alla condivisione e non al profitto ma si concentra piuttosto su quest’ultimo. Per ciò si è resa comunque necessaria una mossa più decisiva.

Il risultato concreto della diffusione di piattaforme di questo tipo è una pressione sugli affitti e la riduzione del numero di appartamenti a disposizione dei residenti, sostengono le voci critiche verso Airbnb.

Ginevra e Ticino

Un’analoga regolamentazione, che mira anche in questo caso a ridurre la pressione sul mercato immobiliare, è già in vigore dal 2018 anche a Ginevra, città fulcro della diplomazia, delle organizzazioni internazionali e di convegni di portata mondiale.

In Ticino, invece, ci si è limitati a registrare ogni datore di alloggio con un numero identificativo. Una mossa che non ha lo scopo, come nei casi precedenti, di limitare il numero di letti offerti sul territorio, ma piuttosto di evitare irregolarità e incassi in nero.

L’dea di creare una piattaforma di questo tipo è venuta 15 anni fa, nel 2008, a due designer statunitensi di San Francisco. Perché non condividiamo il nostro alloggio con i turisti che vengono in città per qualche giorno, si sono chiesti? Detto fatto. È nato così quello che oggi è il più grande sito di condivisione al mondo. Nel 2022, Airbnb ha infatti generato un fatturato globale di 8,4 miliardi di franchi.

Ciononostante, negli ultimi anni, l’immagine dell’azienda ha subito un calo di popolarità. Il motivo è riconducibile a una serie di altre questioni che riguardano, da una parte la lotta intrapresa dal settore turistico professionale per sottolineare la differenza di servizi e competenza offerti; dall’altra per le abitudini dei suoi utenti, che siano questi host (ossia chi mette le camere in affitto) oppure ospiti. Basti dire, per esempio, che la scorsa estate la piattaforma ha dovuto introdurre esplicitamente un divieto di organizzare festeCollegamento esterno all’interno delle abitazioni affittate.

Coloro che offrono più di cinque posti letto, e sono quindi sottoposti alla Legge cantonale sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione (LEAR)Collegamento esterno, sono automaticamente entrati in questa classificazione. Gli altri, hanno avuto un anno di tempo (la nuova regolamentazione è infatti entrata in vigore il 1. febbraio 2022) per annunciarsi all’Agenzia turistica ticinese. Inoltre, ciò permetterà alle organizzazioni turistiche locali di riscuotere con maggiore regolarità e trasparenza la tassa di soggiorno obbligatoria.

Lotta internazionale agli affitti brevi

In Europa, altre destinazioni turistiche di spicco, come Parigi, Barcellona o Berlino sono già intervenute per introdurre limitazioni di vario genere agli affitti di breve durata e anche l’Unione Europea si sta muovendo in tal senso.

Brian Chesky, uno dei fondatori della piattaforma.
Brian Chesky, uno dei fondatori della piattaforma. Copyright 2018 The Associated Press. All Rights Reserved.

All’inizio di marzo, i ministri europei della Competitività hanno infatti dato il proprio via libera alla proposta di ordinamento sulla raccolta e la condivisione dei dati per i servizi di affitti di alloggi a breve termine.

Le nuove regole, presentate nel novembre scorso dalla Commissione UE, prevedono che le piattaforme online di affitto a breve termine come Airbnb condividano con le autorità pubbliche i dati su pernottamenti e ospiti, e la creazione di un sistema di registrazione unico con disposizioni comuni per i ventisette Stati.

Ciò implica che ogni casa, appartamento o stanza in affitto per un numero limitato di giorni all’anno abbia un numero di registrazione e le piattaforme online saranno chiamate ad effettuare controlli, casuali ma regolari, per verificare che non vi siano dichiarazioni errate.

Un’opportunità per i piccoli borghi?

Se però, da una parte, il mercato immobiliare e il settore alberghiero professionale, soffrono della competizione di Airbnb, dall’altra, in alcuni casi, gli affitti brevi hanno saputo dare nuovo slancio al turismo locale.  

Uno studio del Politecnico di Torino pubblicato negli scorsi giorni ha appurato che la presenza di annunci Airbnb nei piccoli borghi e nel contesto di aree economiche marginali favorisce l’imprenditorialità e genera indotto. In particolare, quando in un borgo o in un’area rurale vengono attivati degli annunci sulla piattaforma, si osservano effetti positivi come l’incremento delle attività locali (+23% dei redditi degli imprenditori a 4 anni dalla prima diffusione di Airbnb nella zona), o anche il contrasto del fenomeno di spopolamento.

Insomma, il principio degli affitti brevi ha dei lati positivi ben saldi, ma il percorso per gestirne tutte le sfaccettature e legalizzare chi agisce con cognizione e onestà è ancora in atto.

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