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Come l’italianità ha plasmato la Svizzera

Gli italiani sono spesso presentati nella Confederazione come un esempio di integrazione riuscita. Ma come quasi sempre accade, il movimento non è stato a senso unico. Tutt'altro. La Svizzera è stata a sua volta profondamente modellata dall'italianità.

Questo contenuto è stato pubblicato il 08 luglio 2021 - 09:35

Quanto sembrano lontani gli anni in cui "lo straniero, il corvaccio, l’uomo col coltello era l’italiano (…), il capro espiatorio responsabile di tutto ciò che non funzionava bene in Svizzera, che doveva solo lavorare e chiudere la bocca", come scriveva Raymond Durous nel suo libro intitolato Des Ritals en terre romande, raccolta di testimonianze e di riflessioni di italiani e figli di italiani emigrati nella Confederazione e di cui avevamo a suo tempo dedicato un articoloLink esterno.

Anche se tra la seconda metà del XIX secolo e lo scoppio della Prima guerra mondiale non sono mancati attriti tra la comunità di immigrati italiani e la popolazione locale (ad esempio nel 1896 una zuffa che aveva coinvolto un lavoratore italiano degenera in una vera e propria caccia ai 'Tschingg', come venivano con sprezzo soprannominati gli immigrati dalla Penisola), è soprattutto negli anni '60 e '70 del secolo scorso che la tensione sale veramente alle stelle.

Sulla scia di una vera e propria immigrazione di massa dalla vicina Italia - la Svizzera aveva impellente bisogno di 'braccia' - il leader del movimento di estrema destra Azione nazionale James Schwarzenbach lancia una serie di iniziative per porre un freno a quello che viene definito l'"inforestierimento" del Paese. E il bersaglio sono naturalmente gli italiani, di gran lunga la comunità straniera più presente in Svizzera. Nel 1970, la prima delle tre iniziative sui cui si esprimerà la popolazione svizzera è bocciata per un soffio (le altre due subiranno la stessa sorte, ma con proporzioni più ampie): tuttavia, il 46% dei votanti infila un sì nell'urna. Se i favorevoli l'avessero spuntata, sarebbe stato introdotto un tetto massimo di stranieri pari al 10% della popolazione elvetica e decine di migliaia di italiani avrebbero dovuto lasciare la Confederazione.

Le tensioni e gli attacchi sono stati tali, che i ricordi di questo periodo buio sono ancora molti vivi, soprattutto tra la 'vecchia' generazione di italiani.

Col passare degli anni, il ruolo di 'corvaccio' di cui sopra è poi stato preso via via da cittadini dell'ex Jugoslavia, da tamil, portoghesi o più recentemente da persone provenienti dal continente africano. La storia, insomma, si ripete.

Oggi, più nessuno si sognerebbe di rimettere in discussione il contributo fondamentale che gli italiani e le italiane hanno dato per lo sviluppo di questo Paese. Non sono state solo 'braccia' che hanno permesso di sostenere un'economia in piena crescita. Gli immigrati italiani hanno anche portato con sé competenze che mancavano a nord delle Alpi, come sottolinea il direttore del Museo di Storia di La Chaux-de-Fonds Francesco Garufo, lui stesso figlio di immigrati.

Oltre alle loro competenze professionali, gli italiani hanno portato con sé anche un'altra cultura nei rapporti con i datori di lavoro. Ed era anche per questo che a volte erano mal visti.

Una cultura meno mansueta rispetto a quella che predominava nel Dopoguerra nei sindacati svizzeri, probabilmente un po' assopiti dal clima di boom economico che si respirava all'epoca e dalla pace del lavoroLink esterno siglata nel 1937, più rivendicativa e con strategie di lotta diverse.

È stata una scintilla necessaria, che ha permesso alle organizzazioni sindacali elvetiche di rinnovarsi e di rafforzare le capacità contrattuali di tutti i lavoratori, rileva l'ex sindacalista di Unia Guglielmo Grossi.

L'economia e il mondo sindacale sono naturalmente solo un paio degli aspetti in cui l'immigrazione italiana ha lasciato tracce. Quello più visibile è giocoforza la gastronomia. Oggi non vi è villaggio di una certa grandezza senza il suo ristorante italiano. Bere un espresso - anche se a volte preparato alla 'svizzera' - è diventato una consuetudine. E negli scaffali dei supermercati si trovano ormai prodotti che fino a pochi decenni fa erano considerati esotici: melanzane, radicchio, cime di rapa...

Anche in questo caso, però, ci è voluto tempo prima che la cultura gastronomica italiana riuscisse ad imporsi in Svizzera. Sì, perché fino a tempi non così lontani si diceva che nella loro cucina gli italiani usassero troppo aglio, ricorda la storica Sabina Bellofatto. E visto che spesso i pregiudizi nei confronti degli stranieri passano da quello che mettono nel piatto, o meglio che si suppone mettano nel piatto, gli italiani erano quelli che mangiavano i gatti.

Malgrado queste comprensibili difficoltà iniziali e la diffidenza della popolazione locale, col passare degli anni la comunità italiana si è perfettamente integrata in Svizzera.

Quel desiderio di ritornare in Italia una volta accumulato un certo patrimonio che contraddistingueva parte della prima generazione di immigrati appartiene perlopiù al passato. Oggi, molti rappresentanti della seconda e terza generazione hanno sia la nazionalità italiana che quella svizzera. Il loro Paese è la Svizzera, anche se le radici italiane sono sempre molto presenti.

Per illustrare questa doppia appartenenza ci siamo recati a Neuenhof, comune del Cantone Argovia con la più elevata proporzione di cittadini italiani nella Svizzera tedesca e francese. Qui oltre una persona su 10 (l'11% della popolazione per l'esattezza) è italiana.

L'italianità, insomma, è onnipresente nella Svizzera tedesca e francese. Un po' dappertutto a nord delle Alpi capita spesso di sentire parlare italiano. Del resto, oggi nei Cantoni francofoni e germanofoni vivono più persone che parlano italiano rispetto a quelle che risiedono in Ticino e nel Grigioni italiano.

Anche se considerata un po' in perdita di velocità, la lingua di Dante continua ad essere apprezzata da molti svizzeri tedeschi e francesi, che frequentano uno dei numerosi corsi proposti un po' ovunque. Un esempio è la Scuola Dante Alighieri, da decenni uno dei punti fermi per la diffusione dell'italiano e della cultura italiana all'estero.

E parlando di cultura, non possiamo non menzionare anche il cinema. L'immigrazione italiana ha ispirato numerosi registi, ad esempio Kurt Früh, che nel 1957 nel film La panetteria Zürrer racconta la storia di Renzo Pizzani, padre italiano dell'innamorata del figlio del fornaio, che non lo vuole assolutamente come cognato.

Oppure Alvaro Bizzarri, il "regista operaio" che nel film Lo Stagionale (1971) denuncia le condizioni in cui sono costretti a vivere i lavoratori assunti per la stagione.

Tra la nuova generazione, un posto al sole lo merita sicuramente Petra Volpe, autrice di L'ordine divino, uno dei film di maggior successo nella storia del cinema svizzero, di cui potete scoprire l'intervista in questo articolo.

Ne L'ordine divino, Petra Volpe racconta la storia dell'emancipazione femminile e della lotta per il diritto di voto delle donne all'inizio degli anni Settanta. Un diritto - ricordiamo - ottenuto solo nel 1971. Uno dei personaggi chiave del film è una donna italiana, Graziella, che nel villaggio teatro della storia vive senza marito e gestisce da sola il suo ristorante. E questo in un'epoca in cui le donne svizzera per lavorare avevano bisogno del permesso del marito.

Un personaggio, quello di Graziella, che è sì immaginario, ma che rispecchia quanto realmente avvenuto, sottolinea la storica Francesca Falk. Le donne italiane immigrate hanno dato un impulso importantissimo all'emancipazione femminile.


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