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Alla scoperta di una delle basi militari più segrete del mondo

La strada che porta alla base Proto con un cartello ormai scolorito. tvsvizzera

Sotto il Monte Massico, 40 chilometri a nord di Napoli, sorge quello che era uno dei luoghi più segreti del mondo: la base Nato Proto. Creata negli anni 50 per ospitare in caso di guerra nucleare i militari della Nato di Napoli, è stata abbandonata nel 1996 e gli ingressi sono stati murati. Ma un gruppo di appassionati di Urbex (esplorazione urbana) ha trovato il modo di entrarci.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 maggio 2022 - 18:30
Mario Messina

Nel nord della Campania, tra Mondragone e Sessa Aurunca, c’è uno dei posti più misteriosi del mondo. Tutti da queste parti sanno che esiste ma in pochi ci sono entrati, soprattutto nell’ultimo quarto di secolo. È una base della Nato costruita negli anni '50 al centro di una montagna, il monte Massico. Un bunker antiatomico chiamato "Proto" nel quale avrebbero trovato ospitalità i militari della base Nato di Bagnoli, vicino Napoli, in caso di attacco termonucleare e da dove avrebbero gestito le operazioni militari nel Mediterraneo.

Negli anni 90, con la fine della Guerra Fredda, quella base non sembrava più avere senso di esistere. Così nel 1996 fu abbandonata e le due entrate da cui si accedeva – una da est e una da ovest - furono bloccate con un muro di mattoni spesso diversi metri con il chiaro intento di rendere la base completamente inaccessibile.

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In fondo si trattava di uno dei posti più segreti del Pianeta. Lì era vietato scattare fotografie o girare video e chi vi lavorava aveva il divieto assoluto di parlarne. Un cartello (ora scomparso, probabilmente rubato da qualcuno) recitava: "Whatever you hear, see and do at Proto, leave it here". Cioè: "Qualunque cosa sentite, vedete o fate nel Proto, lasciatelo qui".  

Chi pensò di murare le entrate della base per preservare ciò che ancora vi era conservato all’interno, però, non pensò di fare lo stesso con i condotti passa-cavi sotterranei che partivano dall’esterno e arrivavano fin dentro la base.

Qualcuno, dopo il 1996, deve essersene accorto. Così diverse persone da allora sono riuscite ad entrare. All’inizio per rubare tutto ciò che di valore vi era rimasto. Negli ultimi anni solo per pura curiosità.

"Entrare lì dentro, però, è da incoscienti. E noi entrando siamo stati incoscienti", racconta a tvsivzzera.it Anna Ciriello che lo scorso anno entrò all’interno della base Proto insieme a Giovanni Rossi Filangieri e altri appassionati di Urbex.

"Urbex sta per Urban Exploration, cioè esplorazione urbana di luoghi abbandonati", spiega Giovanni Filangieri. "E questo è senz’altro uno dei luoghi più affascinanti tra tutti quelli che abbiamo visitato in questi anni". 

Per entrare nella ex base Nato Proto, Anna e Giovanni si sono dovuti attrezzare con maschere antigas, sistemi di sicurezza avanzati, tute protettive e torce molto potenti. "Lì dentro tutto è estremamente pericoloso. Non c’è comunicazione con l’esterno, non c’è assolutamente luce e nemmeno aria perché il sistema di areazione non funziona da 25 anni", spiegano.

"Mi sembrava di essere dentro a un film"

"Mi dispiace assai che l’hanno chiusa perché in questo momento storico con la guerra alle porte un bunker così ci voleva proprio", dice a tvsvizzera.it Davide Infascelli. Nel 1985 aveva 19 anni e stava prestando servizio militare a Bagnoli. Per due anni (uno da militare, l’altro da civile) Infascelli ha lavorato all’interno della base segreta. "Poiché parlavo inglese fui scelto tra coloro che dovevano essere assegnati alla Base Proto. Fui chiamato, tra le altre cose, a gestire il bar e l’area ricreativa per le truppe".

All’interno della base Proto le attività erano frenetiche. Trattandosi del luogo che avrebbe ospitato i militari in caso di guerra nucleare, le esercitazioni erano continue. "Ogni due mesi c’era una simulazione di guerra atomica lunga 15 giorni. E quando in quei giorni entravo nella sala comandi mi sembrava di essere dentro un film", racconta Infascelli.

"Ogni due mesi c’era una simulazione di guerra atomica lunga 15 giorni. E quando in quei giorni entravo nella sala comandi mi sembrava di essere dentro un film".

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Ma com’era la vita all’interno della base? "Da una parte difficile, perché per i militari ogni turno di lavoro durava due settimane. Un tempo durante il quale non si vedeva la luce del sole né si aveva alcun contatto con l’esterno. Dall’altra però proprio perché si restava parecchio tempo isolati dal mondo e in un ambiente giovanile non posso negare che mi sono divertito parecchio".

"All’epoca ero giovane e a certe cose non ci pensavo ma quello era uno dei posti più sicuri del mondo. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina il mio pensiero è andato subito a quella base. Oggi non mi dispiacerebbe trovarmi in un posto altrettanto sicuro come quello", conclude Infascelli.

25 anni di abbandono

Ma 25 anni di abbandono e incuria hanno reso la base a dir poco inospitale. Quando nel 1996 fu abbandonata dalla Nato passò sotto la gestione della Marina Militare Italiana. L’idea era quella di farla entrare nelle disponibilità dell’Agenzia del Demanio e trasformarla in altro. Di fatto, però, dal momento dell’abbandono tutto è rimasto invariato.

Seppure fosse rimasta in attività, però, la Base Proto non avrebbe potuto rappresentare un posto sicuro per la cittadinanza in caso di attacco nucleare. Intanto perché era stata pensata per ospitare personale militare e poi perché al massimo della sua capienza poteva contenere al massimo 2'000 persone.

Di creare (o conservare) bunker antiatomici in Italia non si è mai davvero pensato. A differenza della Svizzera, dove la legge federale sui sistemi di Protezione Civile promulgata nel 1963 prevede che "ogni abitante deve disporre di un posto protetto raggiungibile in tempo utile dalla sua abitazione" e che "i proprietari d’immobili sono tenuti a realizzare ed equipaggiare rifugi in tutti i nuovi edifici abitativi".

Una domanda crescente

Insomma, in Svizzera ogni cittadino ha il suo posto assegnato all’interno di un bunker antiatomico. In Italia non è così. "Però dall’inizio della guerra in Ucraina le richieste per la costruzione di bunker antiatomici sono cresciute in maniera esponenziale", racconta a tvsvizzera.it Giulio Cavicchioli, patron di Minus Energie, azienda leader nella realizzazione di rifugi contro gli attacchi nucleari, batteriologici e chimici.

"Quando si è iniziato a parlare sui media italiani di pericolo nucleare è iniziato il delirio in azienda".

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"Quando si è iniziato a parlare sui media italiani di pericolo nucleare è iniziato il delirio in azienda. Da quel momento abbiamo dovuto smettere di lavorare per rispondere al telefono a tutti coloro che chiamavano per chiedere informazioni. Nei primi 60 giorni abbiamo raccolto circa un migliaio di richieste. Non tutti coloro che hanno chiamato poi alla fine hanno richiesto davvero la costruzione di un bunker ma qualcuno sì. Oggi le chiamate sono sensibilmente diminuite ma chi chiama adesso è perché ha davvero intenzione di costruire un bunker. E sono più di quanti ne fossero prima della guerra".

Qual è l’identikit di chi chiama e chiede la realizzazione di un bunker antiatomico in Italia? "Le richieste si sono concentrate in Lombardia e in Piemonte da parte del ceto medio. In generale liberi professionisti. Non stiamo parlando di gente con lo yacht, insomma".

A differenza di paesi come la Svizzera e la Germania dove negli anni della Guerra Fredda si è pensato di garantire un rifugio antiatomico alla popolazione, in Italia questo non è accaduto. "Eppure, non sarebbe una cattiva idea. Si potrebbe prevedere, ad esempio, l’obbligatorietà per le nuove costruzioni. Perché sebbene stiamo parlando di bunker dal costo complessivo di qualche migliaio di euro, quando questi vengono inseriti nei costi di costruzione di un edificio sono ben poca cosa. E l’utilità è indubbia, non soltanto in caso di attacchi nucleari o batteriologici ma anche in caso di calamità naturali. Se c’è un terremoto, insomma, quelle strutture lì restano in piedi senza dubbio".

Che l’enorme bunker della base Proto possa essere trasformato in un riparo per i civili, dunque, oggi è fuori discussione. "Se qualcuno se ne fosse preso cura – dice Giovanni Rossi Filangieri prima di abbandonare il posto – questo sarebbe potuto diventare uno dei posti più sicuri della zona. Oppure, meglio, poteva diventare un museo della Guerra Fredda. O qualsiasi altra cosa". Invece ora è solo un posto abbandonato e pericoloso.

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