Viareggio, una strage in cerca di verità

In dicembre arriva la prescrizione al processo per l’incidente ferroviario del giugno 2009 in cui morirono 32 persone. In aula c'è anche un po' di Svizzera

Potrebbe essere una vera beffa quella che si sta consumando in questi mesi per i familiari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio. A dicembre, infatti, si prescriveranno due delle accuse del processo per i 42 imputati, 33 persone fisiche e 9 società. Il Codice penale italiano stabilisce che il reato può essere estinto una volta decorso un periodo di tempo non inferiore ai sei anni, questo solo per alcuni tipi di delitti. In parole semplici, pare incredibile ma è così, tra qualche mese non potranno più essere contestate le accuse di incendio e lesioni colpose. "Se non è stato l'incendio ad uccidere i nostri cari, se non potremmo contestare questo in aula, cosa li ha uccisi"? Questo è il ragionamento dei parenti delle 32 vittime di quel 29 giugno 2009. Un ragionamento ovvio che si avverte entrando nella Casina dei ricordi posta accanto alla stazione ferroviaria, alla fine di quel quartiere che non c'è più. Una piccola baita in legno con fotografie, manifesti, rosari, bandiere, foto ricordo, messaggi di persone da tutto il mondo. Un luogo dove è stata scolpita la comune memoria di quella notte.

Una di 32 storie

Era una calda serata estiva, le famiglie nelle abitazioni di via Ponchielli, poste accanto alla linea della ferrovia, avevano le finestre aperte in attesa di quell'aria che dal mare porta un po' di refrigerio. Chi non dormiva, alle 23:49 ha fatto in tempo ad udire un sibilo, come di metallo che sfrega, sbatte, corre su altro metallo. Solo minuscoli attimi prima dello schianto e del boato provocato dal treno 50325 partito da Trecate (Novara) e diretto a Gricignano (Caserta), con il suo carico di 14 cisterne di Gpl, contenenti ciascuna 35 mila litri di gas liquido. Il treno esce dai binari poco prima di entrare nella stazione di Viareggio - il processo in corso deve accertarne i motivi ed i responsabili - ed il primo carro cisterna ne trascina fuori dai binari altri quattro. Le cisterne si sdraiano sui binari come balene spiaggiate. Il gas prende fuoco ed il cielo si colora di rosso, poi esplosioni una dopo l'altra: autoveicoli, abitazioni, persone ridotte a torce umane. Brucia un intero quartiere.

Le vittime saranno 32. Alcune sono morte sul colpo, sorprese nei propri letti dal fuoco. Altri moriranno giorni, mesi dopo, tra indicibili sofferenze. Storie diverse con un solo epilogo, uomini, donne, bambini di diverse nazionalità, non solo italiani. Tra le vittime ci sono due figli e la moglie di Marco Piagentini . Anche lui porta sul suo corpo i segni di quella notte ed oggi presiede l'associazione "Il mondo che Vorrei", con lo scopo di "riunire" le forze dei familiari rimasti per il processo da parte del Tribunale di Lucca e per far conoscere quanto accaduto. Perché non si ripeta più, come ha ricordato in questi anni Daniela Rombi, madre di Emanuela Menichetti morta dopo oltre un mese di agonia, e donna simbolo di questa battaglia a Viareggio.

"Non si poteva fare come in Svizzera"?

Durante le udienze è emerso anche un particolare che riguarda da vicino la Svizzera. Dal 2005 le ferrovie italiane possedevano uno studio sui meccanismi anti deragliamento o "anti-svio" da applicare ai carri ferroviari, sulla scorta di quanto avviene da tempo nella Confederazione. Questi meccanismi sono utilizzati dal 1999 e pare essere l'unico Paese in Europa ad averli previsti obbligatoriamente.

Oggi, 6 aprile, è giorno di udienza, l'ennesima. I parenti arrivano al polo fieristico, dove il Tribunale di Lucca celebra il processo, convinti che questa strage ha bisogno della sua verità. Che una legge, ancorché dello Stato che dovrebbe tutelare proprio i defunti e le vittime, non possa "cancellare" un delitto o un reato. Non chiedono vendetta, loro, ma giustizia, prima che il passare del tempo possa "estinguere" altri reati in un processo che, ad oggi, fatica a trovare dei colpevoli.

Simone della Ripa

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