Troppi allievi stranieri in classe? Come risponde la scuola svizzera
Il Governo italiano vuole inserire un tetto del 30% di alunni stranieri per classe. Come funzionano l’integrazione linguistica e il sostegno agli allievi alloglotti nelle scuole svizzere?
Il Governo italiano ha introdotto dei nuovi criteri per la composizione delle classi iniziali nella scuola primaria, prevedendo una soglia del 30% per allieve e allievi con cittadinanza non italiana.
La misura, contenuta nel decreto-leggeCollegamento esterno numero 170 del 30 settembre 2026, verrà applicata dall’anno scolastico 2027/28, e non riguarda tutte le bambine e i bambini stranieri: sono esclusi dal conteggio quelli nati in Italia o che hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; alle medie e alle superiori, quelli che hanno frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema scolastico italiano.
Il decreto-legge è in vigore dal 1° ottobre, ma è ancora sottoposto alla procedura parlamentare di conversione, il cui termine è il 29 novembre. Il Parlamento può quindi ancora modificarne il testo.
Il 30% di allieve e allievi stranieri
La questione è d’attualità anche in Svizzera. Nell’anno scolastico 2024/25, la scuola dell’obbligo nella Confederazione Collegamento esternocontava circa 1’031’600 allieve/i, di questi, il 29,1% è di nazionalità straniera.
Come viene affrontata in un Paese che convive con la pluralità linguistica, la migrazione internazionale e una forte mobilità? È possibile stabilire una soglia oltre la quale la presenza di alunne e alunni che non padroneggiano la lingua di scolarizzazione rende più difficile insegnare?
Il servizio del TG della RSI all’indomani dell’annuncio della premier italiana Giorgia Meloni:
Un tema di cui si parla anche in Svizzera
Per capirlo, dobbiamo prima tenere conto di un paio di importanti aspetti. Primo, tenuto conto di alcune norme base comuni a tutto il Paese, il sistema scolastico svizzero differisce di Cantone in Cantone. Secondo, la storia elvetica induce naturalmente a fare una distinzione che molti altri Stati-nazione faticano a fare: la nazionalità e la lingua parlata non sono la stessa cosa.
Un bambino o una bambina possono essere cittadini stranieri e parlare perfettamente italiano; possono essere nati in Svizzera, rispettivamente in Italia, da genitori stranieri e avere l’italiano come lingua dominante; avere cittadinanza svizzera o italiana ma a casa parlare prevalentemente una lingua diversa da quella maggioritaria sul proprio territorio; possono arrivare a scuola senza conoscere sufficientemente la lingua di scolarizzazione. Nella Svizzera italiana, chi rientra in questi ultimi due gruppi viene chiamato “alloglottoCollegamento esterno”.
In Ticino non è prevista una soglia generale di allieve e allievi stranieri per classe; il sistema si basa invece sull’individuazione dei bisogni linguistici e sull’assegnazione di risorse di sostegno.
Quindi, se la domanda è “quanti bambini hanno bisogno di un sostegno linguistico?”, il dato sulla cittadinanza di cui si parla nel decreto italiano è solo un indicatore indiretto.
Ginevra e le “classes d’accueil”
Come funziona questo sostegno linguistico? Il Canton Ginevra, per esempio, ha istituzionalizzato le cosiddette “classes d’accueilCollegamento esterno” o classi di accoglienza, composte da un massimo di 12 allieve/i e volute come percorso intermedio dedicato ad allieve e allievi alloglotti appena arrivati.
Bambine/i e ragazze/i possono essere inseriti in queste classi per alcuni mesi o per un intero anno scolastico, a seconda delle necessità, dando loro la possibilità di seguire corsi intensivi di francese e recupero scolastico prima di venire integrati nelle classi ordinarie.
Lo sa bene l’istituto dell’École des Charmilles di Ginevra: una scuola che conta 48 nazionalità diverse su circa 440 studenti. Secondo il direttore Nicolas ReulandCollegamento esterno, la scuola rispecchia il cantone, dove la percentuale di studenti stranieri nelle classi è del 40%, ma si cerca anche di venire incontro al singolo: l’istituto cerca sistematicamente di trovare un compagno che parli la stessa lingua del nuovo arrivato.
Forse il caso più controversoCollegamento esterno della storia scolastica svizzera riguarda gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Allora, molti figli e figlie di persone immigrate dall’Italia venivano indirizzati verso classi speciali o percorsi scolastici separati, spesso perché non padroneggiavano la lingua locale o perché considerati inadatti ai percorsi più esigenti. Questa pratica è stata successivamente molto criticata da chi si occupa di sociologia e ricerca storica e vista come una forma di segregazione educativa.
Una struttura dedicata agli alloglotti nel Canton Vaud
Anche nella città di Losanna il fenomeno è presente, tanto da aver portato alla creazione del CREALCollegamento esterno (Centro risorse per studenti alloglotti): un centro specializzato che valuta e orienta tutti i nuovi allievi che non parlano francese. La città dispone inoltre di classi d’accoglienza; corsi intensivi di francese; percorsi personalizzati di integrazione nelle classi regolari.
L’École de l’Accueil è addirittura una struttura specificamente dedicataCollegamento esterno ad “accogliere, insegnare ed orientare” giovani tra i 15 e i 25 anni, arrivati da meno di due anni nel canton Vaud.
Sostegno linguistico già da piccolissimi a Basilea
Nel cantone di Basilea CittàCollegamento esterno, il problema è stato affrontato intervenendo molto presto. Bambine e bambini che parlano poco il tedesco o che non lo parlano del tutto devono frequentare le attività di promozione linguistica nell’anno che precede l’ingresso alla scuola dell’infanzia. Inoltre, ogni scuola dispone di corsi di Deutsch als Zweitsprache (DaZ), cioè tedesco come seconda lingua.
Zurigo: la questione entra nel dibattito politico
A Zurigo, come in Italia, il tema delle classi di alloglotti è entrato nel dibattito politico. Nel 2025 il Parlamento cantonale ha discusso dei problemi legati alle competenze linguistiche degli allievi e delle allieve e al carico linguistico nelle scuole. Alcuni esponenti della politica e del corpo insegnante hanno sostenuto che l’aumento degli allievi con un background linguistico diverso dal tedesco e la presenza di troppi idiomi in classe renda più difficile l’insegnamento tradizionale.
Nel settembre 2025, il Parlamento zurighese ha poi approvatoCollegamento esterno una mozione che chiedeva di non insegnare il francese (seconda lingua nazionale) se non a partire dalla scuola secondaria o dal liceo, invece che dalla quinta elementare. La modifica, tuttavia, richiede ancora l’elaborazione delle necessarie basi legali. L’inizio posticipato dell’insegnamento dovrebbe quindi migliorare gli esiti dell’apprendimento, promuovere la motivazione ed evitare sovraccarichi.
La decisione ha tuttavia sollevato anche molte critiche. Non ultima quella della responsabile del Dipartimento federale dell’interno. La consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider ha espresso profonda preoccupazioneCollegamento esterno per le conseguenze di questa misura che rappresenta, a suo dire, un rischio per la coesione nazionale e mina gli sforzi compiuti dalle regioni francofone per promuovere il plurilinguismo.
Tetti agli alloglotti chiesti anche a Glarona
Malgrado la discussione sia ancora embrionale, nel gennaio di quest’anno la sezione del Canton Glarona dell’UDC (Unione democratica di centro, destra sovranista) ha approvato un pacchettoCollegamento esterno di richieste dai contenuti molto simili al decreto italiano. Si chiede un tetto massimo per classe, i bambini e le bambine dovranno dimostrare di conoscere la lingua d’insegnamento con un test obbligatorio e chi non supera la prova dovrà frequentare un anno in una classe preparatoria.
Anche per i genitori l’UDC glaronese propone misure: sanzioni fino alla revoca del permesso di soggiorno in caso di mancata cooperazione.
In Ticino, il sostegno si basa sui bisogni
“Nel sistema scolastico ticinese, l’integrazione delle bambine e dei bambini non italofoni si basa sull’operato delle docenti e dei docenti di lingua e integrazione (DLI)”, ci spiega Serena Ragazzi, aggiunta al direttore della Divisione cantonale della scuola cui abbiamo domandato come è strutturato in Ticino il sostegno alle e agli alloglotti.
Si tratta di docenti che hanno seguito una formazione specifica per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda. Non ci sono tetti massimi per classe e le ore sono assegnate in base al numero di allieve e allievi alloglotti presenti, “consentendo così alle direzioni scolastiche, per il tramite dei DLI, di pianificare interventi su misura”, spiega Ragazzi aggiungendo che questi parametri sono contenuti nel Regolamento dei corsi di lingua italiana e delle attività di integrazioneCollegamento esterno.
Gli interventi possono andare dalla prima accoglienza e valutazione dei bisogni, alle lezioni di supporto linguistico, fino all’affiancamento in classe accanto alle docenti e ai docenti titolari.
Valutare le necessità
“All’inizio di ogni anno scolastico, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport determina il fabbisogno complessivo di ore scolastiche da destinare al sostegno linguistico”, continua Ragazzi. “Di principio vengono assegnate 36 unità didattiche, ossia 36 ore di insegnamento per ogni allieva o allievo beneficiario. Inoltre, nel corso dell’anno scolastico è sempre possibile richiedere ore supplementari per rispondere all’arrivo di nuove allieve o nuovi allievi”.
“Quando gli interventi d’integrazione sono sostenuti come nella scuola ticinese, la dimensione plurilingue diventa un’opportunità di arricchimento formativo”
In Ticino la presenza di allieve e allievi alloglotti è distribuita su tutto il territorio cantonale. Stando alle statistiche del 2024Collegamento esterno, circa un allievo su tre (29,3%) è straniero, un dato in linea con la media nazionale.
La proporzione risulta però storicamente più elevata nei centri urbani e periurbani del Luganese e del Mendrisiotto, indica la Divisione della scuola.
“Ci sono state anche situazioni straordinarie, come il conflitto in Kosovo o la crisi in Ucraina, che hanno richiesto al Cantone l’adozione di interventi ad hoc e misure d’emergenza, come ad esempio l’aumento delle ore di DLI, poiché l’afflusso improvviso e massiccio di famiglie e bambini alloglotti non poteva essere assorbito con la sola gestione ordinaria”, racconta ancora Ragazzi.
L’impatto sulle e sugli italofoni
In merito al fatto che la presenza di allieve e allievi alloglotti in classe possa costituire un fattore di svantaggio o di rallentamento per le allieve e gli allievi italofoni, Ragazzi afferma che “a condizione che il sistema disponga delle necessarie risorse d’appoggio e di un’adeguata gestione didattica, non ci sono impatti negativi”.
Eventuali criticità per le allieve e gli allievi di madrelingua italiana “possono emergere nei contesti in cui si verifica una forte concentrazione di bambini o ragazzi non italofoni senza un proporzionale aumento delle ore di DLI e di affiancamento”, situazione che rischia di sovraccaricare il corpo docente e di ridurre il tempo dedicato alla didattica ordinaria.
“Quando invece gli interventi d’integrazione sono sostenuti come nella scuola ticinese, la dimensione plurilingue diventa un’opportunità di arricchimento formativo”, conclude la funzionaria, poiché stimola nelle bambine e nei bambini italofoni “competenze comunicative, empatia e flessibilità cognitiva, senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento previsti dal programma scolastico”.
In Ticino non esiste quindi una soglia generale di allieve e allievi stranieri per classe: il sostegno si basa sui bisogni linguistici degli allievi. Più che la nazionalità, conta la conoscenza della lingua d’insegnamento e la capacità del sistema scolastico di rispondere alle necessità di ciascuno.
Vedi più articoli di TVSvizzera.it nei risultati di Google. Per saperne di più
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative

Se volete segnalare errori fattuali, inviateci un’e-mail all’indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.