Pizzo Cengalo, l’ora della giustizia arriva nove anni dopo
La frana che ha in parte sepolto il villaggio grigionese di Bondo, gli escursionisti morti e le decisioni delle autorità: si apre lunedì davanti al Tribunale regionale Maloja il processo per omicidio colposo plurimo che vede alla sbarra cinque imputati.
Il 23 agosto 2017Collegamento esterno pochi secondi prima delle 9:31 una gigantesca frana di roccia si stacca, a una quota di circa 3’000 metri, dalla parete nord-est del Pizzo Cengalo, sul confine italo-svizzero, precipitando sul ghiacciaio sottostante che viene polverizzato. La colata detritica, che raggiungerà poi il fondo della Val Bondasca, travolge otto escursionisti, che si erano messi in cammino dopo aver pernottato alla capanna Sciora, poco sopra i 2’100 metri. I corpi di due coppie, una proveniente dal Canton Soletta e l’altra dall’Austria, nonché di quattro cittadini germanici non saranno mai ritrovati.
>>> Il servizio del TG del 23 agosto 2017:
Il 24 agosto 2026Collegamento esterno alle ore 9:00 davanti al Tribunale regionale Maloja, convocato al Centro congressi e culturale Rondo di Pontresina, compariranno cinque imputati: due esperti dell’Ufficio foreste e pericoli naturali dei Grigioni, un geologo esterno e due rappresentanti del Comune di Bregaglia, tra cui la consigliera nazionale Anna Giacometti, all’epoca sindaca e responsabile dello stato maggiore di crisi. Sono accusati, anche se per loro vale beninteso la presunzione di innocenza, di omicidio colposo plurimo. Di sicuro nessuno poteva prevedere che tra il disastro naturale e questo processo sarebbero trascorsi 9 anni, 23 ore e 29 minuti.
Osservato speciale, ma non troppo per l’accusa
La Corte dovrà invece ricostruire ciò che accadde nei giorni precedenti la frana e stabilire se l’evento catastrofico fosse prevedibile come imminente. La tesi della Procura, secondo l’atto d’accusa citato dal Tages-AnzeigerCollegamento esterno, è che gli imputati, a partire dal 14 agosto 2017, abbiano “mancato ai loro doveri effettuando una valutazione errata della situazione di pericolo”.$
La parete nord del Cengalo era un’osservata speciale dal 2011 quando, a luglio, un importante distacco di roccia portò alla chiusura precauzionale del sentiero tra le capanne Sciora e Sasc Furä del Club alpino svizzero (CAS). Nel dicembre seguente una frana ancora più grande, di circa 1,5 milioni di metri cubi di roccia, cadde nel bacino della Val Bondasca. Da allora il pendio instabile venne costantemente monitorato dai geologi con vari sistemi di sorveglianza, tra cui dei radar terrestri. Il Comune di Bregaglia, tra il 2013 e il 2014, discusse anche l’ipotesi di spostare il sentiero escursionistico che porta al rifugio Sciora. Ma le autorità, come riferirà in seguito il BeobachterCollegamento esterno, alla fine rinunciarono per difficoltà tecniche e di costi.
>>> Una nuova vita per Bondo: il reportage della trasmissione della RSI Falò in occasione dell’ottavo anniversario della tragedia:
La frana in quota non concede scampo
Si continua dunque a monitorare il Cengalo. Fino al 23 agosto 2017, quando un’enorme massa rocciosa di 3,1 milioni di metri cubiCollegamento esterno precipita dalla montagna, investe il ghiacciaio Vadrec erodendo circa 600’000 m3 di ghiaccio e formando subito una colata detritica di circa 4 milioni di metri cubi e distruttiva che percorre la Val Bondasca sino a Bondo. Il sistema di allarme precoce, situato a Prä, permette di risparmiare vittime, ma non i pesanti danni nel villaggio bregagliotto dalle cui zone a rischio vengono immediatamente evacuate 147 persone.
Non si sono salvati invece gli otto alpinisti travolti, poco dopo le 9.31, dalle rocce. Nella prima fase la velocità della frana, impattando il ghiacciaio, sfiorò i 250 km/h. Il dato è ricavato da uno studio a più mani del 2019Collegamento esterno, che ha ricostruito la dinamica dell’evento. Il materiale poi progredendo nei circa 7 km della valle man mano rallenta. La prima colata detritica (ce ne furono una dozzina lo stesso giorno e altre nei giorni successivi,Collegamento esterno la più grande il 31 agosto dopo forti piogge) viene descritta nel documento come un “fenomeno viscoso e a movimento lento”. Attorno alle 9.43 raggiunge l’uscita della Val Bondasca, avanzando a una media, stima sempre lo studio, di 2 metri al secondo (che corrispondono a 7,2 km/h). Dal momento del distacco all’arrivo del materiale a Bondo non sono passati neanche 20 minuti.
I giorni precedenti la catastrofe
Un primo campanello d’allarme suona il 10 agosto, tredici giorni prima della tragedia, quando un esperto della ditta incaricata del monitoraggio segnala per email al geologo cantonale competente che sulla parete i movimenti si sono intensificati. Nella email, di cui riferisce sempre il Tages Anzeiger, il geologo esterno parla di segnali secondo cui “è imminente un crollo maggiore” e scrive che in caso di frana “sono in pericolo acuto le due vie di salita ai rifugi del CAS”.
I responsabili del Cantone effettuano un sopralluogo con l’elicottero il 12 agosto, ma il riscontro diretto non offre conferme. L’arco temporale della frana che nel 2016 era stimato “da uno a trent’anni” viene tuttavia ridotto a “nelle prossime settimane e mesi”. Due giorni dopo, il 14 agosto, ed è la data incriminata secondo l’accusa, in una riunione congiunta Cantone e Comune decidono di non chiudere l’accesso sentieristico alla valle, ma di aggiornare il pericolo di frane sulla cartellonistica.
Nove anni dopo si arriva in aula
Da lì in avanti il tempo non precipita più, anzi si dilata. La via giudiziaria che porta al processo viene sbarrata una prima volta nel giugno 2019, quando la Procura pubblica – incaricata di chiarire se il Comune di Bregaglia avesse trasmesso in modo adeguato l’informazione sui rischi in Val Bondasca – emette un decreto di abbandono. Questo perché, secondo gli esperti dell’Ufficio cantonale per le foreste e i pericoli naturali, la frana non era prevedibile. Un parere condiviso dal Tribunale cantonale dei Grigioni, che rigetta il ricorso dei parenti delle vittime che però non si arrendono.
>>> Il caso si riapre: il servizio del TG del 12 febbraio 2021:
Nel gennaio 2021 la Procura deve riaprire il caso dopo che il Tribunale federale (TF) ha stabilito che è necessaria una nuova valutazione da parte di un geologo non di parte. Passano quasi tre anni, nel frattempo la massima istanza giudiziaria ricusa un altro perito. Siamo ormai nel dicembre 2023 quando il geologo incaricato, il vodese Thierry Oppikofer, nella sua perizia, sostiene che le autorità hanno corso “un rischio inaccettabile” non chiudendo i sentieri. Un mese dopo gli attuali cinque imputati risultano indagati per omicidio colposo plurimo.
L’eredità di Bondo
Sebbene condividano alcuni elementi, la frana del Cengalo nel 2017 e quella che il 28 maggio 2025 ha sepolto il villaggio vallesano di Blatten non sono fenomeni sovrapponibili. Il primo fu un crollo essenzialmente roccioso, che coinvolse il ghiacciaio in modo secondario e le distruzioni a Bondo furono causate soprattutto dalle successive colate detritiche. Il disastro nella Lötschental fu innescato invece dal collasso dell’intero sistema roccia-ghiacciaio, sovraccaricato dal materiale franato.
Gli esperti, come il glaciologo Matthias Huss, concordano tuttavia nel dire che dopo Bondo questi eventi vengono osservati con più cautela e lungimiranza. È questo il filo rosso, ma ancora intricato, in cui la giustizia grigionese metterà nuovamente le mani a 9 anni dai fatti.
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