L’autodeterminazione prevale sulla libertà religiosa: Zurigo lancia un forte segnale sul suicidio assistito
L’elettorato zurighese obbliga case di cura e ospedali a tollerare il suicidio assistito. La decisione pone le istituzioni di ispirazione cristiana di fronte a un dilemma e invia un segnale che va ben oltre i confini cantonali.
La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.
Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni.
La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga.
La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita.
Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta.
Il futuro delle case di cura cristiane
Che cosa significa ora la modifica legislativa per le strutture coinvolte? Markus Schaaf, direttore del centro di ispirazione cristiana Rämismühle a Zell e forza trainante degli oppositori alla votazione, al momento non considera un trasferimento lo scenario più probabile.
A suo avviso, la maggior parte delle istituzioni interessate cercherà di adeguarsi al nuovo quadro giuridico, “continuando al contempo a vivere, per quanto possibile, secondo i propri principi e valori”.
Un aspetto gli sta particolarmente a cuore: “La legge obbliga un’istituzione a tollerare un suicidio assistito effettuato da soggetti esterni. Non ci obbliga a fornire noi stessi assistenza al suicidio né a coinvolgervi il personale”. Anche i sostenitori della legge hanno sempre sottolineato questa distinzione, che vale anche per gli ospedali.
Schaaf afferma che la sua istituzione continuerà a fare tutto il possibile affinché le persone che attraversano situazioni difficili ricevano un’assistenza completa, attenzione umana, cure palliative e, se lo desiderano, sostegno spirituale. È cambiato soltanto il quadro giuridico. “Non, però, il nostro atteggiamento di fondo nei confronti della vita, della morte e dell’accompagnamento delle persone nella fase finale della loro esistenza”.
Cosa attende ora gli ospedali zurighesi
Anche gli ospedali zurighesi dovranno definire sul piano operativo come gestire l’assistenza al suicidio. Finora soltanto alcune strutture si erano dotate di procedure in materia. Si tratta, ad esempio, di stabilire come informare sulla possibilità di ricorrere all’assistenza al suicidio in ospedale o come integrare le organizzazioni esterne nei processi ospedalieri.
La direttrice della sanità del Cantone Natalie Rickli ha dichiarato domenica pomeriggio ai media di non aspettarsi molti casi. L’assistenza al suicidio, anche negli ospedali che già la consentivano, era stata utilizzata solo raramente. Rickli confida inoltre nel buon senso dei pazienti e dei familiari, affinché facciano un uso prudente di questo diritto.
Anche per le case di cura cambierà poco. La maggioranza delle oltre 200 strutture zurighesi consentiva già l’accesso alle organizzazioni di assistenza al suicidio. Nelle altre strutture, prevalentemente di ispirazione cristiana, secondo Rickli la maggior parte delle residenti e dei residenti probabilmente non ne farà uso neppure in futuro.
Rickli prevede che la legge entrerà in vigore la prossima primavera, a condizione che non venga presentato alcun ricorso.
Il significato più profondo del risultato della votazione
Con questa votazione, la popolazione zurighese ha posto il diritto fondamentale a una morte autodeterminata al di sopra della libertà religiosa e della libertà economica delle case di cura.
L’opposizione si è raccolta attorno a questi due sistemi di valori. Ne facevano parte l’UDF (Unione democratica federale), partito cristiano conservatore, e il PEV (Partito evangelico svizzero), il cui elettorato proviene in misura significativa dagli ambienti delle chiese libere e guarda con spirito critico al suicidio assistito, sia in generale sia nella sua applicazione alle strutture di cura. A questi si è aggiunta l’UDC (Unione democratica di centro), favorevole a una regolamentazione statale limitata.
Il PLR (Partito liberale radicale), tradizionalmente liberale sia sul piano economico sia su quello sociale, aveva invece lasciato libertà di voto su un tema che vedeva contrapposte libertà individuale e autonomia istituzionale. Tutti gli altri partiti, dalla sinistra verde fino al Centro, si erano schierati a favore della legge, compreso il Centro, erede del Partito popolare democratico (PPD). Un segnale di quanto anche la base delle chiese nazionali svizzere sia ormai aperta all’assistenza al suicidio.
Da un punto di vista giuridico, la priorità dell’autodeterminazione è già riconosciuta. Dieci anni fa, in seguito a un ricorso contro una revisione legislativa nel Cantone di Neuchâtel, il Tribunale federale Collegamento esternosi era già pronunciato sulla questione. Aveva stabilito che l’obbligo di tollerare l’assistenza al suicidio incide sulla libertà di fede e di coscienza delle case di cura, ma non in misura tale da prevalere sul diritto all’autodeterminazione.
Con la decisione presa a Zurigo, la strada è ora aperta alle organizzazioni di assistenza al suicidio, che potrebbero chiedere l’introduzione di regole analoghe anche in altri Cantoni o a livello nazionale. Sono state Exit e Dignitas, le due principali organizzazioni svizzere attive in questo ambito, a innescare la revisione legislativa nel Cantone con un’iniziativa.
Nel paese pioniere dell’assistenza al suicidio vi è bisogno di discutere
La Svizzera, considerata a livello internazionale un Paese pioniere dell’assistenza al suicidio, con la normativa zurighese si avvicina a realtà che, sotto alcuni aspetti, si sono spinte più lontano nella regolamentazione del fine vita.
È il caso del Canada, dove l’accompagnamento alla morte in ospedale è praticato da ormai dieci anni. A differenza di quanto avverrà a Zurigo, tuttavia, la procedura è pienamente integrata nell’attività ospedaliera ed è svolta dal personale medico, un aspetto che anche in Canada continua a suscitare critiche.
Per la Svizzera, la decisione di Zurigo rappresenta il primo cambiamento significativo da molto tempo. Le norme sull’assistenza al suicidio, rimaste sostanzialmente invariate dall’entrata in vigore del primo Codice penale svizzero nel 1942, continuano a essere considerate tra le più permissive sotto diversi aspetti. Consentono, ad esempio, l’assistenza al suicidio anche a persone che non soffrono di una malattia terminale, purché vi siano un desiderio di morire, la capacità di discernimento e una decisione presa autonomamente dall’interessato. Tuttavia, ogni tentativo di disciplinare la materia con una legge specifica è finora fallito.
Un dibattito che attende la Svizzera riguarda l’assistenza al fine vita in caso di demenza. In Paesi come i Paesi Bassi, le persone affette da demenza possono mettere per iscritto la propria volontà di morire. L’eutanasia viene poi praticata dal personale medico.
In Svizzera, invece, questa forma di eutanasia attiva diretta è punibile. Il suicidio assistito deve essere compiuto dalla persona stessa e l’accompagnamento alla morte presuppone la capacità di discernimento di chi desidera morire.
Le persone affette da demenza che intendono scegliere autonomamente il momento della propria morte sono spinte ad agire. Devono confrontarsi con una domanda complessa: fino a quando posso attendere?
Un interrogativo che riguarda anche la Svizzera, chiamata prima o poi a definire il proprio quadro normativo.
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