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La Svizzera è mai stata davvero neutrale?

Ignazio Cassis
Il consigliere federale Ignazio Cassis durante una conferenza stampa dedicata all'iniziativa sulla neutralità, l'11 agosto 2026. Keystone / Peter Schneider

Nel quadro della campagna sull’iniziativa popolare sulla neutralità, il fronte del “sì” rivendica il ritorno una neutralità “tradizionale”. Ma questo modello è mai esistito davvero oppure la neutralità è un concetto che si è costantemente adattato ai cambiamenti storici?

La Svizzera è neutrale. La maggior parte delle persone che vivono nel Paese lo ha probabilmente imparato a scuola. Ma cosa significa esattamente “essere neutrali”? Con l’iniziativa sulla neutralità, un comitato vicino all’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) DC intende iscrivere nella Costituzione federale una concezione della neutralità definita in modo più rigoroso.

L’iniziativa popolare “Salvaguardia della neutralità svizzera (iniziativa sulla neutralitàCollegamento esterno)”, secondo la sua denominazione ufficiale, mira a definire la neutralità in modo più preciso e vincolante nella Costituzione federale.

In concreto, il testo chiede un divieto generale delle sanzioni economiche. In linea di principio, se venisse approvata, la Svizzera sarebbe autorizzata a sostenere solo le sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Inoltre, l’iniziativa intende sancire nella Costituzione che la neutralità svizzera è perpetua e armata. Secondo il testo, la Svizzera non deve aderire ad alcuna alleanza militare o difensiva né cooperare con una tale alleanza. Una cooperazione sarebbe tuttavia possibile, ma solo in caso di attacco militare contro il Paese o in caso di atti preparatori a un tale attacco.

Lanciata dall’associazione “Pro Svizzera” e da vari rappresentanti dell’Unione Democratica di Centro (UDC), l’iniziativa è stata depositata nell’estate del 2024. Il Consiglio federale e il Parlamento ne raccomandano la bocciatura. La votazione si terrà il 27 settembre 2026.

Chi è favorevole al progetto, parla di un ritorno a una “neutralità tradizionale”. Ma la neutralità svizzera è mai esistita in una forma realmente “tradizionale”? Oppure è stata reinterpretata più volte nel corso della storia? Uno sguardo all’evoluzione della neutralità elveticaCollegamento esterno, un tema sul quale la storiografia non sempre concorda.

Dal 1291 al 1515: l’espansionismo militare aggressivo

Tra il Patto federale dell’agosto 1291Collegamento esterno e la battaglia di Marignano del 1515, i cantoni svizzeri conducono politiche estere eterogenee, caratterizzate da un espansionismo militare aggressivo, ben lontano da qualsiasi idea di neutralità.

Da alleanza difensiva di tre vallate alpine contro l’egemonia degli Asburgo, la Confederazione dei III, poi VIII e infine XIII Cantoni si trasforma progressivamente in una potenza militare temuta, capace d’influenzare gli equilibri nel cuore dell’Europa.

Forte di un sistema di milizia e di una fanteria di picchieri in grado di spezzare la superiorità della cavalleria medievale, la Confederazione persegue una politica attiva di annessioni territoriali: conquista l’Argovia, la Turgovia, il Basso Vallese, il Ticino e una parte dei domini sabaudi corrispondenti agli attuali cantoni di Vaud e Friburgo.

I cantoni elvetici non esitano inoltre a intervenire politicamente nei conflitti tra le grandi potenze europee, in particolare durante le Guerre di Borgogna (1474-1477) contro Carlo il Temerario e nelle prime fasi delle Guerre d’Italia (1494-1559).

>>> Tutto quello che c’è da sapere sull’iniziativa in votazione il 27 settembre:

Altri sviluppi

Dal 1516 al 1815: tra il “servizio di Francia” e il non-interventismo

Dopo la battaglia di Marignano del 13 e 14 settembre 1515, nella quale i Confederati vengono sconfitti dalle truppe al servizio del Regno di Francia e dalla loro poderosa artiglieria, le divisioni tra i cantoni si accentuano e le campagne italiane lasciano pesanti conseguenze economiche. Il 29 novembre 1516 viene quindi firmato un trattato tra il giovane re di Francia Francesco I, i XIII Cantoni e i loro alleati: la Pace perpetua di FriburgoCollegamento esterno.

In cambio di numerosi vantaggi, i Confederati concedono al re di Francia la priorità per il reclutamento dei mercenari svizzeri. Questi ultimi diventeranno così la spina dorsale della fanteria francese nelle successive Guerre d’Italia e serviranno regolarmente sotto i sovrani transalpini fino alla caduta della monarchia nell’agosto 1792, dopo il massacro delle Guardie svizzere alle TuileriesCollegamento esterno.

Due bandiere svizzere sventolano nell'aria
Durante la festa del 1° agosto al Grütli, le bandiere sventolate dai lanciatori volteggiano nell’aria. Keystone / Peter Klaunzer

Dopo Marignano, pur mantenendo un’alleanza difensiva con la Francia e privilegiando il reclutamento mercenario per la corona francese, le autorità cantonali cercano di evitare di essere coinvolte direttamente nei conflitti europei. Secondo alcuni storici, questa prudenza, dettata anche dalla necessità di non importare le guerre di religione che avrebbero potuto destabilizzare la Confederazione, pone le basi della futura neutralità. Tuttavia, questa passività politica è ampiamente compensata dai profitti del mercenariato, in particolare del cosiddetto “servizio di Francia”.

Per lo storico Sacha Zala, direttore del centro di ricerca DodisCollegamento esterno, anche la neutralità dell’epoca, intesa come non-interventismo, rispondeva soprattutto a logiche pratiche ed economiche. Restare ai margini dei conflitti consentiva infatti di negoziare e vendere mercenari alle parti belligeranti, traendone beneficio.

Dal 1815 al 1945: dalla neutralità “perpetua” alla neutralità “integrale”

Dopo la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna del 1815 ridisegna l’ordine europeo. È in quel contesto che la neutralità perpetua della Svizzera viene riconosciuta per la prima volta dal diritto internazionale. Le grandi potenze la considerano conforme all’”interesse generale dell’Europa”. Secondo Sacha Zala, si trattava soprattutto di un progetto geopolitico voluto dall’esterno, volto a creare uno Stato cuscinetto stabile tra Francia e Austria.

René Roca, storico e coautore dell’iniziativa sulla neutralità, respinge questa interpretazione. A suo avviso, l’identità neutrale svizzera è precedente al 1815 e il Congresso di Vienna non avrebbe fatto altro che confermarla.

Con la fondazione della Croce Rossa nel 1863 e la prima Convenzione di Ginevra nel 1864, la neutralità elvetica assume una nuova dimensione: quella di un Paese centro del diritto internazionale umanitario e mediatore nei conflitti.

Un'incisione del Consiglio federale risalente al 1848
1848: il primo Consiglio federale della Svizzera. Keystone

Durante la Prima guerra mondiale, una parte della Svizzera tedesca simpatizza per Germania e Impero austro-ungarico, mentre la maggioranza della Svizzera francese solidarizza con la Francia. Per Sacha Zala, è proprio in questo periodo che la neutralità si afferma come valore nazionale e identitario, diventando il denominatore comune di una Confederazione linguisticamente e culturalmente divisa. “Non guardiamo né a Parigi né a Berlino”, era il messaggio dominante.

Dal 1938, la neutralità svizzera evolve verso una forma definita “integrale”, che corrisponde in realtà a una strategia di sopravvivenza a doppio binario: da una parte la deterrenza militare per preservare la sovranità di fronte alle potenze dell’Asse; dall’altra il mantenimento d’intense relazioni economiche e diplomatiche, accompagnate da un avvicinamento al Reich.

Dal 1945 al 1989: gli equilibrismi della Guerra fredda

Nel confronto tra Est e Ovest, la neutralità diventa uno dei principali marchi distintivi della Svizzera sulla scena internazionale. Ginevra si afferma come uno dei centri più importanti per i negoziati diplomatici mondiali. Anche in questo caso, tuttavia, la Confederazione adotta una strategia dai due volti, simile a quella della Seconda guerra mondiale.

Da un lato, la neutralità resta un principio giuridico fondamentale: la Svizzera rifiuta di aderire alla NATO e all’ONU e sviluppa ampiamente la pratica dei “buoni uffici”, rappresentando gli interessi diplomatici di Paesi che hanno interrotto le relazioni tra loro, come gli Stati Uniti a Cuba o in Iran.

Dall’altro, il Paese è profondamente anticomunista e integrato nell’economia del blocco occidentale. Sotto la forte pressione di Washington, Berna firma persino in segreto l’accordo Hotz-LinderCollegamento esterno del 1951, un’intesa informale che limita le esportazioni svizzere di materiale strategico e tecnologico verso i Paesi dell’Est.

Per René Roca, il processo della CSCECollegamento esterno (divenuta nel 1995 l’Organizzazione per sicurezza e la cooperazione in Europa) degli anni Settanta, una serie di conferenze diplomatiche tra i due blocchi, dimostra come uno Stato dotato di una neutralità credibile possa fungere da ponte tra le parti. Sacha Zala replica invece che il contesto internazionale ha favorito questo ruolo della Svizzera e che il Paese ne ha saputo trarre vantaggio.

I capi di Stato e di Governo delle quattro potenze si incontrano per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale a Ginevra. Da sinistra a destra: il presidente del Consiglio dei ministri dell'URSS Nikolai Bulganin, il presidente USA Dwight Eisenhower, il primo ministro francese Edgar Faure e il premier britannico Anthony Eden.
I capi di Stato e di Governo delle quattro potenze si incontrano per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale a Ginevra. Da sinistra a destra: il presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS Nikolai Bulganin, il presidente USA Dwight Eisenhower, il primo ministro francese Edgar Faure e il premier britannico Anthony Eden. Keystone

Dal 1990 ai giorni nostri

A detta di molti, l’attuale dibattito sulla neutralità nasce dalla guerra in Ucraina e dalla decisione della Confederazione di adottare le sanzioni economiche dell’Unione Europea contro la Russia. Tuttavia, secondo Sacha Zala, la vera svolta del periodo post Guerra fredda risale al 1990, quando Berna applicò le sanzioni dell’ONU contro l’Iraq, pur non facendo ancora parte dell’organizzazione internazionale.

La discussione, in realtà, non è nuova. Già entrando nella Società delle Nazioni nel 1920, la Svizzera aveva sperimentato una “neutralità differenziale”, partecipando alle sanzioni economiche ma non a quelle militari, prima di abbandonare questa impostazione nel 1938 di fronte alla minaccia nazista.

René Roca ritiene che le sanzioni contro l’Iraq abbiano segnato l’inizio di un’evoluzione che oggi andrebbe corretta. Con l’iniziativa da lui sostenuta, lo storico propone un ritorno a una “neutralità integrale”: niente sanzioni economiche, nessuna partecipazione ad alleanze militari e un ruolo attivo di mediazione. Un ritorno, secondo Roca, a una neutralità tradizionale che la Svizzera avrebbe progressivamente smarrito.

Il leader sovietico Mikhail Gorbaciov e il presidente americano Ronald Reagan: diversi vertici li hanno riuniti a Ginevra. Questi incontri hanno permesso di porre fine alla Guerra Fredda e hanno portato alla firma di importanti trattati sul disarmo.
Il leader sovietico Mikhail Gorbaciov e il presidente americano Ronald Reagan: diversi vertici li hanno riuniti a Ginevra. Questi incontri hanno permesso di porre fine alla Guerra Fredda e hanno portato alla firma di importanti trattati sul disarmo. Getty Images

Sacha Zala giudica invece questa definizione troppo rigida e limitante per il margine di manovra della Confederazione. “La storia dimostra che la neutralità svizzera ha avuto successo proprio quando ha saputo adattarsi pragmaticamente alle realtà politiche”, sostiene. A suo avviso, la neutralità elvetica è uno strumento politico in costante evoluzione. Per questo motivo, il voto sull’iniziativa non riguarda soltanto il futuro della neutralità, ma anche il modo in cui se ne interpreta il passato.

Sul piano politico, al momento della firma del trattato preliminare di Gallarate, all’inizio di settembre del 1515, il re di Francia aveva già proposto un’alleanza ai Confederati. La proposta, tuttavia, non riuscì a raccogliere il consenso unanime dei XIII Cantoni.

Pochi giorni dopo, la battaglia di Marignano si concluse con la sconfitta dei cantoni rimasti fedeli alla coalizione antifrancese guidata dal duca di Milano Massimiliano Sforza, da papa Leone X e dall’imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I. Altri Confederati, in particolare Berna, Friburgo e Soletta, favorevoli agli accordi di Gallarate, rifiutarono invece di combattere contro Francesco I.

Dopo la sconfitta di Marignano, la Confederazione si trovò per diversi mesi in una situazione vicina alla secessione. Mentre alcuni cantoni ostili alla Francia continuarono a mantenere stretti legami con Massimiliano I, altri puntavano a un avvicinamento con Parigi. In questo contesto, la firma della pace proposta dalla Francia apparve progressivamente come il mezzo migliore per evitare che la Confederazione si lacerasse dall’interno.

Traduzione di Daniele Mariani

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