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La scienza delle valanghe: un’eterna lotta contro la morte bianca 

Persona studia blocco di neve
Il glaciologo Robert Haefeli esamina il manto nevoso con un dispositivo per il taglio degli strati. Davos (GR). Foto: Edwin Bucher, inverno 1937/1938 Eidgenössische Forschungsanstalt WSL, Bildarchiv / SLF

Nell’ultimo secolo la ricerca scientifica ci ha fornito strumenti essenziali per convivere con i rischi della neve, ma le prime testimonianze di studio delle valanghe risalgono al ‘500, con il lavoro pionieristico di uno svizzero.

Per chi nei secoli ha vissuto la montagna, la valanga non è mai stata considerata un evento raro. Anzi: è sempre stata vista come un rischio concreto e ricorrente. Come ricorda lo storico della letteratura Franco Brevini nell’entusiasmante serie radiofonica “Il racconto della neve e dello sci”Collegamento esterno, diffusa da RSI su Rete Due, un indovinello medievale la descriveva con immagini secche e perfette: “Vola senz’ali e colpisce senza mani”. Insomma, la valanga come qualcosa che giunge dall’alto, inaspettatamente, e che in pochi secondi può cambiare il volto di un paese. Ma da quando lo studio delle valanghe ha iniziato ad assumere i connotati scientifici che oggi conosciamo?

Quando la montagna era una strada

Se oggi l’inverno in quota viene associato allo svago, per secoli è stato considerato un pericolo da correre solo in caso di necessità assoluta di attraversamento. Nei villaggi alpini nascono così le prime figure specializzate: accompagnatori e soccorritori, uomini che conoscono i punti sicuri, capaci di leggere i pendii e di aprire un passaggio dove sembra impossibile, scortando i viandanti. 

Nel Cinquecento il teologo e umanista svizzero Josias Simler inizia a raccogliere testimonianze sulle slavine da osservatori sul campo. Distingue valanghe polverose e valanghe a lastroni. Nota che certi pendii si caricano e poi cedono, che il bosco può funzionare come rete protettiva naturale. Nei suoi racconti fornisce un consiglio che suona modernissimo: ascoltare l’esperienza locale, perché ogni valle ha le sue regole tramandate nei nomi dei luoghi e nei racconti.

Ritratto di persona con barba
Josias Simler IMAGO / Heritage Images

La svolta scientifica del Novecento

La raccolta sistematica dei dati sulle valanghe è relativamente tardiva. Gli studi continui arrivano tra Ottocento e Novecento. Si inizia a parlare allora di densità, stratigrafia, metamorfismo, attrito. Dagli anni Venti del secolo scorso diversi rappresentanti del turismo invernale, delle aziende di trasporto e delle centrali idroelettriche esprimono la necessità di un approccio più rigoroso.

Nasce così nel 1936 il celebre Istituto di Davos, che segna il passaggio dall’osservazione popolare a un sapere strutturato, misurabile, condiviso. La valanga entra nei grafici e nei modelli. Nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, su decisione del Consiglio Federale venne fondato l’Istituto federale per lo studio della neve e delle valangheCollegamento esterno (SLF), destinato a diventare un riferimento in ambito nivologico a livello mondiale. 

Igloo squadrato
Primi esperimenti di nivologia in un igloo costruito a Davos Platz (1935). SLF

Dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale, dove alcune stime riferiscono di 7’000-8’000 militari deceduti in incidenti da valanga, l’interesse militare verso lo studio della neve aumenta. L’esercito crea un servizio di prevenzione valanghe con stazioni di osservazione in tutta la Svizzera.

Finita la guerra, la responsabilità dei bollettini passa sotto l’Istituto SLF, che dopo l’inverno 1950/1951 (il più catastrofico dell’ultimo secolo) decide di raddoppiare gli osservatori in contatto con Davos.

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Fu proprio quell’inverno nefasto a servire da campanello d’allarme. Questo portò a numerose innovazioni, come la sostituzione di muri a secco sui pendii con i cosiddetti “ponti da neve”, grandi staccionate alte fino a tre-cinque metri. 

L’aumento dei contributi federali scatenò una vera e propria marea di progetti di costruzione. Da allora fino a oggi sono stati costruiti oltre 500 km di opere di sostegno permanenti. Al contempo, in quel periodo aumentano i boschi di protezione e le carte del pericolo di valanghe diventano il riferimento per la pianificazione territoriale.

Protezione valanghe
Muri in pietra nella zona di distacco sullo Schafberg, sopra a Pontresina. Essendo troppo bassi, la loro efficacia è molto limitata. Stefan Margreth, SLF

La ricerca moderna, tra conoscenza e fatalità

Bollettini di rischio, chiusure, evacuazioni, monitoraggi. Oggi disponiamo di numerosi strumenti per proteggerci dalle valanghe. Senza contare i modelli computerizzati e di intelligenza artificiale sviluppati presso l’Istituto di Davos. Tutto ciò oggi è parte integrante della nostra identità: non a caso la Gestione del pericolo di valanghe dal 2018 è riconosciuta quale patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Eppure, annualmente si registrano in media ancora cento morti sull’intero arco alpino, una ventina solo in Svizzera. È un numero che ci dice che ne sappiamo molto più di un tempo, ma non basta mai. Oggi come allora, responsabilità umane si intrecciano con la fatalità, in un’eterna lotta contro la morte bianca. 

Gli scatti storici sullo studio delle foreste e delle valanghe

Una parte significativa degli archivi fotografici dell’Istituto di ricerca WSL, di cui l’SLF fa parte, è ora liberamente accessibile sulla piattaforma E-PicsCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo. Questa collezione digitalizzata di circa 28’000 fotografie d’epoca offre uno sguardo unico su oltre un secolo di ricerca, tecnologia e vita quotidiana.

>>Come si forma una slavina? La trasmissione Della RSI Il giardino di Albert nel 2017 ha seguito da vicino gli esperimenti condotti da un team di scienziati svizzeri sulle dinamiche delle valanghe:

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