La disponibilità di un’arma e il nesso con la violenza
In Svizzera mancano dati sul numero di armi in circolazione e una mozione chiede al Governo di colmare questa lacuna. Intanto il dibattito evolve: dalle discussioni sulla legittimità del possesso, al pericolo che l’accessibilità ad un’arma, in contesti di aggressività e fragilità, sfoci in violenza letale.
La tragedia avvenuta nel canton Argovia la notte del 30 agosto, in cui un 43enne svizzero ha sparato su diverse persone, uccidendo una donna italiana di 22 anni, ha contribuito a riaccendere il dibattito sulla detenzione di armi da fuoco in Svizzera.
La Confederazione è uno dei Paesi più armati al mondo e il motivo è in parte riconducibile al fatto che le armi di servizio, ottenute durante la leva militare, possono essere custodite al proprio domicilio. Le reclute tengono infatti la propria arma d’ordinanza a casa e possono acquistarla a prezzo modico dopo la fine del servizio militare.
Contrariamente alle notizie apparse su alcuni media, in questo caso di cronaca, il presunto autore non aveva legami con l’Esercito e il fucile kalashnikov AK-74 in suo possesso non era fornito dalle forze di difesa. Tuttavia, quando avvengono drammi come questo, i riflettori sul possesso di armi e la loro diffusione tra la cittadinanza tornano ad accendersi.
Una documentazione più completa ed esaustiva
Proprio la scorsa settimana, il Consiglio nazionale (Camera bassa del Parlamento federale) ha approvato una mozioneCollegamento esterno presentata un anno e mezzo fa dalla deputata zurighese Marionna Schlatter (Verdi) in cui si incarica il Governo di creare le basi giuridiche necessarie affinché “le autorità di polizia e di perseguimento penale rilevino e documentino in maniera standardizzata, esaustiva e uniforme in tutta la Svizzera le informazioni relative alle armi da fuoco nei casi di violenza domestica e di omicidio in ambito domestico”.
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La proposta parte dal presupposto che gli omicidi in ambito domestico rappresentano in Svizzera un grave e persistente problema di sicurezza. Da qui, la necessità di avere una fotografia della situazione attuale più precisa rispetto ai dati consultabili.
Il presupposto appena citato si basa sui contenuti di uno studioCollegamento esterno commissionato dall’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo (UFU) in cui si rileva che, tra il 2011 e il 2020, più della metà degli omicidi sono stati commessi in ambito familiare o di coppia. Negli omicidi di coppia, circa il 90 per cento delle vittime erano donne.
L’arma è il mezzo più usato
“Particolarmente allarmante – si legge ancora nel testo della mozione – è il fatto che le armi da fuoco rappresentano il mezzo più sovente utilizzato negli omicidi in ambito domestico (31% dei casi) e presentano un tasso di mortalità superiore alla media”.
Schlatter ha spiegato che in numerosi di questi casi non risulta chiaramente se l’arma utilizzata dall’omicida fosse legale o illegale, se fosse soggetta a registrazione e se il sospettato fosse già noto alle autorità. “A seconda del cantone, la documentazione varia o è inesistente”, ha argomentato.
Il Consiglio federale, per voce del ministro della Giustizia Beat Jans ha raccomandato alla Camera bassa di accogliere il testo convenendo che “abbiamo bisogno di dati affidabili per poter individuare rapidamente dove è necessario intervenire”. La mozione deve ancora passare dai banchi della Camera alta.
Approvato con 97 voti favorevoli, 85 contrari e 5 astensioni, il testo non ha tuttavia trovato il pieno sostegno dei consiglieri nazionali. La mozione è stata osteggiataCollegamento esterno da molte e molti esponenti del Partito liberale radicale e dell’Unione democratica di centro (PLR, destra liberale e UDC, destra conservatrice).
“Possiedo armi, ma non ho ucciso mia moglie”
Il deputato UDC vallesano Jean-Luc Addor ha preso la parola per esprimere dubbi sulla relazione presentata dall’UFU, definendola “ideologicamente di parte”. Particolarmente contestate anche le parole scelte dal politico democentrista per entrare in materia: “Sono un uomo, sposato, possiedo diverse armi regolarmente registrate e non ho ucciso mia moglie. Di certo non sono l’unico qui”, ha sostenuto Addor tra le proteste di diverse persone in sala.
Addor ha inoltre affermato che la mozione rappresenta l’ennesimo tentativo di creare un registro centrale delle armi. Questo non porterebbe “maggiore sicurezza, ma meno libertà e meno diritti”, ha asserito.
Un registro non aiuterebbe a combattere la criminalità, ma danneggerebbe i possessori di armi che verrebbero spiati, anche se stessero semplicemente tenendo d’occhio i propri coniugi, ha aggiunto il vallesano. La causa della violenza domestica non sono le armi, ma le tensioni all’interno del nucleo familiare, ha sostenuto infine invitando invano l’aula ad affossare la mozione.
La disponibilità dell’arma
Il dibattito politico sul possesso delle armi e sulla sua legittimità esiste da decenni, in Svizzera come altrove, trovando argomentazioni plausibili da entrambi i fronti. Ciò che però è cambiato è l’attenzione che viene data al pericolo che l’accessibilità ad un’arma, in contesti di aggressività e/o di fragilità, sfoci con maggiore facilità in violenza.
Già nel 2011, la popolazione svizzera si è recata alle urne per esprimersi sull’iniziativa popolareCollegamento esterno “Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi”. Il testo prevedeva l’istituzione di un nuovo sistema in materia di armi caratterizzato da permessi e controlli. I militari avrebbero dovuto depositare la loro arma in arsenale, e tutte le armi da fuoco sarebbero state registrate in un registro delle armi centrale della Confederazione anziché dei Cantoni. Fu però bocciata con il 56,3% di voti contrari.
Si tratta di un concetto studiato in varie branche della sociologia chiamato weapon availability hypothesis, che in italiano può essere tradotto con “ipotesi della disponibilità dell’arma”. Questa teoria stabilisce un legame diretto tra la facilità di accesso alle armi da fuoco e l’aumento dei tassi di reati violenti, omicidi o suicidi. Quando l’arma è immediatamente disponibile, diventa quindi più facile trasformare intenzioni, impulsi o conflitti in azioni concrete.
Cifre esatte non ne esistono, una stima dell’organizzazione internazionale di ricerca Small Arms SurveyCollegamento esterno, parla di oltre 2,3 milioni di armi da fuoco in possesso di civili, circa una ogni quattro persone. Di queste, meno di 800’000 sono quelle registrate. Con 27,6 armi ogni 100 persone la Confederazione è tra i Paesi con una più alta diffusione di armi. Lontana dagli Stati Uniti, che hanno più armi che abitanti, ma sopra Francia e Germania (14,4 e 19,6 ogni 100 persone). In Italia se ne contano 15,7 ogni 100 abitanti, per un totale di circa 9,2 milioni di armi.
Una ricerca scientificaCollegamento esterno condotta in Svizzera e pubblicata nel 2020 analizza il rapporto tra la disponibilità di armi da fuoco nelle abitazioni e i suicidi commessi con le stesse, utilizzando i dati cantonali relativi al periodo 1998-2007. In questi dieci anni, nella Confederazione sono stati registrati 13’410 suicidi, di cui 3’169 (il 23,6%) con un’arma da fuoco.
Gli autori hanno confrontato la quota di suicidi con arma da fuoco con la percentuale di abitazioni che possedevano armi, rilevando una correlazione positiva piuttosto forte: nei cantoni dove le armi erano più diffuse, era generalmente maggiore anche la proporzione di suicidi commessi con esse.
Conseguenze dirette
Quando nei primi anni Duemila, la Svizzera ha ridotto il numero di militari di milizia e, di conseguenza, sono anche diminuite le armi presenti nelle abitazioni, diversi ricercatori, tra cui l’accademico Wolfgang Stroebe, hanno osservatoCollegamento esterno una riduzione dei suicidi con arma da fuoco tra gli uomini svizzeri. Il calo dei fucili militari nelle case è stato seguito da una diminuzione di circa l’8% del tasso di suicidio maschile senza una compensazione significativa con altri metodi.
Pur non dimostrando causalità dirette tra possesso e aggressioni, anche lo studioCollegamento esterno dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo menzionato in precedenza mostra che, nei contesti domestici che sfociano in violenza domestica letale, le armi disponibili vengono effettivamente utilizzate con una frequenza rilevante.
Tra le conclusioni più evidenti emerge che: gli autori sono quasi esclusivamente uomini; le vittime sono prevalentemente donne; gli uomini svizzeri sono sovrarappresentati tra gli autori; una possibile spiegazione indicata dallo studio è che gli uomini svizzeri possiedono più spesso un’arma, proprio per effetto del sistema di milizia.
E in Italia?
Anche in questo caso, la cronaca fa spesso da motore al dibattito. La condanna di Mario Roggero e il caso più recente dell’omicidio nel Torinese, per citarne alcuni, oltre a risvegliare la polemica sul diritto alla difesa, riaprono anche il discorso sul possesso delle armi.
Il Centro di elaborazione dati interforze del Ministero dell’interno (CEDCollegamento esterno) ha pubblicato gli ultimi dati che rivelano stime riguardanti tra i 4,7 e i 5 milioni di persone che in Italia possiedono almeno un’arma. Le licenze sono invece appena 1,2 milioni.
Questo perché, per tenere un’arma al proprio domicilio, non serve il porto d’armi ma è sufficiente un’autorizzazione all’acquisto e la denuncia alle forze dell’ordine. Succede per esempio nei casi di armi ereditate, tenute per ricordo o collezionismo.
Dei 1,2 milioni di licenze per porto d’armi, oltre 600’000 riguardano un fucile da caccia, 580’000 armi per l’uso sportivo, ad esempio nei poligoni, e poco meno di 9’000 sono infine i permessi per difesa personale.
L’autorizzazione, spiega La Stampa in un recente articoloCollegamento esterno, non è un diritto permanente, ma è subordinato al mantenimento di precisi standard legali, psicofisici e comportamentali. “Se una persona viene denunciata, arrestata o semplicemente identificata in contesti problematici (basta una rissa o la guida in stato ebbrezza) il sistema segnala automaticamente il soggetto alla questura competente”.
Teorie contrastanti
Anche in Italia, il mondo accademico si è chinato sulla correlazione tra possesso di armi e il loro utilizzo nel mettere in atto comportamenti violenti. Le conclusioni cui queste ricerche giungono sono tuttavia di posizioni molto diverse tra loro.
Lo studioCollegamento esterno più citato da chi difende il diritto all’arma è quello pubblicato dall’Università Sapienza dal titolo “Sicurezza e legalità: le armi nelle case degli italiani”. L’analisi – diventata poi anche un libroCollegamento esterno edito da Bonanno – ha preso in considerazione gli omicidi commessi con armi legalmente detenute tra il 2007 e il 2017 arrivando alla conclusione che i possessori legali di armi non mostrano una maggiore propensione all’omicidio rispetto alla popolazione generale.
Il team di ricerca ipotizza addirittura che la formazione e la cultura di coloro che maneggiano armi possano avere un effetto protettivo e basa questa teoria sulla coincidenza tra l’aumento del numero di licenze (del 20% tra il 2014 e il 2017) e il numero complessivo di omicidi (in calo nello stesso periodo).
Tra le critiche mosse all’analisi c’è però quella di aver tralasciato molte casistiche quali omicidi preterintenzionali, quelli commessi da chi detiene armi per lavoro e soprattutto da chi compie reati con armi legalmente detenute da altre persone, spesso nella stessa abitazione, come i familiari.
Esiste però anche in Italia un filone di ricerca, sviluppato dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere (OPALCollegamento esterno) e da studiosi della violenza domestica, che monitora gli omicidi commessi da detentori legali di armi. Questi lavori evidenziano che una quota non trascurabile degli omicidi avviene in ambito familiare o relazionale e coinvolge armi legalmente detenute.
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