Vita in Russia: tra guerra, paura e propaganda
Viaggio tra le persone che vivono il conflitto in corso in Ucraina, tra censura, sanzioni e silenzi imposti. Il reportage trasmesso dal programma RSI Falò.
Come si vive in Russia la guerra in Ucraina, chiamata ufficialmente “Operazione militare speciale”? Una domanda a cui è difficile dare una risposta, a meno che non si provi a immergersi nel tessuto sociale russo. Qualcosa che il giornalista Christof Franzen ha tentato di fare in un suo reportage ritrasmesso anche da Falò.
Risorse per un’escalation?
A Mosca Franzen incontra Alexander Borodaj, fondatore di una brigata di volontari e parlamentare del partito “Russia Unita”, inserito nelle liste di sanzioni internazionali, Svizzera compresa. Borodaj sostiene che la Russia ha “risorse colossali” per un’escalation e che l’obiettivo sia distruggere la struttura di comando dello Stato ucraino. Per lui la vittoria significa impiccare il presidente Zelensky a Kiev. Ammette che la popolazione è stanca del conflitto e che molti hanno paura di parlare apertamente, ma difende la repressione: “Dobbiamo essere un blocco monolitico per vincere. Per questo bisogna sacrificare qualcosa: i diritti e le libertà dei cittadini”.
Il nodo dei costi economici
Al Blockchain Forum di Mosca, il giovane trader Timur preferisce non commentare la politica e guarda al futuro del Paese con ottimismo, concentrandosi sulle criptovalute, che aiutano ad aggirare le sanzioni occidentali.
Sul fronte economico, la giornalista Alexandra Prokopenko, oggi a Bergamo dopo aver lasciato la Russia nel 2022 ed essere stata dichiarata “agente straniera”, spiega che Putin persegue la sottomissione militare dell’Ucraina senza considerare i costi economici. Nel 2025 lo Stato ha speso ufficialmente 170 miliardi di dollari per la difesa, il 40% del bilancio statale, con spese in parte secretate. Secondo Prokopenko, Putin “vive a spese del futuro del Paese”, accumulando debiti mentre il divario tecnologico con l’Occidente si allarga.
Giochi di guerra patriottici
Nella provincia di Ulyanovsk l’imprenditore agricolo Alexander Chepukhin, ex ministro dell’agricoltura regionale, gestisce 12’000 ettari e un fatturato di circa cinque milioni di franchi. Si lamenta dei tassi d’interesse al 20% e del costo triplicato dei macchinari occidentali, ma evita di collegare la crisi alla guerra o alle sanzioni: “Produco solo grano.” Difende comunque l’operazione militare come questione di “problemi interni” che non riguarda americani ed europei.
Nel suo villaggio di 500 abitanti quattro uomini sono già morti al fronte; un’insegnante racconta che tra i 27 e i 30 giovani del paese sono arruolati, mentre organizza per i bambini i “sarnizi”, giochi di guerra patriottici con fucili di legno.
La tecnologia cinese al posto di quella occidentale
A Cherepovets, città industriale colpita da un attacco di droni contro uno stabilimento chimico, il ventunenne Andrei descrive una vita difficile tra lavoro precario e censura di Internet e social media. Elena, dipendente di una società elettrica, osserva che “più in basso sei nella gerarchia sociale, meno diritti hai”.
Il direttore della fonderia locale, Vladimir Boglayev, critica la scarsità di fondi per l’industria civile e racconta di aver sostituito i macchinari occidentali, colpiti dalle sanzioni, con tecnologia cinese. Paragona la sua fabbrica a un reggimento impegnato a difendere la sovranità tecnologica russa, finanziata anche da raccolte fondi popolari.
Prokopenko descrive infine un’élite russa “depoliticizzata”, ridotta a un ruolo puramente tecnocratico attorno a un unico centro decisionale, Putin. Per Borodaj, la futura classe dirigente arriverà proprio dai combattenti del fronte: “Non deve pensare che lì ci siano solo selvaggi. Abbiamo ragazzi ben istruiti”. Ai russi emigrati in Europa non riserva pietà: “Voi ci avete tradito. Ora avete il mondo intero a vostra disposizione, tranne la Russia”.
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