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Si fa presto a dire pensioni d’oro…

(Ansa)

Hypercorsivo di Massimo Donelli

La busta arancione, che sta per arrivareLink esterno nella cassetta della posta di 7 milioni di lavoratori del settore privato, ha improvvisamente riaperto l'eterno dibattito sul sistema previdenziale italiano.

Che cos'è la busta arancione?

E' la busta (di colore arancione, appunto) che contiene un foglio sul quale l'INPSLink esterno (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) indica al destinatario tre cose:

a) la data in cui andrà in pensione;

b) l'importo che riceverà;

c) il tasso di sostituzioneLink esterno, ossia la differenza tra l'ultimo stipendio e l'assegno pensionistico mensile.

A che cosa serve sapere oggi ciò che accadrà (se accadrà…) fra decenni?

Diciamo che siamo nella modalità "Uomo avvisato, mezzo salvato".

Poiché in Italia il lavoro scarseggiaLink esterno, il precariato dilagaLink esterno, l'evasione contributiva è vastaLink esterno, l'INPS mette le mani avanti: "Amico mio, noi te l'avevamo detto; non prendertela con l'Istituto il giorno in cui scoprirai di avere un pensione da fame, chiaro?".

Chiarissimo.

Con i ringraziamenti, ovviamente, delle assicurazioni private, speranzose di avere presto fuori dalla porta la fila di gente terrorizzata che cerca un futuro migliore nella previdenza complementareLink esterno.

Accadrà?

Vedremo.

Nell'attesa che scatti l'operazione paura (perché di questo si tratta), il presidente dell'INPS, Tito BoeriLink esterno, ha sparato una doppia bordataLink esterno.

Prima ha puntato il dito contro circa mezzo milioni di italiani in pensione (legittimamente, sia chiaro) da oltre 36 anni facendoli passare, in buona sostanza, per parassiti privilegiati.

Poi ha suggerito "un contributo di solidarietà dalle pensioni più alte", contributo peraltro già in attoLink esterno, come ha subito detto il ministro del Lavoro, Giuliano PolettiLink esterno.

Poletti è, ovviamente, preoccupato per la ricaduta elettorale delle parole di Boeri (siamo all'antivigilia delle amministrativeLink esterno).

Non è stato così netto, tuttavia, nell'escludere che il suggerimento del presidente INPS possa portare a una proroga del prelievo, già bocciato una voltaLink esterno dalla Corte CostituzionaleLink esterno e ora oggetto di numerosi ricorsiLink esterno.

Tanto è bastato per riaccendere i riflettoriLink esterno sulle cosiddette pensioni d'oroLink esterno.

Un'espressione, pensioni d'oro, letteralmente nefasta.

Perché?

Per almeno tre ragioni:

1) sposta la responsabilità del disastro previdenziale dalle spalle della politica a quelle di un nuovo, demoniaco soggetto socialeLink esterno (i pensionati d'oro, appunto);

2) fa di ogni erba un fascioLink esterno, mettendo sullo stesso piano chi ha una pensione alta senza essersela minimamente sudata e chi ha una pensione alta perché se l'è costruita lavorando sodo, a lungo e con compiti gravosi;

3) scatena l'odio sociale Link esterno fra pensionati e fra generazioni, contrapponendo chi oggi riceve una pensione da 3.000 euro (lordi) in su ai giovani "che chissà se una pensione l'avranno mai".

Capito?

Risultato: mesi e mesi di titoli sulle pensioni d'oro hanno avvelenato l'opinione pubblica, distorcendo, clamorosamente, la realtà fattuale.

Perché, alla fine, batti e ribatti lo stesso chiodo, il cervello finisce all'ammasso e tutti si ritrovano dentro un unico coro.

Adeguatamente rimbecilliti, perfettamente avvolti nella propaganda e nei luoghi comuni.

Ma…

… pensate che cosa succederebbe, invece, se ciascuno provasse a usare la testa, cercando di abbattere il muro del conformismo per provare a vedere che cosa vi si nasconde al di là.

Cominciando, per esempio, da una semplice domanda: si può davvero fare di tutta l'erba un fascio?

Ovvero: le pensioni d'oro sono tutte uguali?

O ancora: ha senso parlare genericamente di pensioni d'oro?

Io credo che la risposta a tutte e tre le domande sia una sola: no.

E vi propongo un'altra visione del problema previdenziale italiano.

Lo faccio usando quattro distinte definizioni.

Che non poggiano esclusivamente sull'entità della somma percepita ogni mese da ogni singolo cittadino.

E che, secondo me, aiutano a fare chiarezza spazzando via i fumi maleodoranti (nonché fuorvianti) del populismo.

1. Pensioni vintage. Sono tutte quelle di antica data (vintageLink esterno appunto), piccole, medie, grandi (o, come si usa dire oggi, d'oro) che vengono percepite da chi ha versato pochissimi contributi garantendosi un assegno (ripeto: piccolo, medio o grande) per l'intera vita.

Assegno decisamente sproporzionato in relazione a quanto è stato realmente versato.

Tutto fatto a norma di leggi e leggine (magari su misuraLink esterno), per carità.

Ma chi ha versato poco e rispetto a quel poco intasca ben di più, - come, per esempio, alcuni supermanagerLink esterno, molti sindacalistiLink esterno e molti ex parlamentari - è considerato (a torto o a ragione, fate voi) un rapinatore sociale, uno che ogni mese danneggia lo Stato, ossia i concittadini, prendendo di più di quanto, a parità di versamenti, spetta a un pensionato… normale.

Chiaro?

2. Pensioni truffa. Sono tutte quelle ottenute – letteralmente - con l'inganno. A cominciare dalle pensioni di invalidità percepite da chi è sanissimo.

Per gente così ci vorrebbe la galera immediata.

Nonché l'obbligo di restituire subito, con gli interessi, quanto illecitamente incassato, poco o tanto che sia.

Una pensione d'invalidità falsa, infatti, sottrae denaro pubblico a chi avrebbe davvero bisogno.

E, spesso, si abbina a un reddito in nero, rendendo doppio truffatore chi riceve l'una e l'altro.

Nel sud Italia le pensioni d'invalidità sono il 22,96 per cento del totale; al nord sono la metà: 11,36 per centoLink esterno.

Quante dovute e quante false?

Gli ultimi dati disponibili riguardano il 2011: quell'anno, fatti i controlli, un quarto degli invalidi risultarono… non invalidi.

Anche qui le percentuali sono, geograficamente, diverse.

Come ha documentatoLink esterno il Corriere della seraLink esterno, nel 2011 "il tasso di revoche ha raggiunto il 37-38% in Campania e Basilicata, il 35-36% in Molise, Umbria e Lazio. In fondo alla classifica ci sono invece le Marche, il Piemonte e la Lombardia, con percentuali tra il 14 e il 17". Chiaro?

3. Pensioni plurime. Sono quelle dei grand commisLink esternodello Stato, gente che, dopo aver ricoperto diverse cariche pubbliche, porta a casa, ogni mese, più pensioni. Sommate, formano una pensione… esagerata (detta, anche questa, pensione d'oro).

Qualche nome?

Eccoli: Giuliano AmatoLink esterno, Carlo Azeglio CiampiLink esterno, Lamberto DiniLink esterno,

Romano ProdiLink esterno

Incassano (più) assegni pesantissimiLink esterno.

Tutto previsto dalle leggi, sia chiaro.

Ma chi ha ricoperto tante cariche di vertice nell'amministrazione statale - presidente della Repubblica, presidente del consiglio, governatore della Banca d'Italia, giudice della Corte costituzionale - e conosce a fondo i meccanismi nonché i dati della previdenza, dovrebbe avere il pudore di dire: "Troppa grazia, Sant'Antonio!".

E restituire almeno una parte di quanto riceve.

Magari "adottando" a vita un paio di poveracci che ricevono solo la pensione minima (501,89 euro al mese)Link esterno.

Chiaro?

4. Pensioni pulite. Molto semplici da individuare. Per spiegarci, facciamo l'esempio del signor Rossi e del signor Bianchi.

Il signor Rossi riceve una pensione che è perfettamente allineata ai contributi versati nel corso della vita lavorativa durata quarant'anni e più.

Era un operaio?

Ha versato contributi da operaio e riceve una pensione da ex-operaio.

Anche il signor Bianchi riceve una pensione che è perfettamente allineata ai contributi versati nel corso della vita lavorativa durata quarant'anni e più.

Era un dirigente?

Ha versato contributi da dirigente e riceve una pensione da ex-dirigente.

Logico che tra Rossi e Bianchi ci sia una differenza: il primo ha messo da parte (perché pagare i contributi significa mettere da parte soldi propri, sia chiaro) meno quattrini dell'altro.

E se da dirigente il signor Bianchi guadagnava, meritatamente, uno stipendio importante, è logico, normale, che abbia una – meritata – importante pensione (detta anch'essa pensione d'oro): se l'è costruita lavorando e assumendo responsabilità pesanti, compresa quella, in quanto dirigente, di essere licenziato da un giorno all'altro.

Chiaro?

Stop.

Mi fermo qui.

Ora spero sia evidente perché l'uso dell'espressione "pensioni d'oro" è simile a quello dei fumogeni: avvolge tutto nella nebbia, cancella le differenze, semina angoscia e fa spargere lacrime.

Trattasi di inganno, né più né meno.

Un inganno che serve solo a coprire i privilegi costruiti e tollerati da chi ha governato (e governa) l'Italia senza pensare mai a risolvere davvero problemi e diseguaglianze.

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