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Se Renzi vince anche Sanremo

(tvsvizzera)

di Massimo Donelli

Per ben cinque giorni di seguito, da martedì 18 a sabato 22 febbraio, il 64° Festival di SanremoLink esterno (vinto da Rosalba Pippa, in arte ArisaLink esterno , con la canzone ControventoLink esterno) e le consultazioni per formare il 62° Governo della RepubblicaLink esterno, presieduto da Matteo RenziLink esterno, si sono intrecciati sulla scena mediatica italiana dominandola. Letteralmente.

A fare da perfetto trait d'union fra i due eventi, il Giano bifronte della politica e dello spettacolo (e/o della politica-spettacolo): Beppe GrilloLink esterno.

Infatti, martedì 18, primo giorno del Festival, Grillo ha tenuto un comizio volante davanti al Teatro AristonLink esterno. E, meno di ventiquattr'ore dopo, mercoledì 19, secondo e ultimo giorno delle consultazioni, ha tenuto un altro comizio, questa volta in streamingLink esterno, nella Sala del CavaliereLink esterno di MontecitorioLink esterno; comizio qua e là interrotto dai vani tentativi di Renzi d'aprire un dialogo tra PdLink esterno e Movimento 5 StelleLink esterno.

Non è, quindi, una forzatura o un azzardo provare a scoprire se per caso esista una relazione di causa-effetto tra l'ascesa sulla scala del potere dell'ex sindaco di Firenze e la discesa nella scala degli ascoltiLink esterno del Festival.

Già: esiste?

A ben vedere, sì.

Renzi, infatti, ha impresso una velocità sorprendente alla sua azione.

Ha sbrigativamente "pugnalato" Enrico LettaLink esterno nella direzione Pd del 13 febbraioLink esterno; e solo nove giorni dopo è entrato a Palazzo ChigiLink esterno per ricevere dalla sua vittima il campanello con cui il premier guida il Consiglio dei ministri ("La ricreazione è finita"Link esterno ha detto usandolo all'inizio della prima seduta).

Ha viaggiato su e giù tra Roma e Firenze, in trenoLink esterno, nella settimana cruciale della sua vita, senza mancare di assistere a Fiorentina-InterLink esterno.

Ha twittato ("Arrivo, arrivo, #lavoltabuona"Link esterno) perfino dal Quirinale mentre era nello Studio del Presidente, fuori dal quale per oltre 150 minutiLink esterno lo hanno atteso fotografi, cameramen e cronisti.

Ha, infine, presentato il GabinettoLink esterno più giovane (età media: 47 anni) nella storia repubblicana.

Un tornado.

Tutt'altri ritmi a Sanremo.

Vediamo.

Fabio FazioLink esterno ha impresso al Festival un andamento lento, penosamente accentuato dai passi incerti e dall'eloquio rallentato con cui si sono avvicendati sul palco i molti ospiti ultrasettantenni (Raffaella CarràLink esterno, le sorelle Alice ed Ellen KesslerLink esterno, Claudia CardinaleLink esterno, il Mago SilvanLink esterno, Franca ValeriLink esterno, Tito StagnoLink esterno…) che il presentatore ha voluto accanto a sé.

Non pago, Fazio ha scelto le top guest star della canzone rigorosamente ultrasessantenni (Claudio BaglioniLink esterno, Gino PaoliLink esterno, Cat Stevens-Yusuf IslamLink esterno) e, al culmine dell'operazione nostalgia, magno cum gaudio, ha costruito un promo-monumento alla fiction sul maestro Alberto ManziLink esterno, che dal 1959 al 1968, con Non è mai troppo tardi, teleinsegnava a leggere e a scrivere dalla Rai in bianco e neroLink esterno

Già, il bianco e nero.

Fazio, passatista dichiarato e convinto, si è rifugiato una volta di più nell'ArcadiaLink esterno televisiva, la Rai degli anni Cinquanta e Sessanta, educata e pedagogica, a lungo orgogliosamente sbandierata come un vessillo e sistematicamente indicata a mo' di esempio da contrapporre alla degenerazione indotta dalla tv commerciale di Silvio BerlusconiLink esterno.

La buona tv, mamma Rai, da una parte.

La cattiva tv, con le ragazze scollacciate, dall'altra.

Nel Paese duale per eccellenza (CoppiLink esterno-BartaliLink esterno, MinaLink esterno-MilvaLink esterno, GenteLink esterno-OggiLink esterno, InterLink esterno-JuveLink esterno, MazzolaLink esterno-RiveraLink esterno, berlusconiani-antiberlusconiani), questo gioco ha funzionato benissimo dal 1994, anno della discesa in campo del Cavaliere, fino a…

…fino a quando, appunto, non è spuntato sulla scena Renzi, spiazzando tutti, a cominciare dal Pd.

Il neo presidente del Consiglio è l'uomo della velocità, del futuro, del cambiamento. E' un 39enne che, facendo leva sulla rivoluzione digitale, guarda in avanti, non indietro. Il rottamatoreLink esterno, appunto. Con un passaggio da concorrenteLink esterno sulle tv del Cavaliere, proprio nel 1994, a La ruota della fortunaLink esterno (nomen omen…), ospite di Mike BongiornoLink esterno, l'uomo ponte tra Rai e Mediaset come oggi Matteo è l'uomo ponte tra Pd e Forza ItaliaLink esterno

Con Renzi è finito fuori gioco, all'improvviso, un certo modo di fare politica.

Ma anche un certo modo di fare spettacolo.

Le divergenze parallele tra Ariston e Palazzo Chigi, in perfetta concomitanza temporale, certificano il cambiamento.

La lentezza di Sanremo, l'anagrafe dei suoi ospiti, l'estetica retrospettiva dettata dal suo conduttore sono stati impietosamente travolti dalla velocità della svolta politica, l'anagrafe dei ministri, il decisionismo visionario del premier.

Renzi (per ora) ha vinto, Fazio (stavolta) ha perso.

Domanda: c'è ancora spazio nell'Italia di Matteo per il fazismo, per quella tv, cioè, che dà le pagelle e le patenti sociali dividendo i buoni dai cattivi, il passato analogico bellissimo dal presente digitale bruttissimo?

Chissà…

E chi l'avrebbe mai detto che il fazismo sarebbe stato mediaticamente gambizzato dal leader maximo del centrosinistra?

Il Belpaese, davvero, non finisce mai di stupire…

massimo.donelli@usi.ch

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