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Il nodo cinese, la questione uigura

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Nel video di RSI News, il sommario di questo approfondimento.

Mentre si infittiscono le critiche sull'Accordo di libero scambio tra la Svizzera e la Cina, il Consiglio federale (governo) si appresta a rendere nota la nuova strategia sulle relazioni con la Repubblica popolare. Per un paese come il nostro, al cospetto del colosso cinese, appare sempre più arduo l'esercizio di equilibrismo fra interessi economici, dipendenza tecnologica e accento sui diritti umani.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 febbraio 2021 - 21:29
Nicola Lüönd e Jonas Marti, RSI

È il 2013. Consiglio federale prima e Parlamento poi appoggiano entusiasticamente l'accordo di libero scambio fra la Confederazione e la Cina. Una pietra miliare, secondo i suoi fautori, che fa della Svizzera il primo paese in Europa a potere beneficiare di vantaggi concorrenziali con il gigante asiatico. Eppure, l'entusiasmo di 8 anni fa non è più lo stesso, perlomeno a Berna.

In pochi anni Pechino, sotto la presidenza di Xi Jinping, ha cambiato atteggiamento e ruolo sulla scacchiera internazionale: espansionismo economico e militare, fame di dominio tecnologico e rispetto dei diritti dell'uomo sempre più in discussione. Si pensi alla situazione dell'etnia uigura nello Xinjiang e alle tensioni a Hong Kong.

Si moltiplicano così le pressioni sul governo svizzero affinché l'accordo sia rinegoziato. A suscitare critiche è soprattutto la questione degli uiguri, una minoranza turcofona e musulmana che vive nella regione cinese dello Xinjiang

Secondo alcune organizzazioni non governative, un milione di essi è rinchiuso in campi di rieducazione, tra lavori forzati e abusi sessuali.

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L'intervista ad Andili Memetkerim, presidente dell'Associazione Uiguri Svizzera.

Pechino parla di centri di formazione e insegnamento professionale, con corsi contro la radicalizzazione. Definisce senza fondamento le accuse di violazione dei diritti umani. E alla domanda sul perché non accolga osservatori internazionali, risponde che tutti sono benvenuti, tranne chi "arriva a fare inchieste con la presunzione di colpevolezza".

Così l'ambasciatore cinese in Svizzera Wang Shihting.

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L'intervista esclusiva all'ambasciatore cinese in Svizzera.

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(ri)

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