Milano: il lavoro povero nella città del lusso
Dalla logistica alla vigilanza, il lavoro povero attraversa i servizi della metropoli. Gli stranieri sono particolarmente esposti. La mancanza di alternative spinge ad accettare paghe insufficienti.
Dodici ore di lavoro notturno, cinque euro all’ora, un palazzo di lusso da sorvegliare. A Milano la distanza tra la ricchezza e la povertà può stare tutta dentro lo stesso edificio. Da una parte chi lo abita, dall’altra chi lo custodisce e, alla fine del mese, scopre che il proprio stipendio non basta per vivere.
“Lavoravo ad un turno di notte, 12 ore, a cinque euro all’ora”, racconta una delle persone intervistate al Telegiornale. Sapeva quali condizioni avrebbe trovato, ma ha accettato perché aveva bisogno di lavorare. Poi si è resa conto che quelle condizioni non andavano bene.
>>> Il servizio del TG della RSI:
Il volto del lavoro sottopagato
Questo è il volto del cosiddetto lavoro povero, un’occupazione regolare che non garantisce un reddito sufficiente. Secondo i dati richiamati nel TG, a Milano sono oltre 200’000 i lavoratori in questa situazione. Persone che scaricano merci, consegnano cibo a domicilio, puliscono le strade e sorvegliano gli edifici. Attività indispensabili al funzionamento della città, alle quali troppo spesso corrispondono salari insufficienti.
Tra i più esposti ci sono gli stranieri, impiegati in settori come logistica, edilizia, vigilanza e servizi. Per loro, alla necessità economica si aggiunge il vincolo dei documenti: avere un lavoro regolare può essere determinante per ottenere un permesso di soggiorno. Carlo Rioldi, sindacalista della CISL, descrive un mercato nel quale il bisogno di manodopera incontra la disponibilità di persone con un margine di scelta ridotto. Secondo la sua analisi, gli italiani sono poco disponibili a svolgere questi lavori, mentre gli stranieri li accettano anche perché “vivono sotto il ricatto della necessità di avere un permesso di soggiorno”. Il legame tra lavoro regolare e possibilità di ottenere il documento, aggiunge, li spinge ad accettare qualsiasi proposta.
Un contratto, dunque, non mette necessariamente al riparo dalla povertà. Laura Zanfrini, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano, ricorda che, secondo le ultime statistiche da lei richiamate, circa un immigrato su tre con un lavoro regolare vive comunque sotto la soglia della povertà assoluta.
Occorre vigilanza sulla filiera
La disponibilità ad accettare condizioni svantaggiose può inoltre contribuire a un deterioramento più generale dell’occupazione. “Loro malgrado sono al contempo vittime e complici di questi processi”, osserva Zanfrini. “Sono vittime, naturalmente, ma con la loro adattabilità finiscono anche con l’agevolare questi processi di livellamento verso il basso della qualità complessiva dell’occupazione”. Un adattamento che nasce dal bisogno e che finisce per favorire il meccanismo di cui queste persone subiscono le conseguenze.
A rendere più complessa la tutela dei lavoratori interviene anche l’organizzazione delle attività attraverso appalti e subappalti. L’allungamento della filiera può allontanare le responsabilità da chi ne controlla economicamente il vertice.
Per Orsola Razzolini, docente di diritto del lavoro all’Università degli Studi di Milano, occorre superare questa distanza. Se una società è a capo di una filiera ed esercita un forte controllo economico sulle imprese che ne fanno parte, spiega, “deve mantenere un dovere di vigilanza sul rispetto dei diritti fondamentali lungo la filiera”. La questione riguarda quindi sia il livello dei salari sia le responsabilità di chi organizza e controlla il lavoro. Nella città che ha bisogno ogni giorno di merci consegnate, strade pulite ed edifici sorvegliati, la domanda resta concreta: come garantire che chi svolge queste attività possa vivere del proprio stipendio?
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Se volete segnalare errori fattuali, inviateci un’e-mail all’indirizzo tvsvizzera@swissinfo.ch.